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E’ il genere di statistiche a cui in genere si presta scarsa attenzione. Ogni Paese si preoccupa, e sempre di meno, solo del premio Nobel ottenuto dai propri ricercatori. Intascata la medaglia, nessuno guarda più alla lista dei vincitori, che saranno al solito americani o tutt’al più inglesi o tedeschi. Se di tanto in tanto spunta un nome asiatico, si tratta senz’altro di un giapponese o più probabilmente di un americano di origine cinese. In effetti, con la quasi metà dei dottorati americani (PhD) assegnati ad asiatici, gli Stati Uniti rappresentano un vero e proprio vivaio di premi Nobel. Per il resto del mondo non fa molta differenza che gli americani premiati non siano più ebrei della East Coast bensì cinesi della West Coast.

Tutte queste statistiche vennero completamente sovvertite nell’autunno del 2021, quando tutti i premi vennero assegnati a scrittori, economisti e scienziati provenienti dall’Asia, quella vera: Cina, India, Giappone, persino Singapore. Di colpo scattò l’allarme in tutte le istituzioni accademiche occidentali, in particolare negli Stati Uniti. Fu uno choc terribile per Harvard, Berkeley, Oxford, Heidelberg, fino a Ulm. La reazione della stampa apparve fulminea e eccessiva, soprattutto dopo gli anni di totale indifferenza nei confronti del mondo scientifico: fioccavano le illazioni sulla straordinaria performance degli asiatici, che si sarebbe replicata anche negli anni successivi. Poche voci isolate cercarono invano di far prevalere in buon senso, affermando che quel risultato simbolico si limitava a registrare l’inarrestabile ascesa degli asiatici ai vertici della conoscenza, senza per questo decretare la definitiva estromissione degli occidentali. Il presidente degli Stati Uniti si sentì tuttavia in dovere di richiedere un libro bianco a un’assise di scienziati di chiara fama, riuniti per individuare eventuali ritardi nel sistema universitario e nella ricerca e per elaborare un piano di misure. Le autorità europee invece non ebbero alcuna reazione, quasi che la sfida fosse fuori della loro portata e il vecchio continente fosse da considerarsi ormai ai margini della corsa per il sapere.

Il giorno in cui gli asiatici si accaparreranno tutti i premi Nobel forse non arriverà mai, ma questo scenario rappresenta la metafora della migrazione del potere scientifico, così sottovalutata in Occidente. Oggi nutriamo nei confronti dei cinesi e degli indiani gli stessi pregiudizi che riservavamo ai giapponesi: così come 40 anni fa ritenevamo che l’economia nipponica fosse al massimo in grado di copiare i nostri transistor e, qualche anno dopo, i nostri apparecchi elettronici, oggi crediamo che i cinesi non siano altro che dei contraffattori e che le masse di ingegneri indiani specializzati in informatica non facciano che produrre una materia prima intellettuale tutt’altro che sofisticata. Ma questa analisi è lungi dal fotografare la realtà.

Dopo l’epurazione della rivoluzione culturale, la Cina ha lavorato senza sosta per risollevare il proprio sistema accademico. Oggi la base di partenza è ampia: quattromila istituzioni universitarie per oltre quindici milioni di studenti. Ma la comparsa di atenei privati e di tasse universitarie superiori alla media europea, quindi esose rispetto al livello di vita, rivelano un elitarismo dichiarato. Nel 1998 il governo aveva scelto dieci università destinate a figurare tra le migliori del mondo, che selezionano gli studenti secondo i criteri più esigenti e beneficiano di finanziamenti illimitati. In questo modo il governo applica alle università la stessa politica riservata alle attività sportive, con un solo obiettivo: ottenere il massimo delle medaglie. Con la differenza che l’ambito accademico godrà anche di una opportunità in più: l’invio di cinquantamila studenti nelle università americane. Alcuni di questi sono allettati dall’idea di restare negli Stati Uniti, ma la maggior parte ritorna con un dottorato in tasca e la conoscenza del sistema americano. I principali college statunitensi stanno inoltre inaugurando con i corrispettivi cinesi una serie di scambi falsamente paritari ma regolari, dal momento che per fortuna il mondo accademico non pratica il protezionismo.

Istituzioni come Harvard e Berkeley accolgono studenti cinesi brillanti che contribuiscono alla loro eccellenza e ingrossano le fila delle menti elitarie nella battaglia per le classifiche mondiali. Una volta formati, questi individui sono pronti a tornare a servire la madrepatria. Dei 500 atenei nella classifica delle migliori università del mondo, stilata dall’università di Shanghai, dieci sono cinesi (contro le nove francesi), ma è solo l’inizio. La storia è già scritta, è solo questione di tempo. Non c’è nulla che possa interrompere la lunga marcia verso l’eccellenza: i cinesi hanno sofferto troppo – a causa della distruzione del sapere, dell’umiliazione degli intellettuali e del livellamento indotto dalla rivoluzione culturale – per rinunciare al cammino ambizioso ed elitario che hanno intrapreso.

In questa corsa all’eccellenza accademica gli indiani sono partiti con un discreto vantaggio. A differenza dei cinesi non hanno dovuto ricostruire un sistema dopo la tabula rasa della rivoluzione culturale: al contrario, hanno fatto tesoro dell’eredità della colonizzazione britannica. Gli inglesi pensavano di tenere sotto giogo l’India con l’aiuto delle élite locali, così offrirono a migliaia di privilegiati l’accesso a università britanniche come Oxford e Cambridge e fondarono nella colonia istituti di alto livello al fine di formare funzionari locali sui quali fare affidamento.

Infine, gli indiani godono dell’incommensurabile vantaggio della padronanza dell’inglese. Il che spiega, meglio di qualsiasi cromosoma industriale, la specializzazione dell’India nel settore dei servizi, dove l’inglese è d’obbligo, e della Cina in quello dell’industria, dove si può prescindere dal novello esperanto. I risultati si vedono già: istituti di insegnamento superiore di livello internazionale, centri di ricerca ammessi a pieno titolo nel sistema mondiale, pubblicazioni di eccellenza, convegni sofisticati, imprese ad alto tenore di materia grigia, una Silicon Valley con sede a Bangalore. Tutte prove della vitalità scientifica indiana. Pur essendo meno inserita della Cina nella globalizzazione commerciale, in compenso l’India è già presente nella gara internazionale per la supremazia del sapere. (…) In questa corsa per il primato della conoscenza, il Giappone saprà difendere la propria posizione. Oggi è terzo nella classifica di Shanghai, subito dopo gli Stati Uniti e il Regno Unito, e spinto dall’emulazione farà di tutto per non essere raggiunto o superato dai nuovi concorrenti cinesi e indiani.

Taiwan, Hong Kong e Corea del Sud continueranno la loro avanzata, stimolati dall’accelerazione dei nuovi arrivati. Singapore trarrà vantaggio dalla scelta strategica del proprio governo, deciso a farne l’avamposto asiatico delle istituzioni universitarie europee e americane: fungere da “campus di campus” è il modo più naturale per trasferire know-how.

Da Seul a Shanghai, da Tokyo a Bangalore, da Pechino a Delhi, da Taipei a Singapore, sta dunque nascendo un nuovo continente del sapere che andrà di pari passo con il formarsi di un settore asiatico dell’industria e del terziario sempre più avanzato. Quando arriverà il momento, il Nobel sarà solo una fra le tante manifestazioni dell’onnipotenza di questi nuovi protagonisti.

Le istituzioni occidentali più avanzate riconoscono la sfida? E sono in grado di raccoglierla? Le università americane si considerano ancora a giusto titolo come fucine in grado di forgiare la classe dirigente del mondo intero. In questo modo hanno formato le nuove élite dell’ex blocco comunista senza il rischio che queste ultime aspirassero, una volta al potere, a fondare istituzioni di pari livello in patria. Fa eccezione la Russia, dove sopravvivono l’insegnamento superiore e la ricerca frutto dell’eredità sovietica. Per gli Stati Uniti si è trattato di uno straordinario strumento d’influenza sull’Europa centro-orientale a spese dell’Europa occidentale incapace di svolgere tale ruolo. Ma lo stesso non accadrà con i paesi asiatici, dove lo scambio impari si svolge in senso inverso: indiani e cinesi traggono profitto dall’eccellenza degli Stati Uniti senza che questi ultimi possano utilizzare gli ex allievi come strumento di influenza.

Le nuove istituzioni accademiche asiatiche rappresenteranno senza dubbio una fonte di concorrenza per le grandi università americane, ma per un periodo ancora lungo non costituiranno una minaccia per la loro leadership. (…) Per gli europei l’ingresso in scena degli asiatici rappresenterà un incentivo per rimettersi subito in moto e tentare la rimonta. Si sottrarranno a questa logica le migliori istituzioni britanniche che sapranno trarre vantaggio dai legami con le università di India, Hong Kong e Singapore. La sfida si presenterà invece più ardua per altre realtà, Francia e Germania in testa. L’accelerazione che la concorrenza asiatica impone alle università americane rischia così di aggravare il divario con le migliori istituzioni dell’Europa continentale, rendendo ancora più arduo il recupero.

E’ probabile che la durezza della competizione spinga alcune università europee a concentrare le forze, creando un modello internazionale che riunisca in un sistema unico o addirittura in una medesima struttura istituti francesi, tedeschi, italiani e spagnoli. Il mondo accademico dovrebbe conoscere la stessa evoluzione sperimentata dalla sfera economica al momento dell’istituzione del mercato unico. Ma le partnership fra aziende di paesi diversi risultano difficili da realizzare, ancor più lo sono le cooperazioni e a fortiori le fusioni tra organizzazioni senza scopo di lucro. E quando si tratta di università, a questi ostacoli si aggiungono l’orgolgio dei docenti, l’identità secolare delle istituzioni, le diverse tradizioni pedagogiche e di ricerca. Fondere Heidelberg e la Sorbona sarebbe più problematico di quanto non lo sia stato condurre in porto l’operazione Eads (European Aeronautic Defence and Space Company), la grande azienda europea del settore aerospaziale. Si tratta tuttavia di un passo necessario, se si vuole tentare di competere un giorno con i principali protagonisti di oggi e di domani.

  • Capitolo tratto dal libro “I dieci giorni che sconvolgeranno il mondo”, pubblicato da Chiarelettere, Milano, anno 2010 (pagg.  85 – 94). Nel libro l’autore ipotizza 10 possibili scenari futuri altamente probabili, alcuni dei quali stanno prendendo corpo, come quello presagito, analizzato e descritto in questo capitolo, dedicato all’avanzata delle conoscenze scientifiche, tecnologiche e imprenditoriali della Cina e di altri Paesi asiatici.