Levantina

Sono nato in buona salute tra le braccia di una civiltà morente, e per tutta la vita mi sono sentito come un sopravvissuto, senza merito o colpa, mentre tante cose intorno a me scivolavano nel caos; come quei personaggi cinematografici che passano attraverso strade dove crollano tutti i muri, eppure ne escono indenni, scuotendo la polvere dai propri vestiti, mentre dietro di loro la città intera è solo un mucchio di macerie.

Questo è stato il mio triste privilegio, fin dal mio primo respiro. Ma è anche, senza dubbio, una caratteristica della nostra epoca, se la confrontiamo con quelle che l’hanno preceduta. Nel passato, gli uomini avevano la sensazione di essere effimeri in un mondo immutabile; le persone vivevano nelle terre in cui avevano vissuto i loro genitori, lavoravano come loro avevano lavorato, si curavano come loro si erano curati, si istruivano come loro si erano istruiti, pregavano allo stesso modo, si muovevano con gli stessi mezzi. I miei quattro nonni e tutti i loro antenati da dodici generazioni sono nati tutti sotto la stessa dinastia ottomana, come avrebbero potuto non pensare che fosse eterna?

“A memoria di rosa, non si è mai visto morire un giardiniere”, sospiravano i filosofi francesi dell’Illuminismo pensando all’ordine sociale e alla monarchia del loro paese. Oggi, quelle rose pensanti che siamo noi vivono sempre più a lungo, mentre i giardinieri muoiono. Nell’arco di una vita, abbiamo tempo per assistere alla scomparsa di paesi, imperi, popoli, lingue, civiltà.

L’umanità sta cambiando sotto ai nostri occhi. Mai la sua avventura è stata tanto promettente, né così pericolosa. Per lo storico, lo spettacolo del mondo è affascinante. Ma deve comunque fare i conti con la sofferenza dei suoi simili e con le sue personali preoccupazioni.

Sono nato nell’universo levantino. Ma esso è talmente dimenticato al giorno d’oggi che la maggior parte dei miei contemporanei forse non sa più neanche a cosa mi riferisca. E’ vero che non è mai esistita una nazione con questo nome. Quando qualche libro parla del Levante, la sua storia rimane imprecisa, e la sua geografia mobile: per lo più solo un arcipelago di città mercantili, spesso costiere, ma non sempre, da Alessandria a Beirut, Tripoli, Aleppo o Smirne, e da Baghdad a Mosul, Costantinopoli, Salonicco, Odessa o Sarajevo.

Nel mio uso, questo termine obsoleto – “levantino” – si riferisce all’insieme dei luoghi dove le antiche culture dell’Oriente mediterraneo hanno frequentato quelle più giovani dell’Occidente. Dalla loro intimità stava quasi per nascere, per tutti gli uomini, un avvenire diverso.

Tornerò più in dettaglio su questo appuntamento mancato, ma devo dire una parola su di esso fin da ora per chiarire il mio pensiero: se i cittadini delle diverse nazioni e i seguaci delle religioni monoteistiche avessero continuato a vivere insieme in questa parte del mondo e fossero riusciti ad accordare i loro destini, l’intera umanità avrebbe avuto davanti a sé, ispirazione e illuminazione del suo cammino, un modello eloquente di convivenza armoniosa e prosperità. Purtroppo, è accaduto il contrario, ha prevalso il disprezzo ed è stata l’incapacità di vivere insieme a diventare la regola. Le luci del Levante si sono spente. E l’oscurità si è diffusa in tutto il pianeta. E, dal mio punto di vista, non è una semplice coincidenza.

L’ideale levantino, per come i miei lo hanno vissuto, e tale e quale io ho sempre voluto viverlo, richiede che ciascuno si assuma tutte le sue appartenenze, e un po’ anche quelle altrui. Come ogni ideale, aspiriamo a esso senza mai raggiungerlo completamente, ma l’aspirazione stessa è salutare, indica la strada da seguire, il sentiero della ragione, la vita del futuro. Arriverò persino a dire che è questa aspirazione a segnare, per la società umana, il passaggio dalla barbarie alla civiltà.

Durante tutta la mia infanzia, ho osservato la gioia e l’orgoglio dei miei genitori quando menzionavo amici o parenti appartenenti ad altre religioni o ad altri paesi. Era solo un’intonazione nella loro voce, a malapena percepibile. Ma un passaggio passava: un’indicazione di indirizzo, direi oggi.

A quel tempo, la cosa mi sembrava normale, non ci facevo neanche caso, ero convinto che tutto ciò avvenisse sotto tutti i cieli. E’ stato solo molto più tardi che ho capito quanto tale prossimità tra comunità diverse che regnava nell’universo della mia infanzia fosse rara. E quanto fosse fragile. Ben presto nella vita l’avrei vista sbiadirsi, degradarsi, poi svanire, lasciandosi alle spalle solo nostalgia e ombre.

Ho avuto ragione a dire che l’oscurità si è diffusa sul mondo quando le luci del Levante si sono spente? Non è incongruo parlare di oscurità quando, come sappiamo tutti, io e i miei contemporanei stiamo assistendo al più spettacolare progresso tecnologico di ogni tempo? Quando abbiamo a portata di mano, come mai prima, tutta la conoscenza umana; quando i nostri simili vivono sempre più a lungo, e con una salute migliore rispetto al passato; quando così tanti paesi del vecchio Terzo mondo, a cominciare dalla Cina e dall’India, finalmente sono usciti dal sottosviluppo?

E’ proprio qui il desolante paradosso di questo secolo: per la prima volta nella storia, abbiamo i mezzi per liberare la specie umana da tutte le piaghe che l’assalgono, per condurla serenamente verso un’era di libertà, di progresso senza macchia, di solidarietà planetaria e opulenza condivisa; ed eccoci qui, invece, lanciati a tutta velocità sul percorso opposto. (fine prima parte, segue la seconda)

  • Brano tratto dal libro “Il naufragio delle civiltà”, pubblicato da La Nave di Teseo, collana i Fari, Milano, anno 2019 (pagg. 13 – 17)