Levantina

Non sono una di quelle persone cui piace credere sempre che “prima era meglio”. Le scoperte scientifiche mi affascinano, la liberazione delle menti e dei corpi mi incanta, e considero un privilegio il fatto di vivere in un’epoca inventiva e sfrenata come la nostra. Tuttavia, negli ultimi anni sto vedendo delle derive sempre più preoccupanti che minacciano di distruggere tutto ciò che la nostra specie ha costruito finora, tutto ciò di cui siamo stati legittimamente orgogliosi, tutto ciò che siamo abituati a chiamare “civiltà”.

Come siamo arrivati a questo punto? E’ la domanda che mi faccio ogni volta che mi trovo ad affrontare le sinistre convulsioni di questo secolo. Che cosa è andato storto? Quali sono le strade che non avremmo dovuto prendere? Avremmo potuto evitarle? E oggi, è ancora possibile raddrizzare la barra?

Se ricorro a un vocabolario marinaresco è perché l’immagine che mi ossessiona da alcuni anni è quella di un naufragio – un moderno e scintillante transatlantico, sicuro di sé e considerato inaffondabile come il Titanic che trasporta una folla di passeggeri provenienti da tutti i paesi e che avanza col gran pavese verso la sua rovina.

Devo aggiungere che non è solo da spettatore che ne osservo la traiettoria? Io ci sono a bordo, con tutti i miei contemporanei. Con le persone che amo di più, e quelle che non mi piacciono molto. Con tutto quello che ho costruito, o credi di aver costruito. (…) Devo dire che è con spavento che vedo le montagne di ghiaccio avvicinarsi a noi. Ed è con fervore che prego il Cielo, a modo mio, affinché riusciamo a evitarle.

Il naufragio è, ovviamente, solo una metafora. Inevitabilmente soggettiva, necessariamente approssimativa. Si potrebbero trovare molte altre immagini capaci di descrivere gli alti e i bassi di questo secolo. Ma è questa quella che mi ossessiona. Non passa giorno, in questi ultimi tempi, senza che mi venga in mente.

Spesso, troppo spesso, purtroppo, è il mio paese natale a farmi pensare a questa immagine. Tutti questi posti di cui mi piace pronunciare gli antichi nomi – Assiria, Ninive, Babilonia, Mesopotamia, Emissa, Palmira, Tripolitania, Cirenaica, o il regno di Saba, un tempo noto come “Araba Felix”… Le loro popolazioni, eredi delle più antiche civiltà, fuggono su delle zattere proprio come dopo un naufragio.

A volte è in gioco il riscaldamento globale. I giganteschi ghiacciai che continuano a sciogliersi, l’oceano Artico che, durante i mesi estivi, diventa nuovamente navigabile, per la prima volta in migliaia di anni; gli enormi blocchi che si staccano dall’Antartide; i paesi insulari del Pacifico preoccupati dalla prospettiva di ritrovarsi presto sommersi… Ci saranno davvero nei prossimi decenni dei naufragi apocalittici?

Altre volte l’immagine è meno concreta, meno toccante umanamente, più simbolica. Così, quando si guarda a Washington, capitale della prima potenza mondiale, quella che dovrebbe dare l’esempio di una democrazia adulta e dovrebbe esercitare sul resto del pianeta un’autorità quasi paterna, non si pensa forse a un naufragio? Nessuna imbarcazione di fortuna fluttua sul Potomac ma, in un certo senso, è la cabina di pilotaggio del vascello umano che è inondata, ed è l’umanità intera che sta andando incontro al naufragio.

Altre volte ancora si tratta dell’Europa. Il suo sogno di unione è stato, a mio avviso, uno dei più promettenti dei nostri tempi. Che fine ha fatto? Come abbiamo potuto lasciare che sprofondasse in questo modo? Quando la Gran Bretagna ha deciso di lasciare l’Unione, i leader del mondo si sono affrettati a minimizzare l’accaduto, promettendo iniziative coraggiose tra i membri rimanenti per riavviare il progetto. Spero con tutto il cuore che ci riusciranno. Nel frattempo, non posso che sussurrare di nuovo: “Che naufragio!”

Lunga è la lista di tutto ciò che, ancora fino a ieri, riusciva a far sognare gli uomini, a elevare le loro menti, a mobilizzare le loro energie, e che ha ormai perso la sua forza di attrazione. Questa “smonetizzazione” degli ideali, che non smette di espandersi, e che riguarda tutti i sistemi, non mi sembra offensivo equipararla a un naufragio morale generalizzato. Mentre l’utopia comunista sprofonda negli abissi, il trionfo del capitalismo è accompagnato da un’oscena esplosione di disuguaglianza. Cosa che forse ha, economicamente, la sua ragione d’essere; ma a livello umano, a livello etico, e senza dubbio anche sul piano politico, è innegabilmente un naufragio.

Questi esempi sono eloquenti? Non abbastanza, secondo me. Spiegano certamente il titolo che ho scelto, ma non permettono ancora di comprendere l’essenziale. Ovvero che si è messo in moto un ingranaggio che nessuno ha volutamente innescato, ma verso il quale tutti siamo condotti di forza, e che minaccia di annientare le nostre civiltà. (…) Il mio universo levantino è stato il primo ad affondare, la mia nazione araba è stata quella la cui angoscia suicida ha portato l’intero pianeta in un ingranaggio distruttivo… (seconda e ultima parte).

  • Brano tratto dal libro “Il naufragio delle civiltà”, pubblicato da La Nave di Teseo, collana i Fari, Milano, anno 2019 (pagg. 17 – 21)