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Il 25 luglio del 2019 segna suo malgrado una tappa importante per i climatologi e non solo. Perché si è andati oltre ogni record precedente. Secondo il Met Office della Gran Bretagna, a Londra si sono toccati i 38,5 gradi. L’area di Parigi è arrivata fino a 42 gradi a causa dell’aria calda e secca proveniente dal Nord Africa. E ancora parti della Germania, del Belgio, dei Paesi Bassi, del Lussemburgo e della Svizzera hanno manifestato temperature superiori ai 40 gradi. Persino nella tradizionalmente fredda Francoforte si è arrivati a quasi 39 gradi.

Qualcosa di veramente strano pare stia succedendo. Gli scienziati del clima hanno da tempo lanciato l’allarme, avvertendo che questa sta diventando la nuova normalità. Una questione avvertita anche nel centro-nord Europa, dove l’aria condizionata è rara e dove gli abitanti non si sono ancora attrezzati per questo genere di fenomeno.

Nel corso degli ultimi anni, due studi distinti hanno analizzato 2000 anni di dati e tendenze nella storia climatica del nostro pianeta. E hanno dimostrato che effettivamente stia accadendo qualcosa di inusuale.

Il primo studio, pubblicato sulla rivista Nature, ha messo in mostra, ad esempio, che durante la “Piccola era glaciale” (dal 1300 al 1850), se è stato straordinariamente freddo in Europa e negli Stati Uniti per diversi secoli, non faceva freddo dappertutto sul pianeta. Mentre attualmente il riscaldamento globale è davvero “globale”. Il 98% della Terra si è infatti riscaldato dopo la rivoluzione industriale.

Un secondo articolo su Nature Geoscience ha esaminato la variazione media della temperatura in brevi periodi di alcuni decenni ciascuno. Le conclusioni della squadra di ricercatori sono chiare: in nessun momento dall’inizio della nostra era le temperature sono aumentate tanto rapidamente e regolarmente quanto alla fine del ventesimo secolo.

Alla luce di questi due studi e di numerose altre ricerche, nello scenario di un cambiamento climatico senza interventi di mitigazione, con un aumento di temperatura media di 4,3 gradi entro il 2100, gli scienziati hanno calcolato una diminuzione del reddito globale di circa il 23 per cento e un impoverimento del 77 per cento dei paesi. Si prevede anche un aumento dei divari, perché alcuni paesi sviluppati che hanno una temperatura attualmente troppo bassa, come la Svezia e il Canada, si sposteranno nel range più favorevole, mentre molti paesi con un reddito più basso, già penalizzati da una temperatura troppo alta, come la Nigeria o l’India, vedranno un ulteriore peggioramento. In particolare, i ricercatori hanno stimato che la componente climatica sia costata agli Stati Uniti dai due ai 14 miliardi di dollari nel 2005.

A ciò si aggiungano anche le questioni demografiche, che non sono da sottovalutare. L’aumento medio delle temperature ha condotto alcune aree del pianeta alla desertificazione: ne è testimonianza la scomparsa del lago Ciad in Africa. Senza risorse idriche la popolazione di queste zone si sposta verso altri territori alla ricerca di cibo. Le pressioni migratorie si intensificano se si aggiunge che nei paesi più poveri africani si registrano alti valori di natalità. Una miscela di fattori in grado di causare sia guerre per assicurarsi l’acqua (le guerre per “l’oro blu”) e sia flussi migratori verso l’Europa senza precedenti.

Affrontiamo questo rapporto, tra economia e clima, con il Prof. Massimo Tavoni, del Politecnico di Milano e direttore dell’EIEE, l’European Institute on Economics and the Environment, nato dalla partnership internazionale tra il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e il think tank statunitense Resources for the Future (RFF). Questa nuova struttura, con sede a Milano e a Venezia, si è assunta il compito di affrontare i problemi climatici e di offrire consulenza in materia energetica e ambientale alle aziende e ai decisori pubblici.

Winner Institute – Prima di parlare di economia e clima, introduciamo qualche riflessione sul clima, perché il fenomeno del surriscaldamento globale prende sempre più rilevanza. E’ davvero così e in che misura dobbiamo preoccuparci?

Prof. Massimo Tavoni – Il surriscaldamento globale è un fenomeno di accumulo. L’atmosfera è come una vasca di bagno: ogni anno aggiungiamo 40 miliardi di tonnellate di CO2, il cui effetto sul clima persiste per centinaia di anni. Avendo aggiunto quantità crescenti di emissioni di gas serra negli ultimi 50 anni, abbiamo modificato la composizione dell’atmosfera: la percentuale di CO2 è al valore più alto dell’ultimo milione di anni. In altre epoche gli oceani tropicali si estendevano fino ai poli. E’ quindi chiaro che l’azione umana ha aumentato ed aumenterà la temperatura del pianeta, con potenziali effetti devastanti.

W.I.Quali sono le zone del pianeta che rischiano di più in termini di siccità, depauperamento delle risorse e povertà?

M. T. – Tipicamente, le aree più calde soffriranno di più del riscaldamento globale. Purtroppo le aree più calde del pianeta sono anche quelle più povere, e quelle a più alta crescita demografica. Il sud e sud est asiatico, e l’Africa, sono i continenti che potrebbero subire le maggiori conseguenze negative.

W.I. – In questo quadro qual’è la situazione italiana?

M. T. – L’Italia non è un paese tropicale ma è uno dei più caldi all’interno dell’Europa. Non a caso gli impatti economici del clima nel sud Europa sono previsti essere otto volte maggiori che nel nord. Inoltre, l’Italia è geograficamente prossima all’Africa, che come abbiamo visto sarà una delle zone più colpite e che dobbiamo ricordare ospiterà 2 miliardi di persone al 2050 (sono 800 milioni oggi). Le implicazioni sui flussi migratori sono intuibili e come già sappiamo possono essere destabilizzanti. Infine, è possibile che il sud Italia sia colpito più duramente del nord, ulteriormente esacerbando il cronico divario del mezzogiorno. Stime recenti prevedono perdite di PIL dovuto al cambiamento climatico di 3-4% a metà secolo e fino al 10% nella seconda parte.

W.I. – Ora entriamo nel merito. Il rapporto economia e clima sta diventando importante e strategico sia per valutare i fenomeni e sia per impostare accorte politiche di crescita futura. Che cosa insegna lo studio di questa relazione?

M. T. – Che la relazione è bidirezionale. L’attività economica è uno dei principali drivers delle emissioni di gas serra. E il clima ha una forte influenza sull’economia, potendo rallentarne la crescita in modo significativo. Per lo studio di questa relazione è stato attribuito il premio Nobel 2018 in economia a William Nordhaus. Conosco bene il prof. Nordhaus e ho avuto l’onore di presenziare alla cerimonia a Stoccolma: il suo lavoro è illuminante, e ci insegna quanto questa relazione sia stretta e quali siano i rischi di ignorarla.

W. I. – Economia e clima sono poi strettamente legati anche al fattore demografico. E’ il terzo incomodo nella valutazione di un sistema che si complica sempre di più…

M. T. – Sicuramente la crescita demografica è un fattore determinante: in quanti possiamo vivere su questo pianeta senza comprometterlo? Il controllo demografico diretto è complicato e con ripercussioni inattese, come insegna il caso cinese. Meglio puntare su educazione e autonomia delle donne: nel sud del mondo la maggior parte dei figli non sono frutto di scelte autonome delle donne.. Detto questo, la tecnologia svolgerà un ruolo chiave per ridurre le emissioni di CO2.

W.I. – Che lezione si può trarre da queste vostre ricerche e quali sono i vostri suggerimenti pratici per il nostro Paese?

M. T. – Per mitigare il cambiamento climatico, un prezzo sulla CO2 è uno strumento fondamentale, perché disincentiva famiglie e imprese a usare fonti fossili e promuove risparmio energetico e fonti a bassa CO2. Una riforma fiscale che sposti il cuneo dal lavoro al carbonio sarebbe auspicabile. Allo stesso modo, investimenti in innovazione e ricerca e sviluppo sono chiave e vanno sussidiati dallo stato. Altre politiche di regolamentazione – ad esempio su efficienza energetica – sono anche necessarie. Infine, le istituzioni internazionali: questo è un problema globale che va risolto dalle principali economie del mondo, comprese Cina ed India. L’Europa si è mossa bene su questo fronte, e anche le banche centrali (si vedano anche le recenti esternazioni della Lagarde) sembrano voler supportare la transizione verde. Ma molto rimane da fare a livello globale, con emissioni che continuano a crescere: qui strumenti di coercizione come possibili tariffe sulle importazioni da paesi che non collaborano (come recentemente suggerito dalla presidente europea entrante) possono risultare utili, ma la strada è lunga e tortuosa.