La Cina è il primo paese a poter legittimamente rivendicare lo status di superpotenza tecnologica alla pari degli Stati Uniti. Negli ultimi vent’anni, Pechino ha concesso alle aziende occidentali il diritto di accedere al suo mercato di oltre un miliardo di consumatori e di operare entro i suoi confini solo a patto che vi trasferissero la propria tecnologia. E’ una politica che ha trasformato la Cina in una potenza tecnologica all’avanguardia, incentivata ulteriormente da casi di furto di tecnologia e proprietà intellettuale perpetrate da imprese sovvenzionate dallo stato e hacker cinesi, ma è anche il risultato di massicci investimenti da parte del governo cinese nelle proprie capacità tecnologiche. Attualmente, per esempio, tra i 500 supercomputer più potenti al mondo, quelli cinesi sono più numerosi di quelli statunitensi.

Tuttavia, a preoccupare davvero i responsabili delle politiche occidentali non è tanto il livello di sviluppo raggiunto dalla Cina in termini di competenza tecnologica, quanto piuttosto l’entità del suo ulteriore margine di miglioramento, in particolare nel campo fondamentale dell’Intelligenza Artificiale (AI). Dal momento che considera l’AI il settore strategico del futuro per eccellenza, Pechino vi investe risorse da anni orientando la propria politica di conseguenza, più o meno come fanno gli Stati Uniti con certe tecnologie di difesa militare.

Lo scorso febbraio gli Usa hanno reso nota la propria strategia in materia di AI. Finora l’approccio statunitense all’AI rimane nel solco della tradizione: si preferisce che sia il settore privato a prendere l’iniziativa, mentre il governo si occupa di finanziare la formazione e, in parte, la Ricerca & Sviluppo.

Alla luce della più audace strategia cinese, tuttavia, questo approccio potrebbe rivelarsi insufficiente, soprattutto se si prendono in considerazione gli elementi strutturali alla base della competizione tecnologica tra Cina e Stati Uniti. In Cina, il governo che sta investendo negli scienziati, sia in modo diretto e sia tramite giganti protetti o favoriti come Alibaba o Tencent. Oltretutto, lo sviluppo dell’AI in Cina può trarre vantaggio dalle enormi quantità di dati generate dalla diffusione di massa del commercio elettronico e dei sistemi di pagamento su dispositivi portatili. E quando si tratta di AI, questi dati sono di importanza cruciale: in futuro, lo sviluppo dell’AI passerà dall’iterazione del riconoscimento di pattern, dove la quantità di dati disponibili diventa decisiva (anche se la qualità dei dati cinesi potrebbe essere sospetta se paragonata a quella dei dati globali utilizzati dai ricercatori occidentali).

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, ad avere il controllo degli sviluppi in materia di AI non è il governo, bensì le aziende private della Silicon Valley, il che limita i potenziali vantaggi diretti per Washington. Questa distinzione è di importanza cruciale, così come lo sono i suoi effetti a valle: i ricercatori statunitensi, infatti, rendono pubblici i propri progressi, che diventano così agevolmente reperibili per i loro omologhi cinesi e per i colleghi occidentali. Gli imprenditori statunitensi evitano di ripetere la stessa ricerca per dedicarsi invece ad altre scoperte, il che è problematico per lo sviluppo dell’AI in questa fase, dove la pratica si sta ancora perfezionando. E la natura della democrazia rende difficile per il governo statunitense sostenere con la propria influenza una tecnologia potenzialmente in grado di soppiantare centinaia di migliaia di lavoratori (o, per usare un altro termine, di elettori) nell’interesse della strategia geopolitica nazionale. Pechino, grazie alla sua capacità di controllare meglio la tecnologia e la società cinese, non ha questi timori, e in generale governo e cittadini sono entusiasti di abbracciare la tecnologia più avanzata, sia per una migliore governance e sia per migliorare la qualità di vita dei cittadini.

Detto questo, le menti migliori e più innovative si trovano in Silicon Valley e in Occidente, e il fatto che allo stato attuale l’AI riguardi soprattutto la raccolta e l’iterazione dei Big Data non significa che continuerà a essere così anche solo fra cinque anni. Pertanto, nonostante tutti i vantaggi di cui dispone Pechino al momento, è ancora prematuro dire chi vincerà la competizione tecnologica.

  • Brano tratto dal contributo pubblicato sulla rivista World Energy di giugno 2019, (pagg. 21 – 23).