Italia

Oggi l’Italia si trova nella paradossale situazione di essere “piena di spazi vuoti”: dispone infatti di un patrimonio di oltre 6 milioni di beni inutilizzati o sottoutilizzati (significa più di due volte la città di Roma, vuota…) tra abitazioni e altri immobili pubblici, “parapubblici” e privati suddivisi in: ex-fabbriche e capannoni industriali dismessi; ex-scuole, asili; oratori e opere ecclesiastiche chiuse, monasteri abbandonati; cantine sociali; colonie e case vacanza; spazi di cooperative di mutuo soccorso; case del popolo; edifici abbandonati di proprietà  di enti ed aziende pubbliche (case cantoniere, consorzi irrigui, consorzi agrari, pese pubbliche, Enel, Anas, edilizia popolare, etc.); caserme; opere pubbliche non concluse, incompiute o terminate e mai attivate; stazioni ferroviarie chiuse; ex-macelli e foro boario; ex-cantieri; cinema e teatri dismessi; negozi e uffici vuoti; luoghi di divertimento, hotel e centri commerciali abbandonati; beni oggetto di fallimento; beni confiscati alle mafie; paesi fantasma, borghi, cascine, masserie, malghe ed alpeggi abbandonati.

Le ricerche sulle richieste che i giovani – e in generale le comunità locali – pongono alla Pubblica Amministrazione – evidenziano sempre ai primi posti quella di poter disporre di spazi, al fine non solo di incontro, socialità e aggregazione, ma sempre più anche per opportunità di lavoro. Queste nuove funzioni d’uso sono legate all’autoimprenditorialità e quindi alle start up culturali e sociali, ad attività lavorative quali il co-working, hub, fab lab, incubatori e acceleratori di idee e/o di impresa, officine di co-working, etc. Infine vi sono anche funzioni d’uso legate alle dimensioni dimensioni abitative innovative quali co-housing, bed sarin, couch surfing, foresterie, residenze artistiche, bed and breakfast, ostelli e via discorrendo.

Ci sono – in Europa, ma anche in Italia – delle buone prassi interessanti su questei temi, sviluppate con investimenti molto contenuti e che hanno ottenuto risultati importanti.

Obiettivo diventa quindi quello di “ri-usare l’Italia”. Infatti il bisogno attuale dei giovani è proprio quello di lavoro e casa; mai infatti la disoccupazione giovanile è arrivata ai livelli attuali, così come la permanenza dei giovani in famiglia si è prolungata così a lungo.

Mettere a disposizione dei giovani questi spazi è anche una “leva economica” importante, perché permette l’occupabilità giovanile, in quanto molte esperienze sono appunto legate alle start up sociali (quindi anche no profit) nel campo della cultura, danza, musica, arte, sport, turismo leggero, valorizzazione ambientale, educazione, wellness, comunicazione e gestione di informazioni, green economy. Si tratta di creare reddito e occupazione puntando su forme innovative di impresa a orientamento meno speculativo e più sociale, in piena coerenza sia con il dibattito in corso a livello scientifico, sia con i recenti orientamenti dell’Unione Europea che pone appunto anche l’investimento nell’innovazione e nell’imprenditorialità sociale fra gli obiettivi principali di “Europa 2020”. Secondo queste direttrici è infatti necessario sostenere l’occupazione giovanile, valorizzare il capitale umano e individuare efficaci misure di promozione dell’imprenditorialità, in particolare giovanile, nei settori creativi non tecnologici (cioè a basso investimento di capitali in strutture tecnologiche) che risultano particolarmente promettenti nell’offrire interessanti opportunità per la nascita di nuove imprese in ambito sociale. In questo modo gli spazi vuoti diventano luoghi significativi per i giovani e la comunità locale, in grado di generare occupabilità attraverso sturt up sociali e culturali. Si parla allora di “ri-generazione urbana”, oltre che di sviluppo locale.

Per procedere nell’approccio a questo modello, dove il mix tra spazi vuoti, disoccupazione giovanile, innovazione, territori, start uppers, sono generativi di valore sociale ed economico, è necessario assumere nuovi paradigmi e in un’ottica interdisciplinare. E questo vale per urbanisti, operatori sociali, educatori, funzionari pubblici, amministratori locali, giovani, operatori del Terzo settore. Dobbiamo infatti ricordare che per ripartire al meglio nel “dopo crisi” è necessaria una “discontinuità strategica” che porti a formulare nuovi pensieri attraverso i quali sia possibile svincolarsi da logiche desuete e auto conservative, con poca ricerca di senso e di significati.

Formazione continua e innovazione sono “due vitamine” necessarie alla competitività e alla rimotivazione di tante professionalità, da riaccompagnare in questa fase in una ricerca di nuovi paradigmi e significati.

  • Brano tratto dal volume “Riusiamo l’Italia. Da spazi vuoti a start up, edito da Il Sole 24 Ore Libri, Milano, anno 2014 (pagg. 19 – 23)