18th_National_Congress_of_the_Communist_Party_of_China

L’affermazione della Cina sui mercati internazionali, il cambiamento di visone politica della Russia, l’ingresso nel mondo capitalistico di gran parte dei paesi asiatici, e in prospettiva dell’Africa, sono fattori che hanno notevolmente ridimensionato il ruolo della cultura comunista nel mondo. Già, che cosa è rimasto di quei valori e di quei significati che nel corso del Novecento hanno cambiato la storia di molte nazioni? “Il comunismo – precisa Marco Del Corona, giornalista del Corriere della Sera – è rimasto solo in quattro Paesi asiatici: Cina, Corea del Nord, Laos, Vietnam”. E quello cinese è in via di grandi trasformazioni, si è accomodato al mercato capitalistico, anche se ai vertici e nella sua struttura mantiene una rigorosa impostazione di comando dove il ruolo del partito è preminente. “Il linguaggio dei cinesi – mette in evidenza Giulio Tremonti – esalta comunque La lunga marcia, Il grande balzo. C’è un senso di nazionalismo che Xi Jin Ping incarna perfettamente, presentandosi in divisa militare alle parate”.

Da quando la Cina è entrata nel WTO (dall’11 novembre del 2001), è nata una tensione tra Pechino e Washington per l’egemonia su gran parte del mondo. La Cina è partita come fabbrica del mondo, poi è avanzata sull’aspetto della cultura scientifica e tecnologica. “Ora – precisa Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano – è una grande potenza della tecnologia. Nelle prime venti imprese mondiali legate al web, nove sono cinesi e vantano la più grande capitalizzazione concentrata in un settore strategico”.

I brevetti cinesi sono quasi il doppio di quelli americani. Un colosso come Huawey che detterà legge nel 5G fattura oggi 120 miliardi di dollari e investe circa il 20% dei suoi profitti in ricerca e sviluppo. Il partito comunista cinese e le famiglie puntano sullo studio dei figli: sanno che è dalla loro formazione che dipenderà il grado di affermazione della Cina sul proscenio internazionale. “Nel Paese del Dragone – circostanzia Maurizio Scarpari, filologo e sinologo di Ca’ Foscari – negli anni ’70 c’ra molta povertà. Poi c’è stato l’avvio delle prime riforme. Oggi la TAV cinese è la più avanzata al mondo, i pagamenti si fanno con il cellulare e i programmi politici, culturali e sociali sono stati elaborati fino al 2050. La politica, che vanta un’organizzazione fortissima dello stato, lavora sul lungo termine e ha progetti ambiziosi perché punta all’egemonia in gran parte del pianeta”. Si pensi alla conquista del mercato delle materie prime in Africa, all’acquisizione dei porti e dei nodi di interscambio in Europa.

E primo fra tutti c’è il progetto della Via della Seta, che è un progetto politico di lungo respiro in grado di riunire tra loro due continenti: l’Asia e l’Europa. “A Roma – sottolinea Giulio Tremonti – i cinesi vengono a studiare il Diritto Romano, con una visione da milleniaristi, che coniuga visione imperiale, leggi e codici. Sta nascendo e si sta fortificando una nuova grande potenza, specifica e dalla forte connotazione culturale”. Uno schiaffo alla Common Law anglosassone, una presa di posizione chiara. I cinesi non vogliono il free trade, preferiscono il fair trade. Gli Stati Uniti hanno capito che i rapporti con la Cina sono delicati e meritano la più grande attenzione, perché il rischio di una rottura del fragile equilibrio potrebbe fare danni notevoli.

Ci sono però anche problemi demografici, da seguire sullo sfondo. “In Cina – illustra Maurizio Scarpari – sono usciti dalla povertà circa 700 milioni di individui, le città si sono sviluppate tanto da creare una classe media di circa 400 milioni di individui, ma nelle aree rurali resta una prevalente popolazione costituita in maggioranza da anziani”. Difficile non pensare a nuovi problemi che potrebbero minare la tenuta interna. La Cina è densamente popolata sulle coste e scarsamente all’interno. “Il mondo cinese – chiarisce Giuliano Noci – è centrato su una visione imperiale, dove all’imperatore si è sostituito il capo di un partito (Xi Jin Ping resta presidente a vita, NdR) e dove la mentalità comune dominate è il confucianesimo. A ciò si aggiunga che la meritocrazia è reale”.

Il modello cinese non è compatibile con quello occidentale. Pechino non vuole la democrazia, dialoga con i Paesi democratici e con l’Europa in particolare, perché riconosce nel Vecchio Continente la fonte di valori, il patrimonio storico e culturale con cui forse è possibile interagire. Xi Jin Ping ha ripetuto più volte che i cinesi vogliono diventare ricchi prima di essere troppo vecchi. Un monito che gran parte della popolazione segue: anche i giovani che si laureano nelle principali università e che puntano su discipline come l’Intelligenza Artificiale, dove la Cina potrà giocare le sue carte migliori nel tentativo di conquistare se non l’egemonia totale, almeno un ruolo preminente. “A sua volta – ne è convinto Maurizio Scarpari – il modello cinese è di difficile esportazione perché vale solo nel perimetro nazionale. Pechino punta su un nazionalismo da patrioti, dove il cinese medio si deve sentire orgoglioso in quanto appartiene a una civiltà radiosa”.

E’ dunque alquanto strano che nel 2017 a Davos sia stato proprio Xi Jin Ping ad essere considerato il paladino del capitalismo mondiale. L’Occidente non ha forse compreso che essere adeguati al mercato e difenderlo non significa accettare tout-court i modelli su cui è sorto. Sul mercato possono convivere diverse culture. E si può presentare anche quella in cui la libertà di commercio è soggetta a una forte mano politica e questa concentrata nelle mani di pochi che hanno a cuore il bene comune condiviso, nel solco della rivoluzione comunista. Il colosso Huawey non è quotato in borsa. Il suo fondatore detiene una quota di minoranza delle azioni, il resto è disseminato tra gli oltre 100 mila dipendenti. E quando mai si è vista una società così in Occidente?

E’ meglio che la Cina venga studiata a fondo, che se ne comprendano le sfumature di pensiero più recondite. La saggezza cinese è proverbiale. Dovremo imparare a convivere con le istituzioni e le imprese di una società che vuole essere civiltà e che punta a dominare il mondo. A piccoli passi, come nel gioco del go dove non si uccide l’avversario, ma lo si circonda piano piano, fino a costringerlo alla resa. La battaglia sarà prima di tutto e soprattutto culturale. E’ questo il modello forte che Confucio, l’imperatore e il comunismo hanno impresso al popolo cinese.

  • Sintesi della Tavola rotonda promossa e organizzata dalla Fondazione Corriere della Sera nelle sale di via Balzan a Milano, 18 novembre 2019.