Africa

L’Europa, la Russia e la Turchia stanno tutte guar­dando a est – e lo stesso vale per l’Africa. Per secoli, il colonialismo europeo e la logica della guerra fredda han­no garantito all’Occidente il primato nella gestione degli affari strategici africani. Sebbene i sovietici appoggiassero i partiti rivoluzionari marxisti in Angola e in Sudan e il presidente Mao avesse promesso la solidarietà della Cina ai paesi in via di sviluppo, alla fine furono la Gran Breta­gna, la Francia e gli Stati Uniti a decidere le sorti del­l’Africa. A partire dai primi anni Duemila, però, l’Africa si è rapidamente riorientata verso l’Asia. Il motore prin­cipale di questo processo è stato il superciclo delle ma­terie prime del 2002-2012, durante il quale il commercio tra Asia e Africa è cresciuto di quasi il 2.000 per cento (avete capito bene: il duemila per cento). In quel perio­do, quasi la metà delle economie in più rapida crescita del mondo si trovavano in Africa. Oggi gli africani sta­rebbero molto peggio se l’Europa fosse rimasta l’unica destinazione di rilievo per le loro esportazioni alimentari. Attualmente, invece, più della metà del commercio del­l’Africa è con l’Asia. La sfera dell’Oceano Indiano che va dall’Africa orientale all’Oceania si sta in un certo senso disaccoppiando dall’Occidente in virtù della rapida cre­scita dei suoi commerci e flussi finanziari interni. Il principale centro finanziario offshore dell’Africa non è più Londra o Parigi ma Dubai­. La compagnia aerea che detiene il primato dei voli da e verso l’Africa non è più la Air France ma la Emirates. La Dubai Ports World sta­­ sviluppando strutture portuali e centri logistici in Senegal, Algeria, Egitto, Ruanda e altri paesi. Dubai è anche la città in cui i commercianti e i banchieri cinesi, indiani e di altre nazioni asiatiche incontrano più frequentemente i loro clienti africani.

L’espressione “continente afroeuroasiatico” è il modo in cui gli studiosi del mondo precoloniale descrivono quel sistema di profonde interconnessioni che attraver­sano l’Oceano Indiano, a dimostrazione di quanto siano storicamente radicate le rinascenti relazioni afroasiatiche di oggi. Mentre i media e gli economisti occidentali ten­dono a ignorare l’Africa, gli interessi strategici asiatici nel continente africano si moltiplicano a un ritmo sorpren­dente. Come per compensare il fallimento della dinastia Ming nello sfruttare le proprie abilità navali, la Cina si è aggressivamente prodigata per rafforzare il suo posiziona­mento nell’Africa orientale come porta d’accesso alle ri­sorse e ai mercati interni del continente. L’Egitto, l’Etio­pia e il Kenya sono i principali rappresentanti africani all’interno della Belt and Road. In Africa, la Cina è consi­derata il talismano asiatico e la sua presenza è vista come l’alba di un nuovo futuro carico di opportunità. Ovunque vada la Cina, gli altri paesi asiatici la seguiranno, portan­do con sé le loro merci e i loro soldi. Le infrastrutture asiatiche – dai porti ai cavi Internet – hanno gettato le basi affinché i paesi africani sottosviluppati possano par­tecipare in modo molto più efficiente all’economia mon­diale, diversificare le loro economie e aumentare i loro consumi. C’è una classe media africana che sta lentamente emergendo, come si evince dai nuovi giganteschi cen­tri commerciali che stanno spuntando a Lagos, Nairobi, Johannesburg e persino in città di medie dimensioni co­me Kigali, Kampala e Dar es Salaam. Le imprese occi­dentali devono ringraziare l’Asia per le loro crescenti vendite in Africa. Ma sono le imprese asiatiche che stanno veramente raccogliendo i frutti dello sviluppo africano. In Etiopia oltre 10 miliardi di dollari di prestiti e 100 milioni di in­vestimenti cinesi sono andati a finanziare programmi di industrializzazione nel settore tessile e farmaceutico. A seguito di una modifica delle leggi sull’investimento stra­niero in Etiopia, le ditte cinesi sono entrate nel settore della pelletteria e oggi i lavoratori etiopi impiegati in que­ste ditte sono cento volte di più di quelli impiegati in qualsiasi impresa locale. In Lesotho le imprese cinesi e taiwanesi hanno reso la produzione di abbigliamento (co­me i jeans Levi’s e le scarpe Reebok) il più grande settore del paese. Helen Hai, fondatrice della Made in Africa Initiative, ha trasferito la produzione di capi di abbiglia­mento cinesi e di altri prodotti in paesi come il Senegal e il Ruanda. In Marocco, in una zona di libero scambio, la BYD Automobile Company sta installando un impianto di produzione di auto elettriche su larga scala per raggiun­gere sia il mercato africano che quello europeo.

Con l’aumento della presenza commerciale della Cina in Africa, la presenza di xinyimin (‘immigrati’) cinesi, che ammontano a circa mezzo milione, è diventata visi­bile in molte città africane. La maggior parte di questi non sono impiegati di imprese statali ma lavoratori mi­granti autonomi che seguono i dipendenti statali e im­portano merci a buon mercato dalla Cina per le comuni­tà cinesi all’estero e le comunità locali. Tra coloro che si recano all’estero con visti sponsorizzati dallo Stato, molti rimangono all’estero e avviano una propria attività nel commercio al dettaglio o nella manifattura. Inoltre, c’è tutta una nuova classe di manager cinesi anglofoni alta­mente qualificati che si sta facendo le ossa in Africa at­traverso i programmi gestiti dalla Sino Africa Centre of Excellence Foundation. Anche se il calo dei prezzi delle materie prime, la maggiore concorrenza locale (compre­se le imprese africane che importano dalla Cina) e la cre­scente xenofobia hanno spinto oltre 150.000 cinesi a tor­nare in patria solo dall’Angola, la produzione e gli inve­stimenti greenfield cinesi continuano a crescere anche in paesi come il Kenya. Queste imprese creeranno una for­za lavoro cinese in Africa sempre più diversificata.

Sui media occidentali abbondano le storie sull’enor­me impronta della Cina in Africa e sulla sua politica di sfruttamento neocoloniale del continente, ma la maggior parte di queste partono da fatti acclarati (e indubbia­mente impressionanti) per giungere a conclusioni specu­lative e discutibili. Ogni ferrovia, raffineria, stadio spor­tivo e centro commerciale è considerato parte di una strategia occulta per far progredire l’occupazione cinese del continente – in particolare la nuova base militare ci­nese a Gibuti, dove la Cina ha anche assunto il controllo delle operazioni della Dubai Ports World all’interno del principale porto commerciale del paese, e i progetti an­cora in cantiere per la costruzione di strutture di suppor­to navale in Namibia e Angola. Oltre alla propaganda occidentale, poi, c’è anche la propaganda cinese: si veda, per esempio, il recente blockbuster Wolf Warrior 2, in cui le benevole truppe cinesi, insieme agli operatori uma­nitari cinesi, affrontano un gruppo di mercenari statuni­tensi che stanno tentando di deporre un legittimo gover­no africano.

I debiti dei paesi africani nei confronti della Cina stanno aumentando. La Cina attualmente detiene più della metà del debito estero del Kenya e poco meno del debito estero dello Zambia. La Cina dispone di un sofi­sticato menu di opzioni per rispondere alle difficoltà che i paesi in questione potrebbero avere nel rimborsare i propri debiti. La più comune è la ristrutturazione del de­bito: spalmare i pagamenti su un orizzonte temporale più ampio – e a volte ridenominare il debito in renminbi an­ziché in dollari statunitensi o scellini kenioti. Un’altra opzione è quella di convertire il debito in quote aziona­rie nelle imprese locali e in nuovi investimenti in altri set­tori come le banche o le telecomunicazioni. Questi po­liedrici legami commerciali e finanziari forniscono alla Cina abbondanti giustificazioni a sostegno della sua crescente presenza militare nel continente. Oltre a Gibuti, la Cina ha negoziato accordi di accesso navale con il Mo­zambico, l’Angola e la Nigeria.

Tuttavia, sarebbe prematuro accusare la Cina di stare perseguendo una “diplomazia delle cannoniere” in Afri­ca. La Cina non ha improvvisamente deciso di coloniz­zare il mondo negli anni Novanta. Più banalmente, è cre­sciuta così tanto e così rapidamente che si è trovata quasi da un giorno all’altro a essere il più grande importatore al mondo. Sebbene stia lavorando per mettere in sicurez­za i flussi di risorse da cui dipende, l’obiettivo principale della Cina è quello di diminuire la sua dipendenza da aree instabili e lontane come l’Africa. Qualora alcuni Stati africani dovessero andare in default, è improbabile che la Cina ricorra a forme di intervento militare per esi­gere un risarcimento, poiché questo scatenerebbe una reazione anticinese tale da far impallidire i movimenti anticoloniali del secolo scorso; piuttosto, le banche cinesi potrebbero semplicemente vendere i loro crediti inesigi­bili ad altri paesi asiatici, come l’India, che sono ancora interessati a quei mercati. A ben vedere, l’Africa rappresenta un ottimo esempio di come l’asianizzazione sia un fenomeno che va ben aldi là della Cina. Se è vero che è stata la Cina a farsi carico di potenziare i porti, le ferrovie e le miniere africane, è altrettanto vero che questo permetterà anche agli altri paesi asiatici di partecipare più facilmente ai mercati afri­cani. Dovunque la Cina apra nuove porte, altri paesi asiatici si riversano per perseguire i loro piani. Mentre le importazioni cinesi di materie prime africane stanno di­minuendo, quelle dell’India e dei paesi dell’ASEAN stan­no aumentando. La Cina sta comprando meno cobalto del Congo per i telefoni cellulari, ma l’India ne sta com­prando di più. Il commercio indiano con l’Africa ha rag­giunto i 100 miliardi di dollari l’anno e cresce del 35 percento l’anno; il 20 per cento degli investimenti diretti esteri indiani è diretto verso l’Africa. Per decenni, le im­prese e i magnati indiani hanno utilizzato le Mauritius come rifugio fiscale, ma adesso gli indiani stanno crean­do imprese in tutta l’Africa, dal petrolio agli alberghi alle birrerie. Laddove i progetti infrastrutturali e le acquisi­zioni tecnologiche cinesi falliscono per ragioni politiche, gli indiani sono pronti a subentrare come partner prefe­riti. Numerose fabbriche etiopi che ricevono capitale ci­nese si sono rivolte a consulenti indiani per aumentare la produttività dei propri lavoratori.

Nei primi decenni del periodo postcoloniale, l’India sostenne i paesi africani ricorrendo al baratto nei propri rapporti commerciali con essi, anziché costringerli a uti­lizzare le loro scarse riserve di dollari. Oggi la Nigeria è il più grande partner commerciale dell’India in Africa, e le aziende indiane si stanno riversando nel paese appro­fittando del sistema di credito da 10 miliardi di dollari messo in campo dal governo Modi. Poiché i lavoratori della concia nigeriani sono stati spiazzati dalla travolgen­te concorrenza dei coloranti sintetici cinesi, molti di loro potrebbero finire a riparare le auto della Tata, diffuse in tutta l’Africa, o a lavorare per la Bharti Airtel, l’azienda indiana leader nel mercato delle telecomunicazioni in di­ciotto paesi africani e la seconda più grande società di te­lecomunicazioni del continente. Grazie alla loro espe­rienza in Afghanistan e sull’Himalaya, gli addetti alla ma­nutenzione stradale indiani sono abituati a lavorare in condizioni avverse; non a caso la Infrastructure Leasing& Financial Services indiana si sta accaparrando molti contratti di costruzione in paesi strategici come l’Etiopia.

Quando si parla di migrazione asiatica in Africa, è uti­le rammentare che, sebbene la presenza dei cinesi sia una novità piuttosto recente, essi rappresentano solo una pic­cola percentuale del numero totale di asiatici in Africa. Dal XIXsecolo, quando gli inglesi portarono migliaia di indiani per costruire la ferrovia tra il Kenya e l’Uganda, il numero di indiani in Africa ha raggiunto i 3 milioni e passa di residenti, concentrati perlopiù in Sudafrica, nel­le Mauritius e in paesi dell’Africa orientale come il Ke­nya. Durban, in Sudafrica – dove Mohandas K. Gandhivisse all’inizio del XXsecolo e lanciò le sue campagne nonviolente contro la discriminazione –, è oggi la più grande città indiana al di fuori dell’India. I due più gio­vani miliardari africani, Ashish Thakkar di Dubai e Mo­hammed Dewji della Tanzania, provengono da famiglie di immigrati indiani. Il sistema scolastico indiano dei NIIT rappresenta il percorso educativo straniero più im­portante dell’Africa, dove sta esportando il suo modello di allineamento dei curricula ai bisogni dell’industria a tutto il continente.

Anche il Giappone ha acquisito un’esperienza decen­nale in Africa attraverso la sua attività di finanziamento allo sviluppo tramite l’Agenzia per la Cooperazione In­ternazionale Giapponese (JICA), che ha attualmente in programma progetti infrastrutturali e di sviluppo per un totale di 40 miliardi di dollari. Il Giappone e l’India in Africa godono di una reputazione migliore della Cina. I due paesi si sono inoltre impegnati a investire più di 200 miliardi di dollari in un nuovo “corridoio di crescita” Asia-Africa (Asia-Africa Growth Corridor) in collabora­zione con la Banca Africana di Sviluppo. Anche le so­cietà malesi, coreane e singaporiane sono sempre più vi­sibili nel panorama imprenditoriale africano. Nonostante le accuse di land grabbing (‘appropriazione di terre’), gli investimenti asiatici nell’agrobusiness stanno contri­buendo a stimolare la produttività agricola, che attual­mente è molto più bassa in Africa che in qualsiasi altra parte del mondo, nonostante l’Africa ospiti il 60 per cen­to della terra arabile mondiale. La rivoluzione verde, di cui il continente ha un disperato bisogno, potrebbe final­mente arrivare anche in Africa grazie agli investimenti asiatici in settori quali le sementi ibride, le strade rurali e il commercio efficiente. Soprattutto se si considera che le nazioni africane, i cui raccolti sono messi a dura prova dal cambiamento climatico e dall’aumento dei consumi, stanno importando sempre di più cibo dall’Asia.

Le implicazioni a lungo termine della rinnovata siner­gia afroasiatica nell’Oceano Indiano sono dunque estre­mamente positive. Gli asiatici stanno creando le condi­zioni affinché l’Africa sia in grado di far fronte a popo­lazioni tre (o anche quattro) volte più grandi di quelle che esistevano durante l’era coloniale. Sebbene il chiac­chiericcio occidentale sul neocolonialismo cinese sia ine­vitabile data la storia dell’Occidente in Africa, sarebbe più corretto parlare (se proprio si vuole ricorrere a un parallelismo occidentale) di un piano Marshall su scala continentale. L’ironia – e l’ipocrisia – di etichettare la Ci­na come una potenza neocoloniale è che proprio gli in­vestimenti cinesi nelle infrastrutture transfrontaliere co­me lacEast African Railway, che abbraccia una mezza dozzina di paesi, stanno permettendo ai paesi africani di superare i confini artificiali e restrittivi che hanno eredi­tato dal colonialismo europeo. Il fatto che gli asiatici oggi siano presenti in buona parte dell’Africa non significa che siamo di fronte a una riproposizione in salsa asiatica del colonialismo occidentale del secolo scorso. Gli asia­tici vogliono connettere l’Africa, non dividerla, attraver­so la costruzione di infrastrutture moderne che sia le agenzie multilaterali occidentali che i governi africani trascurano da decenni. I collegamenti afroasiatici hanno una storia secolare ma non sono mai stati così forti.

Il corteggiamento aggressivo dei paesi in via di svilup­po da parte delle principali potenze economiche è spesso considerata una “corsa al ribasso”, ma via via che i paesi africani cominciano a crescere e che i loro leader diventa­no più pragmatici, la concorrenza tra i vari pretendenti potrebbe invece alimentare una “corsa al rialzo” in cui vince chi riesce a ottenere più benefici possibili dalle po­tenze straniere. Dopotutto, gli asiatici non stanno sac­cheggiando le risorse africane, ma le stanno acquistando a caro prezzo, fornendo ai governi locali le entrate di cui hanno bisogno per investire nella diversificazione econo­mica. La corruzione è estremamente diffusa in Africa, specialmente nei settori minerario e infrastrutturale, ma è un problema che affonda le radici nel colonialismo, nella guerra fredda e nella cleptocrazia, non certo nel ritorno dell’Asia nel continente. In quanto a corruzione dei lea­der africani, infatti, gli europei rimangono imbattuti. So­lo negli ultimi anni, alcuni governi europei hanno comin­ciato a far rispettare (sebbene non del tutto) la Conven­zione anticorruzione dell’OCSE. Senz’altro c’è molto che gli imprenditori possono fare per adattare i prodotti alle esigenze degli investitori asiatici, più impareranno a proteggere le loro produzioni, i trasferimenti tecnologici e la riqualificazione dei lavoratori locali, ossia la formula adottata dall’Asia per innescare la propria ascesa. A loro volta gli investitori asiatici possono fare molto per com­battere la corruzione africana, ma in ultima analisi la riso­luzione del problema dipende dagli africani stessi. Il do­minio asiatico della produzione globale e l’avanzata del­l’automazione a basso costo significano che l’Africa po­trebbe non riuscire mai ad attrarre una produzione su larga scala, neanche in presenza di salari da fame. Pertan­to l’Africa dovrà sfruttare in modo efficiente i propri mi­nerali e investire nelle città vivibili, nella creazione di po­sti di lavoro nel settore dei servizi e nella formazione dei ­mercati africani.

Alcuni leader africani hanno espresso ammirazione per il cosiddetto modello cinese, che per loro significa “riforme economiche senza riforme politiche”. Ma il mo­dello africano, caratterizzato da cinquantatré Stati postco­loniali con regimi molto diversi tra loro, assomiglia di più all’Asia meridionale postcoloniale che alla Cina. L’India, per esempio, possiede un incredibile mix multietnico di una trentina di Stati: alcuni di questi sono devastati dalla guerra civile, altri crescono a ritmi impressionanti. Sia in India che in Africa, l’agricoltura impiega molti più lavo­ratori dell’industria, le relazioni tra imprese e governo oscillano tra la collusione e il conflitto, e i magnati del­l’industria forniscono servizi vitali ad ampi segmenti di popolazione. Uno dei paesi all’avanguardia dello svilup­po stabile dell’Africa, il Ruanda, ha esplicitamente preso a modello la città-Stato di maggior successo dell’Asia, Singapore. Il presidente Paul Kagame, da lungo tempo un ammiratore di Lee Kuan Yew, può vantare quindici anni di crescita sostenuta e una politica di investimenti sociali su larga scala. Il Ruanda oggi, insieme alle Mauri­tius, guida le classifiche africane in termini di competiti­vità, efficienza del governo e accesso al credito, e guida le classifiche mondiali nella percentuale di parlamentari (64per cento) donne. Tutti i modelli di governance a cui og­gi guardano i paesi africani sono asiatici. Al forum del 2015 sulla cooperazione Cina-Africa a Johannesburg, in Sudafrica, il presidente Xi ha promesso di aiutare «gli africani a risolvere i problemi africani alla maniera degliafricani». Ma in verità, la cosa migliore per l’Africa sa­rebbe imparare a risolvere i problemi alla maniera degli asiatici.

  • Capitolo VII tratto dal libro scritto dall’autore e pubblicato in Italia nel marzo del 2019 con il titolo Il secolo asiatico? – Fazi Editore, Roma (pagg.351 – 361)