Se un abbozzo del possibile è già riscontrabile nel comportamento di quei volatili che utilizzano dei fuscelli per costruirsi un nido, o in quelle scimmie che adoperano un rampo per avvicinarsi una banana, dobbiamo osservare che questo impiego strumentale delle cose non oltrepassa l’ambiente, ma si limita a meglio organizzarlo per renderlo idoneo ai propri bisogni. L’uomo, invece, quando costruisce strumenti non lo fa solo per meglio organizzare l’ambiente, ma per prepararne altri che gli consentano di oltrepassare quello dato. Il senso della tecnica è tutto qui, nel riconoscere al di là dell’ambiente attuale un ambiente possibile, un ambiente che si profila non per un’intuizione dell’anima, ma perché ad esso conduce la catena degli strumenti costruiti uno dopo l’altro secondo quella modalità che, ad ogni punto della serie, consente di scoprire un mondo ulteriore.

Una volta compresa la corrispondenza che esiste tra le possibilità del corpo e l’ordine degli strumenti, non ha nulla di “inautentico” perdersi radicalmente nel mondo, perché questo “perdersi” [verfallen] heideggeriano (da Essere e tempo, pag. 268 e segg.) non è altro che il ritrovarsi del corpo nelle sue possibilità, e quindi in quel mondo umano che le sue possibilità dischiudono. Percorrendo la serie degli strumenti, solo apparentemente il corpo fugge da sé e si smarrisce nel mondo, in realtà fugge verso di sé, perché le cose raggiunte o prodotte dagli strumenti sono già cariche di significati umani, per cui l’azione del corpo nel mondo, che mette capo alla produzione delle cose, non è altro che il tentativo del corpo di possedersi nelle cose che, prodotte, gli rivelano le sue possibilità. Le mie cose, quelle che compongono l’ambiente che mi sono creato, sono infatti il riflesso della mia vita, e la loro usura il riflesso del mio logoramento.

Essere-nel-mondo significa allora essere-nel-mondo-per-fare e non solo per adeguarsi come è nella condizione animale, perché il mondo umano non è popolato solo di cose, ma soprattutto di azioni. Con l’azione l’uomo rivela l’essenza nascosta delle cose, le loro possibilità celate, chiama la natura a manifestare la sua energia trattenuta e provocandola [heraus-fordern] come dice Heidegger, fa opera di verità (a-létheia) evocandone le possibilità latenti.

La téchne è un modo dell’aletheyein. Essa svela ciò che non si produce [her-vor-bringt] da sé, ciò che ancora non sta davanti a noi, e perciò può apparire e riuscire ora in un modo e ora in un altro […] L’elemento decisivo della téchne non sta quindi nel fare o nel manipolare, né nell’utilizzare dei mezzi, ma nello svelare. La téchne è produzione [her-vor-bringen] in quanto svelamento [Entbergen], non in quanto fabbricazione [Verfertigen]. (tratto da M. Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, anno 1954,pag. 10)

La terra può dare frutti, l’acqua può irrigare, il vento può sospingere l’imbarcazione, il fuoco può fondere il metallo, ma queste possibilità sono del tutto separate dagli elementi che pure possono esprimerle. In sé la tecnica può dare e non dare i frutti sperati, l’acqua può indifferentemente irrigare o inondare, il vento può anche provocare un naufragio e il fuoco un incendio. Nella loro naturale ambivalenza le possibilità degli elementi sono il correlato delle mie possibilità; in sé non sono che probabilità, e solo l’intervento della tecnica, cioè dell’insieme degli strumenti, li traduce in realtà. Quest’insieme non è un terzo elemento che si inserisce tra il corpo e la natura, ma è il prolungarsi del corpo nella natura; e poiché il corpo è tutto nelle sue possibilità d’azione, l’ordine degli strumenti è l’immagine proiettata nella natura delle possibilità corporee, e l’ambiente che si produce è il suo fedele riflesso.

Con l’ordine degli strumenti il corpo fugge dal suo semplice essere-nel-mondo come le cose, per dispiegarsi verso il possibile in cui è raccolto ogni suo senso, “corriamo verso di noi – scrive Sarte in Essere e nulla (pag 262, edizione Il Saggiatore, anno 1968) – ed è per questo che non riusciamo mai a raggiungerci”. Quello che possiamo raggiungere sono solo le cose che, in sé indifferenti, acquistano esistenza quando il corpo le tocca e le impiega creando tra esse una serie di collegamenti che, prima dell’azione del corpo, le cose ignoravano. In questo senso possiamo dire che il corpo abita il mondo creandolo attraverso l’ordine degli strumenti che lo rendono presente ovunque, perché tutti gli si riferiscono e in essi il corpo si estende.

Forse per questo i primitivi, che ancora non pensavano all’immortalità dell’anima perché ancora non avevano degradato il corpo a oggetto di una soggettività trascendente, non avevano alcuna esitazione a seppellire il defunto con gli oggetti del suo ambiente, come non l’avrebbero seppellito senza un braccio. Essi sapevano che la coppa in cui egli beveva, il coltello di cui si serviva e le vesti che abitualmente indossava componevano un tutto unico con il suo corpo. La tecnica è dunque la proiezione delle intenzioni del corpo e l’anima è la memoria dei risultati acquisiti.

  • Paragrafo tratto dal saggio Psiche e Téchne. L’uomo nell’età della tecnica, pubblicato da Feltrinelli, Milano, prima edizione anno 1999, (pagg. 102 – 104)