Roger Penrose

Tutti possiamo cadere in piccole trappole quando studiamo l’AI e il cervello umano. Si consideri per esempio un comportamento casuale. Potremmo sostenere che i computer pensano in un modo programmato e meccanicistico, mentre gli esseri umani possono farlo in maniera casuale. Questo non è corretto: tutti i pensieri umani sono generati nel nostro cervello e si basano quindi sulla sua composizione genetica e su ciò che abbiamo imparato nella nostra vita. Per quanto una determinata azione possa apparire casuale a un osservatore esterno, ciò avviene semplicemente perché l’osservatore non comprende il ragionamento che vi sta dietro.

Tutto quello che fate o dite nasce dai vostri impulsi cerebrali. A mo’ di semplice test, fate qualcosa di casuale, dire qualcosa a caso. Qualunque sia la vostra azione o espressione, sarete stato comunque voi a deciderla. Il fisico matematico Roger Penrose soleva dire: “C’è grande casualità nel circuito del cervello (umano)”. Il che è semplicemente falso. Un cervello umano è certamente una rete estremamente complessa di cellule cerebrali altamente connesse, ma i collegamenti sono dovuti alla crescita biologica, in parte diretta dal nostro patrimonio genetico e in parte dovuta alle esperienze di apprendimento, che modificano fisicamente la robustezza delle connessioni.

Solo perché qualcosa è complesso e difficile da capire non significa che sia casuale. Per esempio, il funzionamento di un centralino telefonico può apparire complesso a un osservatore che non lo comprende, ma non per questo opera secondo linee casuali, altrimenti non saremmo quasi mai in grado di fare una telefonata, e ci ritroveremmo collegati con altri utenti in maniera del tutto fortuita.

Prendiamo un’altra tesi di Roger Penrose che si riallaccia ai pregiudizi umanocentrici. Confrontando solo esseri umani e computer, per prima cosa esamineremo la tesi di Penrose: vediamo un po’ se la condividete! Iniziamo considerando una qualche forma di comunicazione e/o istruzioni:

  1. “L’autentica intelligenza richiede che l’autentica comprensione sia presente” o, più semplicemente, “l’intelligenza richiede comprensione”. In altre parole, se non capisci le cose non puoi essere intelligente.
  2. “L’effettiva comprensione non può essere ottenuta da un computer”. In altre parole, i computer non saranno mai in grado di capire.
  3. Di conseguenza: “I computer saranno sempre asserviti a noi (umani), non importa quanti progressi facciano”.

La tesi generale contenuta nei punti 1 e 2 sembra essere quella per cui gli umani capiscono le cose, che si tratti sia di comunicazione, sia di un’indagine sul mondo che ci circonda, e che questo sia l’elemento essenziale necessario all’intelligenza. La tesi procede affermando che i computer possono effettivamente essere in grado di fare le cose, per esempio comunicare, ma che non capiscono quello che fanno, e dunque non possono essere intelligenti. Il punto 3 conclude quindi che i computer saranno sempre asserviti all’uomo, sulla base del fatto che l’intelligenza umana è superiore all’AI, dal momento che quest’ultima non raggiungerà mai il grado di comprensione che possono vantare gli umani.

Per confutare la tesi cerchiamo di allargare la discussione all’intelligenza in generale, includendo gli animali. Molte creature sembrano comunicare o impartire istruzioni ai membri della loro specie: è una caratteristica che possiamo facilmente osservare nelle mucche, nelle api e nelle formiche, così come negli scimpanzé, nei pipistrelli e via dicendo. Quando un pipistrello stride all’indirizzo di un altro esemplare, o quando una mucca fa altrettanto, muggendo, è presumibile che entrambi abbiano idea di cosa stanno esprimendo; anzi, gli animali sembrano spesso rispondersi e interagire l’un con l’altro. Un pipistrello sembra capire un altro pipistrello; una mucca sembra capire un’altra mucca. Ma noi umani riusciamo a comprenderli? Possiamo comunicare con loro? La risposta è no.

Utilizzando gli stessi argomenti addotti da Penrose, non essendo in grado di capire realmente i pipistrelli, le mucche, etc., noi umani non possiamo dirci intelligenti come loro. Di conseguenza, saremo sempre sottomessi: i pipistrelli e le mucche governano la Terra! Evidentemente, una tesi del genere è ridicola, allo stesso modo in cui lo è appunto quella di Penrose, secondo cui i computer saranno sempre sottomessi all’uomo.

I computer possono comprendere le cose in un modo diverso rispetto all’uomo, così come è probabile che lo facciano gli animali e che alcuni umani capiscano determinate cose in maniera diversa rispetto ad altri umani. Questo non rende intelligenti alcuni di loro e altri no. Significa semplicemente che ciascuno è intelligente in modo diverso da un altro. Tutto è soggettivo.

Quanto al terzo punto di Penrose: be’, questo è puramente hollywoodiano, nient’altro che fiction. Magari farà sentire bene qualcuno poter dire che le macchine saranno sempre sottomesse agli esseri umani, ma in questa affermazione non vi è alcuna logica. Quando gli aztechi e i nativi americani furono sopraffatti dagli europei, si sarebbe potuto dire che la cultura “migliore”, più intelligente, era quella che giocava in casa. Ciò che gli invasori portarono con sé, malattie a parte, era una tecnologia di gran lunga superiore, che gli assaliti non comprendevano e non potevano padroneggiare. Dobbiamo perciò concludere che solo perché qualcosa non è intelligente allo stesso modo in cui lo siamo noi non significa che ci sarà sempre sottomessa!

  • Brano tratto dal libro “Intelligenza artificiale. Le basi” pubblicato da Dario Flaccovio Editore, Palermo, anno 2015. (pagg. 110 – 113).