Salon_de_Madame_Geoffrin

Per quanto possa sembrare controintuitivo, a definire la vera natura di questa crisi sarà la strategia che le imprese adotteranno. Oggi la crisi rappresenta soprattutto un temibile strumento di selezione delle imprese, come mostrano i preoccupanti dati numerici di fallimenti e chiusure. Tale selezione potrebbe acquistare un significato evolutivo nella misura in cui si riusciranno ad allestire meccanismi di vera innovazione improntati a nuove logiche di collaborazione e di condivisione in grado non solo di affrontare più efficacemente gli urti della crisi, ma di avviare una nuova fase per il paese. Se si continuerà a viaggiare in solitaria, la crisi, inevitabilmente, resterà pura e semplice selezione naturale, con ciò che ne consegue a livello di sistema. Diversamente, se la situazione di estrema turbolenza diventa occasione per una revisione dei modelli di azione precedenti, soprattutto per serrare i ranghi e provare ad allestire risposte condivise, è chiaro che la crisi potrebbe anche rappresentare per molti un’opportunità, poiché avrà prodotto collective learning. Ovvero, avrà stimolato la condivisione di pratiche, competenze e conoscenza, e mostrato l’utilità di quelle strategie connettive e collaborative di cui la maggioranza delle nostre imprese appare così carente.

La risposta alla crisi dipenderà dunque, in larga misura, dal ruolo che le imprese vorranno assumere in questo passaggio epocale. Senza l’energia, la forza, l’innovazione, la capacità di superare gli angusti confini nazionali, dalla crisi non usciremo. Queste stesse qualità, però, se singolari e frammentate, non porteranno a grandi risultati e non incideranno sul sistema. (…) Si è individuata un’avanguardia che adotta i medesimi modelli imprenditoriali, schemi organizzativi, riferimenti valoriali, che hanno asse centrale nella qualità.

La qualità è un progetto aziendale e al contempo un nuovo “valore” che rimodella l’idea stessa di valore. Essa appare correlata all’apertura dell’impresa al contesto, nelle diverse dimensioni di quest’ultimo. Nella qualità come valore c’è sempre dell’altro: un’affezione, un’aspirazione, un’ambizione che muove le imprese di successo laddove strumentalità e senso sono fusi insieme in modo pressochè indistinguibile e originale. Se l’élite imprenditoriale si riconosce nella qualità e riconosce la verifica di mercato come la misura fondamentale con la quale confrontarsi, al tempo stesso essa non rimane intrappolate alla sola dimensione economica. Una grande consapevolezza guida questa élite: se il dovere dell’impresa è quello di fare bene il proprio lavoro e di essere forte sui mercati, tale obiettivo è perseguito valorizzando la relazione dell’impresa con il contesto, sia internazionale e sia territoriale, costituito dalla storia, dalla memoria, dall’ambiente, dalla comunità locale, dai collaboratori.

L’avanguardia intrattiene con il territorio un rapporto di reciprocità. E questo costituisce un ulteriore fattore accomunante: il rapporto di scambio con il mondo che corrisponde, in primis, al proprio ambiente di nascita e di sviluppo, ma anche, più ampiamente, a una dimensione planetaria. Infine, questa élite si caratterizza per l’attenzione al lavoro e ai lavoratori, che si traduce nell’adozione di pratiche di valorizzazione e nell’investimento sul potenziamento di capacità e talenti.

Nell’insieme, però, questa élite, in un contesto sostanzialmente piatto, finisce per essere mitizzata, non costituendo di fatto un gruppo coeso. Ciò impedisce l’elaborazione di una rappresentazione di sé come realtà sociale rispetto alla società e alle istituzioni circostanti. E impedisce anche la costituzione, da parte dell’avanguardia imprenditoriale, di una borghesia imprenditoriale alla quale, per essere tale, mancano esattamente la consapevolezza della propria esistenza e del proprio potenziale ruolo come attore politico.

La sparizione dell’élite industriale del dopoguerra ha lasciato un vuoto che non è stato ancora colmato. L’Italia ha molte imprese di qualità in grado di competere ottimamente nel mondo, che mancano però della consapevolezza di una comune cultura e della sua condivisione, prima ancora che di strategie collaborative. (…) L’Italia non manca di risorse e di capacità di intrapresa: abbiamo un modello peculiare di business a cui guardare, ma è evidente che, per uscire dalla crisi, l’affermazione di un nuovo gruppo sociale coeso che faccia da esempio e traino e motivi al cambiamento una maggioranza a oggi in stallo diventa elemento discriminante.

La speranza, dunque è semplice ma al contempo non priva di complessità organizzativa: che gli imprenditori appartenenti a questa élite sappiano riconoscersi e insieme incomincino a intraprendere quel salto culturale di cui l’economia e la società italiana hanno un disperato bisogno per riaprire il futuro.

  • Brano tratto dal saggio “La nuova borghesia produttiva” a cura di Mauro Magatti, con il contributo di diversi autori, pubblicato da Guerini, anno 2015, Milano. (pagg. 147 – 151)