Euro

Se qualcuno, con l’aria di chi vuole metterti in guardia, venisse a dirti con enfasi che quello dell’economia e degli affari è un mondo rischioso, otterrebbe lo stesso effetto di chi ti sussurrasse all’orecchio che di mamma ce n’è una sola. Nulla di più ovvio e risaputo. E pure il rischio non è una variabile costitutiva dell’economia, nel senso che non ne è una componente specifica, bensì una costante logica.

Non avevo mai messo piede in quel bar, e quando ne sono uscito con il biglietto della lotteria stavo solo pensando alla piccolissima probabilità che avrei avuto di vincere e a quella, grandissima, di aver sprecato cinque euro, non certo al fatto che sarei stato morsicato da un cane sul marciapiede e che avrei passato il resto della giornata al pronto soccorso. Per le stesse ragioni che escludono una forma di valore che non si percepisce, non può darsi un rischio inavvertibile, non percepibile. Circostanza che, semmai, ci indurrà a parlare di evento imponderabile. Valore e rischio sono sensazioni e, per definizione, esisteranno solo nel momento in cui si sentono.

La soggettività del rischio, questo sì, ha importanti conseguenze economiche, per lo più associate al concetto di specializzazione. Lascio che sia mia moglie ad avere a che fare con i fornelli perché è più brava e più efficiente. Fosse per me rischieremmo di cenare malissimo (e tradissimo, dato che sono anche lentissimo).

Lascio che il domatore e il pilota facciano il loro mestiere perché sono specializzati a compiere gesti che io considero rischiosi e loro del tutto normali. Mi affido al banchiere che sa come investire il mio denaro e che si assume il rischio di dovermelo restituire in qualsiasi momento. Il fatto che non mi dica nulla di preciso di ciò che ne fa mi lascia pienamente tranquillo. La soggettività del rischio, infatti, non ne impedisce la perfetta trasmissibilità, tanto in finanza quanto in altre occasioni dell’esistenza.

Rinuncio a un viaggio eccitante e pieno di incognite, compro il biglietto d’ingresso al cinema che tutt’al più mi sottopone al rischio di vedere un brutto film. Compro l’opzione di tre mesi per l’acquisto di mille barili di petrolio a cento dollari l’uno perché ho la netta sensazione che il prezzo del petrolio salirà ben oltre questa soglia. Acquisto questa opzione  da chi non sopportava il rischio che il prezzo del petrolio potesse diminuire. Vendo le azioni i cui corsi altalenanti mi hanno dato troppe preoccupazioni, compro obbligazioni i cui prezzi sono notoriamente più stabili.

Il rischio termina dove ha inizio il difetto di esperienza, di conoscenza. L’incertezza economica non ha a che vedere con l’imprevisto, bensì con un generico previsto. Il progresso nasce dalla necessità di una direzione, che non è necessariamente quella di un miglioramento. E quelli del rischio economico e del progresso sono quindi sentieri paralleli, indipendenti, ma con la stessa direzione.

Una buona scienza dell’economia, intraprendente e diligente, potrà rendersi artefice di un’analisi scolastica del rischio. Ma si dovrà ammettere che, nella sua dimensione soggettiva – quella prevalente e di gran lunga più interessante -, il rischio è destinato a rimanere una variabile sfuggente, un concetto economicamente poco analizzabile. Il rischio è generale, esiste perché esistiamo e perché esiste il mondo. Ma attenzione, possiamo metterci in testa tutte le idee che vogliamo: il mondo non rischia nulla, siamo noi che rischiamo.

L’individuo si fa spesso un’idea personale di sé, delle sue intenzioni, di magnifiche imprese che egli dovrebbe recare in atto: si fa un’idea propria dell’importanza che la sua persona avrebbe, e su cui egli sarebbe autorizzato a contare, servendo essa alla salute del mondo. Tali immaginazioni sono condannate a rimanere lì dove sono. Di se stessi si possono sognar molte cose, che poi si riconducono a un’idea esagerata del proprio valore. Può anche accadere, certo, che così resti sacrificato il diritto nell’individuo: ma ciò non riguarda la storia del mondo, a cui gli individui servono solo come mezzo per il suo progresso. (G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia(seconda e ultima parte)

  • Brano tratto dal volume “C’era una volta una scienza triste” pubblicato da Jaca Book, Milano, anno 2015 (pagg. 254 – 257)