Le macchine distruggeranno le emozioni, o saranno le emozioni che distruggeranno le macchine? Il problema fu posto molto tempo fa da Samuel Butler in Erewhon, ma si sta facendo sempre più attuale mano a mano che il dominio della macchina si allarga.

A prima vista, non è affatto ovvio perché tra macchine ed emozioni debba esservi una qualche opposizione. Non c’è ragazzo normale cui non piacciano le macchine; anzi, quanto più grosse e potenti sono e quanto più gli piacciono. Nazioni ricche di gradi tradizioni artistiche, quali il Giappone ad esempio, sono prese dai metodi meccanici occidentali non appena ne vengono a conoscenza, e non aspirano ad altro che a imitarci il più presto possibile. Non c’è nulla che dia più fastidio a un asiatico colto ed evoluto quanto il sentir lodare la “saggezza dell’Oriente” o le virtù tradizionali della civiltà asiatica: gli par d’essere allora come un ragazzo cui si dice di giocare con le bambole anziché con le automobiline. E non diversamente da un ragazzo preferirebbe un’automobile vera al giocattolo, senza rendersi conto che potrebbe anche capitargli una disgrazia.

In Occidente, quando la macchina era ancora una cosa nuova, ci si provava lo stesso piacere, salvo che da parte di pochi poeti e esteti. Appunto per il suo Progresso meccanico il secolo decimo nono si considerava superiore ai suoi predecessori. Peacock agli inizi della sua attività si fa beffe della “società dall’intelletto a vapore” perché è un letterato, per il quale gli autori greci e latini rappresentano la civiltà; ma pur si rende conto di non essere in contatto con le tendenze più significative del suo tempo. I discepoli di Rousseau col ritorno alla natura, i laghisti con il loro medievalismo, William Morris con le sue News from Nowhere (un paese dove è sempre giugno e non si fa che mietere il grano), rappresentano tutti un’opposizione puramente sentimentale ed essenzialmente reazionaria alla macchina. Samuel Butler fu il primo a cogliere intellettualmente l’obiezione non sentimentale che si poteva opporre alla macchina; obiezione che però in lui può essere stata anche non più di un semplice jeu d’esprit, e che comunque non costituiva una convinzione profondamente radicata. Dopo di lui nelle nazioni più meccanizzate molte persone sono state propense a far proprie certe idee simili a quelle degli erewhoniani; queste idee, cioè, sono state latenti o esplicite nell’atteggiamento di molti di coloro che si sono ribellati agli attuali metodi industriali.  

C’è che adora le macchine perché sono belle, e le apprezza per la potenza che conferiscono; c’è invece chi le odia perché brutte, e le avversa perché impongono una schiavitù. Non stiamo a supporre che uno di questi atteggiamenti si “giusto” e l’altro “sbagliato”, a meno che non si voglia dire che sia giusto sostenere che gli uomini abbiano una testa e sbagliato che essi abbiano un paio di piedi (anche se la discussione di questo problema non sarebbe difficile immaginarla in bocca a dei lillipuziani a proposito di un Gulliver). La macchina è come il folletto delle Mille e una notte: bello e benigno per il padrone, brutto e terribile per i suoi nemici.

Ma oggi nulla si presenta con tanta nuda semplicità. Il padrone della macchina, è vero, ne vive a distanza, dove non gli arriva né il fracasso che essa produce, né l’insopportabile vista delle scorie né il puzzo delle sue esalazioni nocive; se mai la vede, è prima che entri in funzione, quando ne può ammirare la forza o la delicata precisione senza essere infastidito dalla polvere o dal calore. Ma quando lo si sfida a considerare la macchina mettendosi nei panni di chi deve viverci insieme e lavorarci, il padrone ha subito pronta la risposta: fa notare cioè che appunto grazie alla macchina quegli uomini possono comprare tanta roba che i loro bisnonni non si sognarono mai di poter comprare. Ne consegue che essi debbono essere più felici dei loro bisnonni, se accettiamo l’assunto che quasi tutti fanno.

L’assunto è che sia il possesso dei beni materiali ciò che rende felici gli uomini. Si pensa che l’uomo che ha due stanze e due letti e due pasti debba essere due volte più felice dell’uomo che ha una stanza e un letto e un pasto soltanto. In breve, si ritiene che la felicità sia proporzionale al reddito. Qualcuno, non sempre sinceramente, attacca questa idea in nome della religione o della morale; ma queste stesse persone sono poi felici se con l’eloquenza della predicazione accrescono il loro reddito. Non da un punto di vista religioso o morale voglio io ora attaccarla, ma dal punto di vista della psicologia e dell’osservazione della vita. Se la felicità è proporzionale al reddito, l’obiezione alla macchina è insostenibile; in caso contrario, tutto il problema rimane ancora aperto.

Gli uomini hanno bisogni fisici, e provano emozioni. Finché restano insoddisfatti, i bisogni fisici assumono una importanza di primo piano; una volta però che siano soddisfatti, diventano importanti (al fine di decidere se un uomo sarà felice o infelice) le emozioni non legate ad essi. Nelle moderne comunità industriali vi sono molti uomini, donne e bambini i cui puri e semplici bisogni fisici non vengono adeguatamente contentati: nel caso di questi, non nego che il primo requisito per la felicità sia un aumento del reddito. Ma essi non sono che una minoranza, e non dovrebbe essere difficile fornire a tutti loro il minimo necessario per la vita. Non è di questi che voglio parlare, bensì di coloro che hanno più del necessario per l’esistenza, non soltanto di coloro che hanno molto di più, ma anche di coloro che hanno un pochino di più.

Perché, in realtà, quasi tutti noi desideriamo accrescere il nostro reddito? A prima vista si direbbe che siano i beni materiali ciò che noi desideriamo. Ma sta di fatto che questi beni noi li desideriamo soprattutto per impressionare il nostro prossimo. Quando un uomo si muove in una casa più grande di un quartiere più alto, riflette che sua moglie sarà invitata da gente “più fine”, e che si potranno lasciar cadere certe amicizie di un tempo. Quando manda suo figlio a una buona scuola oppure a una università costosa, si consola delle forti tasse pensando agli onori sociali che ne verranno. In ogni grande città, sia d’America e sia d’Europa, le case di certi quartieri costano più di altre case uguali di altri quartieri soltanto perché sono più alla moda.

Una delle nostre più potenti passioni è il desiderio di essere ammirati e rispettati. Così come stanno ora le cose, l’ammirazione e il rispetto vanno a chi sembra ricco. Questo è il principale motivo per cui la gente vuole arricchire. I beni effettivi acquistati col denaro hanno una parte affatto secondaria. Prendiamo, a esempio, il milionario che non sa distinguere un quadro da un altro, e che pure, con l’aiuto di esperti, si è fatta una galleria di capolavori. L’unico piacere che gli viene dai suoi quadri è il pensiero che gli altri sanno quanto gli sono venuti a costare; a lui personalmente piacerebbero di più le belle cartoline illustrate tutto sentimento, ma alla sua vanità non ne verrebbe la stessa soddisfazione.

Tutto ciò potrebbe essere diverso, e diverso è stato in molte società. Nelle epoche aristocratiche, gli uomini erano ammirati per la loro nascita. In certi circoli di Parigi, per strano che possa sembrare, una persona è ammirata per la sua bravura artistica o letteraria. In una università tedesca, si arriva davvero ad ammirare un uomo per la sua cultura. In India si ammirano i santi, in Cina i saggi. Lo studio di queste diverse società mostra quanto sia esatta la nostra diagnosi, giacché in tutte vi troviamo una larga percentuale di uomini che sono perfettamente indifferenti al denaro quando abbiano abbastanza per vivere, ma che sono anche profondamente desiderosi dei meriti per i quali, dalle loro parti, si ottiene rispetto.

L’importanza di questi fatti sta in ciò, che il moderno desiderio della ricchezza non è intrinseco alla natura umana, e potrebbe essere eliminato da istituzioni sociali diverse. Se, per legge, tutti avessimo esattamente lo stesso reddito, saremmo costretti a cercarci un’altra maniera per attestare la nostra superiorità sul prossimo, e grandissima parte dell’attuale smania di possesso materiale scomparirebbe. Inoltre, poiché questa smania ha tutta la natura della concorrenza, ci arreca felicità soltanto quando riusciamo a distanziare il nostro rivale, cui si procura così il rispettivo dolore. Un aumento generale di ricchezza non fornisce vantaggi di concorrenza, e non procura quindi alcuna felicità corrispettiva. C’è naturalmente, un certo piacere che deriva dall’effettivo godimento dei beni acquistati; ma questa è soltanto una piccola parte di ciò che ci fa desiderare la ricchezza. E in quanto il nostro desiderio è di concorrenza, dall’accrescimento della ricchezza, sia generale e sia particolare, non deriva nessun accrescimento della complessiva felicità umana.

Se dunque sosteniamo che la macchina accresce la felicità, l’accrescimento di prosperità materiale ch’essa macchina apporta non ce lo può più far sostenere, salvo quando non ce ne serviamo per evitare la miseria assoluta. Ma non c’è nessun motivo intrinseco perché ci se ne debba servire a questo fine. La miseria può essere evitata senza l’aiuto della macchina, là dove la popolazione è stazionaria: di questo la Francia può valere ad esempio, poiché vi si trova pochissima miseria e assai meno macchine che in America, in Inghilterra o nella Germania prebellica. All’opposto, ci può essere grande miseria dove vi sono molte macchine: di questo abbiamo esempi nelle zone industriali dell’Inghilterra di cento anni fa e del Giappone d’oggi. Lo scampo dalla miseria non dipende dalle macchine, ma da altri ben diversi fattori: dalla densità della popolazione, in parte, e in parte dalle condizioni politiche. E se si eccettua la lotta contro la miseria, l’importanza dell’aumento della ricchezza non è molto grande.

(fine prima parte, a seguire la seconda e ultima parte)

  • Capitolo intero tratto dal libro “Saggi scettici” con Introduzione di Giulio Giorello, pubblicato in italiano da TEA Edizioni Tascabili, Milano, anno 1996 e seguenti edizioni (con riferimento all’edizione originale del 1968), (pagg. 110 – 121).