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La sapete la storiella dei due economisti che camminano per strada? “Toh, guarda, una banconota da 20 euro sul marciapiedi!”, esclama il primo. “Ma dai, figurati! – replica il secondo. Se ce ne fosse una, qualcuno l’avrebbe già raccolta!”. Questa è una parodia dell’Ipotesi del Mercato Efficiente (IME), la tesi controversa secondo cui non esiste un metodo certo ed equo di investimento capace di superare il guadagno medio del mercato finanziario. Se avete un attimo di pazienza, fra poco capirete cosa c’entra con il nostro discorso.

Naturalmente, esistono modi imprevedibili per battere il mercato: vi capita magari di leggere la notizia di cronaca di un’azienda, comprate le sue azioni e salutate felici la sua ascesa in Borsa. Il fatto è che la crescita delle azioni è prevedibile come può esserlo una puntata del Casinò di Las Vegas. Se lavorate in una ditta farmaceutica potreste essere i primi a sapere che un certo farmaco si è dimostrato efficace in un trial clinico. Ma se comprate azioni della vostra azienda spinti da questa informazione riservata, rischiate l’accusa di insider trading.

Nessuno di questi due metodi esaudisce i criteri di “equità” e di “certezza” dell’IME, la quale sostiene a gran voce che non esiste nessun metodo. Concezione che gli investitori professionisti detestano, preferendo pensare che i loro successi siano dati dalla loro bravura. L’IME afferma, per contro, che o sono fortunati o sono spregiudicati.

I risultati empirici a favore e contro l’IME sono complessi. Tuttavia la spiegazione teorica è semplice: se nuove informazioni indicano che un’azione salirà, allora i primi investitori a conoscenza dell’informazione faranno un’offerta al rialzo. E così, secondo l’IME, non ci sono buone opportunità di investimento, come non ci sono mai (be’, quasi mai) biglietti da 20 euro sul marciapiedi.

Che cosa c’entra tutto questo con le neuroscienze? Vi propongo al riguardo una seconda storiella: uno scienziato dice: “Ehi, mi è appena venuto in mente un esperimento fantastico da fare!”. “Ma dai, non dire sciocchezze!”, ribatte il collega. “Se fosse davvero una grande pensata, qualcuno l’avrebbe già avuta!”. Be’, questo dialogo contiene in sé qualche elemento di verità. Nel mondo della scienza ci sono molte persone intelligenti e che lavorano sodo. I grandi esperimenti sono un po’ come i biglietti da 20 dollari sul marciapiedi: con tutti gli scienziati in circolazione, di biglietti ne rimangono davvero pochi. Per ufficializzare questa affermazione, propongo ora l’”Ipotesi della Scienza Efficiente” (ISE): non esiste un metodo equo e sicuro di praticare la scienza che sia più efficiente della media.

Come può uno scienziato fare una scoperta che possa dirsi grande? Alexander Fleming scoprì la penicillina, a cui diede il nome, dopo aver osservato che una delle due colture batteriche era stata accidentalmente contaminata dal fungo che produce l’antibiotico. E tuttavia scoperte come queste sono fortuite. Se volete un metodo più affidabile, sarebbe meglio cercare un vantaggio sleale. E le tecnologie di osservazione e di misurazione potrebbero dare al caso vostro.

Dopo aver sentito delle voci sull’invenzione del telescopio in Olanda, galileo ne fabbricò uno suo. Provò con lenti differenti, dopo aver imparato lui stesso a molare il vetro. Alla fine fu lui a costruire i migliori telescopi della sua epoca. Questa sua attività artigianale gli valse una posizione privilegiata, unica, per fare scoperte astronomiche: poteva scrutare i cieli usando un dispositivo che nessun altro possedeva. Se invece siete uno scienziato che compra i propri strumenti, allora potreste accaparrarvene uno migliore di quello dei vostri avversari, sempre che riceviate molti finanziamenti per la ricerca. Ma il vantaggio più decisivo lo otterreste costruendo uno strumento che il denaro non può comprare.

Supponiamo vi venga in mente un esperimento fantastico. E se qualcuno l’avesse già fatto? Andate a scartabellare tra gli articoli scientifici per scoprirlo. E se nessuno si è ancora cimentato, forse dovreste chiedervi come mai: o l’idea non è così geniale o è rimasta nel limbo perché mancano le tecnologie adeguate. Se poteste accedere alle macchine del caso, potreste eseguire l’esperimento prima di tutti.

Il modello ISE spiega perché alcuni scienziati trascorrono buona parte del tempo a sviluppare nuove tecnologie, e non si affidino a quelle che possono comprare: il proprio vantaggio sleale provano a costruirselo da sé. Nel Novum Organum, trattato del 1620, Francesco Bacone scrive:

Sarebbe stolto e in sé contraddittorio ritenere che quello che finora non si è potuto fare, possa farsi per l’avvenire senza ricorrere a metodi non ancora tentati.

Ribadirei con più forza l’aforisma dicendo: Cose meritevoli che non sono mai state fatte possono esserlo solo con i mezzi mai esistiti prima.

E quando entrano in gioco nuovi strumenti – quando cioè si inventano nuove tecnologie – che assistiamo a rivoluzioni scientifiche.

Per scoprire i connettori dovremo creare macchine che producono immagini nitide dei neuroni e delle sinapsi su un ampio campo visivo: sarà un capitolo decisivo nella storia delle neuroscienze. E forse faremmo meglio a considerare questa disciplina, più che una sequela di grandi idee, come una serie di grandi invenzioni, ciascuna delle quali ha superato una nuova barriera verso l’osservazione del cervello. Oggi sembra scontato dire che il cervello è fatto di neuroni, ma la strada per partorire questa idea è stata travagliata; per la semplice ragione che è stato impossibile vedere i neuroni per lungo tempo.

  • Brano tratto dal libro “Connettoma, la nuova geografia della mente”, pubblicato da Codice Edizioni per Le Scienze, Torino, anno 2013, (pagg. 182 – 185)