Alla fine degli anni Novanta Andy Clark e David Chalmers, nel celebre articolo “The extended mind”, hanno proposto la tesi della mente estesa. L’espressione “mente estesa” va compresa sia in senso metaforico, sia in senso letterale. Nel senso metaforico la mente estesa è la mente aumentata, potenziata dall’uso di tecniche – dalla scrittura a internet – atte a moltiplicare e ad accrescere le nostre capacità cognitive. Ma la mente estesa è anche e soprattutto “estesa” in senso proprio, nello spazio. Se la mente, propriamente parlando, è una cosa materiale – come vuole la teoria del dualismo delle proprietà – allora si tratta di un oggetto situato in un luogo specifico dello spazio fisico. E’ un oggetto materiale che, tra le sue molteplici proprietà, ha anche quella, straordinaria, di avere stati mentali, i quali corrispondono a – o “sopravvengono su” – processi fisici realizzati mediante la concatenazione di varie sue parti.

In questo senso la mente, in quanto oggetto, è letteralmente estesa nello spazio fisico. La sua estensione spaziale è generalmente ritenuta corrispondere allo spazio occupato dal cervello umano. Ma, come argomentano Clark e Chalmers, quando i processi cognitivi di un individuo coinvolgono o mobilitano oggetti esterni al suo cervello, non c’è motivo di limitare la mente all’apparato cerebrale di cui dispone.

La tesi della mente estesa è quindi anche l’ipotesi di una mente che “fuoriesce” dal cervello e si estende nello spazio fisico esterno a esso. E’ una tesi empirica e metafisica. E’ empirica nel riferimento al ruolo svolto dalle tecniche intellettuali e dalle tecnologie cognitive nell’esplicazione e nell’accrescimento delle capacità cognitive umane. E’metafisica nell’affermare che, se si accetta di caratterizzare la mente come un oggetto esteso nello spazio fisico, allora è incoerente attribuirle esclusivamente un’estensione intesa nei termini di un’amplificazione delle sue capacità realizzata mediante oggetti fisici esterni a essa. Tale estensione ne comporta inevitabilmente un’altra: un’estensione dello spazio fisico. Questa ipotesi della mente estesa si prospetta come l’integrazione di una tesi materialista sulla natura della mente e di una tesi empirica sul ruolo svolto da alcune tecniche materiali nel funzionamento e nello sviluppo della mente umana.

Per illustrare questa proposta teorica, Clark e Chalmers propongono un esempio che ha come protagonisti Otto, un individuo che soffre di Alzheimer e la sua amica Inga. Otto vuole andare al Museo di Arte Moderna per vedere una mostra che gli interessa, ma non ricordando più l’indirizzo consulta la sua fidata rubrica. Inga, che vuole vedere la stessa mostra, ricorre invece alla propria memoria biologica. L’idea di Clark e Chalmers è che il processo mentale sia lo stesso – ricordare l’indirizzo del Museo di Arte Moderna – ma venga realizzato mediante supporti fisici diversi.

Nel caso di Inga l’unico supporto fisico della mente è il cervello, contenente la memoria biologica a cui lei ricorre. Le cose vanno diversamente nel caso di Otto, il cui stato mentale “ricordarsi – l’indirizzo – del Muso – di Arte – Moderna” si appoggia sia sul cervello, sia sulla rubrica, la quale sostituisce la memoria (biologica) difettosa di Otto. Secondo Clark e Chalmers, nei casi in cui il supporto materiale della cognizione risiede parzialmente al di fuodi del cervello dell’agente cognitivo, a rigore gli apporti esterni sono parte della sua mente, la quale in queste circostanze si estende al di là della piattaforma cerebrale dell’individuo. In altri termini, Clark e Chalmers sostengono che quando esiste un’equivalenza funzionale tra un processo interno e uno esterno, come accade nel caso di Otto, non c’è motivo di non riconoscere il processo esterno come parte integrante della mente dell’agente. Secondo Clark questa capacità di estendersi, propagarsi, dilatarsi oltre i limiti di “cranio e pelle” è caratteristica della mente umana. In tal senso, dal suo punto di vista, siamo tutti cyborg per natura (natural-born  cyborgs).

Clark non riconosce però che questi “cyborg naturali”, che noi costituiremmo, sono essenzialmente “cyborg metafisici” – disincorporati. La capacità della nostra mente di estendersi al di là del nostro corpo, per come lui la definisce e la caratterizza, non richiede alcun impianto, alcuna macchina aggiuntiva che incrini l’integrità fisica dell’individuo. Oggetti ordinari come un buon libro o una rubrica sono sufficienti. L’idea non può che essere quella di “cyborg intellettuali”, perché l’unità dei processi fisici che dovrebbero dare appoggio alla “mente estesa” non esiste. Al livello fisico abbiamo a che fare con processi disgiunti, radicalmente indipendenti gli uni dagli altri. Se è legittimo pensare che esista una continuità o una unità tra i processi neuronali che si realizzano nel mio cervello quando ricordo un indirizzo, risulta difficile immaginare quale connessione possa sussistere tra i processi fisici, cioè molecolari, che supportano le caratteristiche visibili dell’indirizzo annotato sulla pagina di un taccuino e le dinamiche che si sviluppano nel mio cervello quando leggo quell’indirizzo. E’ certo che, quando leggo un indirizzo, qualcosa accade nel mio apparato cerebrale, ma quanto si produce nel mio cervello al livello fisico non ha nulla a che fare con ciò che costituisce l’indirizzo come oggetto fisico. Quanto succede “nel mio cervello” come stato o processo mentale ha a che fare con l’indirizzo solo in quanto segno convenzionale. Non c’è alcuna unità fisica tra i processi fisici su cui Clark e Chalmers appoggiano la “mente estesa”. C’è semplicemente un rapporto mentale tra il pensiero del Museo di Arte Moderna e il relativo indirizzo trovato scritto da Otto nel proprio taccuino. A rigore, nell’esempio proposto, la mente non è “estesa”, ma è distribuita. Un processo mentale – ricordare un indirizzo – è realizzato attraverso processi fisici molto diversi tra loro, che non manifestano alcuna unità a livello fisico o spaziale.

Clark e Chalmers rimangono intrappolati nell’alternativa dualista strutturata da Descartes. Per loro incorporare la mente significa riconoscerle come sede il corpo, un luogo determinato, e confinarla in una dimensione fisica concepita come semplice estensione spaziale. In tal modo Clark e Chalmers si precludono la possibilità di rendere conto delle dimensioni dinamiche e processuali della mente, che i due sono obbligati a ridurre alla mera equivalenza funzionale. Questa cancella le fondamentali differenze fisiche e psichiche tra Inga, che ricorda, e Otto, che legge – ossia scopre e apprende – l’indirizzo del museo. In tal modo l’approccio di Clark e Chalmers ripropone una concezione astratta e disincorporata della mente.

La tesi della mente estesa ha dato origine a dibattiti importanti nella filosofia della mente, i quali vertono essenzialmente sullo stabilire se e in quali circostanze sia legittimo affermare che i processi cognitivi parzialmente realizzati al di fuori del corpo di un individuo facciano parte della sua mente. Il problema è quello dello status degli apporti esterni che ci rendono intellettualmente più efficaci. Se uno strumento aumenta e determina – informa, nel senso proprio del termine – l’abilità di un artigiano, generalmente non riteniamo che faccia parte del corpo di chi lo usa, tranne quando abbiamo effettivamente a che fare con un cyborg. Perché e in che cosa sarebbe diversa la situazione in questo caso? Perché oggetti e tecniche che non fanno parte del nostro corpo farebbero parte della nostra mente? Come la estenderebbero materialmente?

A prima vista può sembrare che dobbiamo essere grati a Clark per aver ricordato alla filosofia della mente e alle scienze cognitive la rilevanza del ruolo svolto dalle tecniche materiali nello sviluppo e nel funzionamento delle capacità cognitive umane. E’ un ruolo che queste scienze tendono a dimenticare, benché, paradossalmente, tali tecniche – per esempio computer, reti neurali artificiali, etc. – costituiscano precisamente ciò di cui esse vivono ogni giorno – e ciò che le ha rese possibili come complesso disciplinare. Ma il ruolo centrale riconosciuto da Clark agli apporti tecnici nella conoscenza umana è piuttosto ambiguo.

La tesi della mente estesa postula che le tecniche materiali della cognizione e degli oggetti in cui esse si realizzano – dagli inizi più umili della scrittura fino ai computer contemporanei più potenti – potenziano, aumentano e letteralmente estendono la mente umana. Ciò significa che la mente “assorbe” tali tecniche, nel senso che tutti i sistemi cognitivi artificiali con cui essa interagisce diventano la mente. La nostra mente li assimila. In questo senso la tesi della mente estesa non riconosce alcuna autonomia, nessuna indipendenza cognitiva a queste tecniche e agli oggetti in cui esse sono materializzate. Questi diventano propriamente cognitivi solo in quanto si caratterizzano come appendici della mente umana, la quale, per quanto estesa sia, continua a risiedere nel cervello dell’individuo.

In questo modo la tesi della mente estesa struttura una versione forte, radicale della teoria dell’omogeneità  del dominio cognitivo, secondo cui la mente umana, per così dire, trasforma in sé tutto quello con cui entra in contatto, regnando incontrastata sull’intera regione del cognitivo. La tesi di Clark e Chalmers, proponendo una ridefinizione dei limiti (spaziali) della mente tesa a prendere le distanze dalla classica nozione di un soggetto conoscente essenzialmente immateriale, rafforza il solipsismo metodologico della filosofia della mente e delle scienze cognitive. Quello che offre è l’immagine di una mente cognitiva irrimediabilmente confinato nello spazio astratto dell’individualità.

  • Brano tratto dal libro “Vivere con i robot. Saggio sull’empatia artificiale”, scritto da Paul Dumouchel con Luisa Damiano, pubblicato da Raffaella Cortina Editore, Milano, anno 2019 (pagg. 76 – 80)

Luisa Damiano insegna filosofia della scienza presso l’università degli Studi di Messina. Si occupa principalmente della filosofia della mente e delle scienze cognitive, filosofia delle scienze e delle tecnologie emergenti.