Euro

Se qualcuno, con l’aria di chi vuole metterti in guardia, venisse a dirti con enfasi che quello dell’economia e degli affari è un mondo rischioso, otterrebbe lo stesso effetto di chi ti sussurrasse all’orecchio che di mamma ce n’è una sola. Nulla di più ovvio e risaputo. E pure il rischio non è una variabile costitutiva dell’economia, nel senso che non ne è una componente specifica, bensì una costante logica.

Il rischio è inseparabile da qualsiasi evento futuro e da qualunque manifestazione attesa della vita, e diventa un luogo comune – nulla più che un modo di dire – parlarne con accenti particolari riferiti all’avvio o allo svolgimento di una qualsiasi attività economica. Non a caso il rischio è un’emozione di varia durata, che può ridursi al tempo di un battito di ciglia, quello sufficiente a una rapida riformulazione del pensiero e del suo rapporto con l’azione che ne consegue. Parlo della reazione e della correzione del comportamento che la percezione del rischio comporta. Quanto tempo impiego, in montagna, a cercare un appiglio nella roccia, con le dita e le unghie, quando le gambe trasmettono alle braccia la paura di cadere nel vuoto?

Il rischio ha cause oggettive ed effetti soggettivi, nasce dalla situazione ma si scarica tutto sul soggetto destinato a sperimentarla. Vale per lo scalatore, vale per chi, come me, non accetterebbe di sostituire un domatore, un pilota d’aereo o un pompiere, tutti individui che fanno per un normale stipendio ciò che io non farei per tutto l’oro del mondo. E vale per chi – come te, uomo saggio e responsabile – rifiuterebbe il ruolo ambito del banchiere per il semplice motivo che non ha alcuna esperienza di finanza, di prodotti finanziari, di raccolta e impiego del denaro. Si va a caccia di emozioni, non di sensazioni spiacevoli. Disinvestire da Wall Street per puntare sulle borse asiatiche è normale per lo speculatore internazionale ma non per il comune risparmiatore.

Definire economico un rischio sembra quasi una forzatura, frutto di un riferimento puntuale e arbitrario all’ambito dell’economia, qualificazione e applicazione troppo circoscritta di una condizione esistenziale. Rischio perché sono vivo. E se proprio non si potesse fare a meno di una definizione potremmo considerare il “rischio economico” come il costo attuale della speranza di una maggiore ricchezza futura. Pago con il rischio di oggi ciò che spero di ottenere domani. Investo ancora nel difficilissimo mercato dell’automobile anche se ho paura che le cose non vadano per il verso giusto. La partita, infatti, è colossale: se riuscissi a passare dai due ai sei milioni di veicoli prodotti all’anno, diventerei un grandissimo produttore a livello mondiale. E l’obiettivo, per me e per qualcun altro, vale certo qualche notte insonne.

Investo i miei ultimi euro su un cavallo che è dato perdente. Solo la differenza tra quanto perderei e quanto vincerei mi ha spinto ad affrontare la situazione incresciosa del trovarsi senza un soldo in tasca. Legato com’è a uno stato psicologico, il rischio non è nei fatti, ma nella loro previsione. Se percorro troppo velocemente una strada piena di curve rischio un incidente solo prima di averlo fatto, e solo se so di poterlo fare.

Il secondo requisito della sussistenza del rischio è che certe circostanze siano preferite ad altre. E’ essenziale che io preferisca evitare l’incidente, che io lo consideri un evento non solo incerto ma anche sgradevole. Pago un’assicurazione affinchè mi risarcisca nell’ipotesi in cui si verifichi un fatto in merito al quale possono essere formulate solo delle ipotesi. Pertanto, sarà ottimista o pessimista chi tende a limitare il campo delle ipotesi, ovvero chi sarà portato a prendere in considerazione solo quello di segno positivo o, al contrario, quelle di segno negativo.

Il rapporto tra il rischio e l’evento è sconcertante e stranamente somigliante a quello tra l’inizio e la fine di una situazione. In mezzo c’è solo la situazione. Uno stato d’animo nasce, vive per un po’, e poi muore, lasciando il posto a un altro stato d’animo. L’equilibrista parte da un’estremità del filo e mette un piede dopo l’altro per arrivare dove deve. Sia che raggiunga l’altra estremità sia che cada prima, avrà un’emozione – quella del rischio – di durata pari a quella del suo percorso, né più né meno. L’area del rischio può tutt’al più coincidere con quella degli eventi possibili, ma è costruita di fatto attorno al significato centrale dell’ipotesi. Sul piano pratico, il suo perimetro potrà aumentare in virtù dell’aumento del numero delle ipotesi formulabili, non di quello dei fatti possibili. (in seguito, seconda e ultima parte)

  • Brano tratto dal volume “C’era una volta una scienza triste” pubblicato da Jaca Book, Milano, anno 2015 (pagg. 254 – 257)