Archimede

Nel corso della storia sono fiorite grandi civiltà, che al tempo brillavano per la loro straordinaria ricchezza di conoscenze e le capacità tecniche, ma perlopiù a un dato momento hanno raggiunto un punto di stallo, uno stato di equilibrio senza ulteriore progresso, o addirittura sono crollate completamente. In effetti, il continuo progresso della nostra attuale civiltà è una specie di anomalia storica. L’Europa ha continuato ad avanzare, passando per il Rinascimento, le rivoluzioni agricola e scientifica, l’Illuminismo, la Rivoluzione industriale, fino a creare il mondo meccanizzato, elettrificato e globale in cui ora viviamo. Ma la lunga traiettoria dello sviluppo scientifico o dell’innovazione tecnologica non è mai scontata, e anche le società più dinamiche possono perdere lo slancio per andare avanti.

La Cina rappresenta un caso emblematico. Per molti secoli la civiltà cinese è stata largamente superiore, da un punto di vista tecnologico, al resto del mondo. I cinesi hanno inventato la bardatura moderna del cavallo, la carriola, la carta, la stampa a blocchi di legno, la bussola e la polvere da sparo: tutte invenzioni che hanno cambiato il mondo. Le loro industrie tessili usavano filatoi multipli ad alimentazione centralizzata, e avevano sgranatrici meccaniche per il cotone e telai sofisticati. I cinesi estraevano il carbone e avevano scoperto come convertirlo in coke, utilizzavano grandi ruote ad acqua verticali e magli, ed erano più avanti rispetto agli europei di mille e cinquecento anni nell’uso degli altiforni per produrre ghisa che poi raffinavano in ferro battuto. Alla fine del XIV secolo la Cina aveva raggiunto una capacità tecnologica che l’Europa svilupperà soltanto nel ‘700 e sembrava già pronta a inaugurare la sua Rivoluzione industriale.

Tuttavia, sorprendentemente, mentre l’Europa cominciava ad uscire dai lunghi secoli bui per entrare nel Rinascimento, il progresso cinese cominciò a perdere colpi e si fermò. L’economia cinese continuò a svilupparsi, grazie soprattutto al commercio interno, e la popolazione in aumento poté beneficiare di un buon tenore di vita. Ma non si verificò più nessuna innovazione tecnologica significativa e anzi, nel corso del tempo, alcune conquiste andarono nuovamente perdute. Tre secoli e mezzo dopo, l’Europa aveva raggiunto la Cina e in Inghilterra ebbe inizio la Rivoluzione industriale.

Dunque, cosa è successo nell’Inghilterra del XVIII secolo e cosa invece non è successo nella Cina del XIV secolo, né in alcun’altra nazione europea, che ha favorito questo processo di trasformazione? Perché proprio lì e in quel momento?

La Rivoluzione industriale vide un incremento della produzione tessile – con la meccanizzazione della filatura e della tessitura e la trasformazione delle piccole imprese familiari in grandi cotonifici centralizzati – così come grandi progressi nella produzione del ferro e nello sfruttamento della forza vapore. Una volta avviata l’industrializzazione, il processo si autoalimentò e la trasformazione accelerò: i motori a vapore alimentati a carbone permettevano di estrarre maggiori quantità di minerale che bruciava negli altiforni per produrre più ferro e più acciaio, che a loro volta venivano usati per costruire ancora motori a vapore e altri macchinari. Ma le condizioni di partenza, che resero possibile tutto questo, furono molto particolari. Benché naturalmente fosse necessaria una certa competenza tecnica e metallurgica per costruire macchinari in grado di alleviare il duro lavoro umano, la molla della Rivoluzione industriale non fu la conoscenza: fu un particolare contesto socio-economico.

Ci deve essere un qualche vantaggio per costruire complessi e dunque costosi macchinari, o una fabbrica, per produrre quello che la gente faceva già con metodi tradizionali. E l’Inghilterra del XVIII secolo presentava una particolare somma di fattori che fornirono l’impulso e l’opportunità necessari all’industrializzazione. A quel tempo l’Inghilterra possedeva non solo abbondanti fonti di energia (carbone) ma anche un’economia con un alto costo del lavoro (salari elevati) e capitale a basso costo (la facilità di ottenere denaro in prestito per intraprendere grandi progetti). Queste circostanze incoraggiarono la sostituzione della forza lavoro con capitale ed energia: i lavoratori vennero rimpiazzati dalle macchine, come i filatoi e i telai meccanici. La situazione economica inglese era potenzialmente in grado di generare enormi profitti per i primi industriali, e fu questo che diede loro l’incentivo a sborsare grandi quantità di capitale da investire nei macchinari. Al contrario, nella Cina della fine del XIV secolo, nonostante le miniere di carbone, gli altiforni e le manifatture tessili meccanizzate, non c’erano le condizioni economiche adatte a innescare il processo di Rivoluzione industriale. La manodopera costava poco e gli aspiranti industriali non potevano aspettarsi grandi vantaggi da innovazioni tecniche che aumentavano la produttività.

Così, mentre il sapere scientifico e la capacità tecnologica sono necessari per lo sviluppo della civiltà, non sono sempre sufficienti. Se una società post-apocalittica si ritrovasse catapultata in un primitivo stadio rurale, non c’è alcuna certezza che finirebbe per intraprendere la Rivoluzione industriale 2.0; alla fin fine sono i fattori economici e sociali a determinare il fiorire della rivoluzione scientifica e l’adozione delle innovazioni.

  • Brano tratto dal volume “La conoscenza necessaria”, pubblicato da Mondadori editore, Milano, anno 2016, (pagg. 262 – 265)