green

(seconda e ultima parte)

L’Italia e il clima

L’Italia è al penultimo posto in Europa per le politiche -green? Le previsioni europee indicano che, entro il 2050, il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città, ma in quelle stesse aree urbane i piani per aumentare la quantità di verde oggi vanno a rilento. In Italia, ad esempio, secondo l’Istat, ogni abitante ha a disposizione, in media, 31 metri quadrati di verde urbano, ma nella metà delle metropoli italiane lo spazio dedicato alla natura  è inferiore a 20 metri quadrati, e ci sono perfino una ventina di città che non raggiungono la soglia dei 9 metri obbligatori per legge. Mentre Matera è in testa alle classifiche del verde (orti urbani e giardini sociali), Milano e Roma, seppur ai primi posti per quantità di alberi, sono rispettivamente al 73° e 74° posto nella lista pro capite. Vale a dire che la proporzione tra numero di cittadini e verde presente è ancora ben lontana dall’essere soddisfatta. Per associazioni come il Wwf le istituzioni dovrebbero adottare una strategia per riportare al centro natura e biodiversità cittadina. È il capitolo dei dolori e dell’evidenza difficile da contrastare. Lo certifica la classifica europea, curata da due prestigiose Associazioni non governative (Transport and Environment e Carbon Market Watch), in base ai dati dell’inquinamento e alle scelte annunciate, che vede ai primi posti Svezia e Francia.

I settori in cui siamo in ritardo sono i trasporti e l’edilizia; gli stessi causano livelli di inquinamento nell’aria che ci hanno travolto in un pesante contenzioso con Bruxelles. L’Italia, lo afferma uno studio della Fondazione Sviluppo Sostenibile, ha l’aria più inquinata fra i grandi paesi europei, col maggior numero di morti per inquinamento atmosferico: 91 mila decessi all’anno, contro gli 86 mila della Germania, 54 mila della Francia, 50 mila del Regno Unito. Le città più inquinate sono Milano, Napoli e Taranto. Il traffico stradale è il maggior responsabile dell’inquinamento. La mobilità e gli edifici sono infatti i principali responsabili di livelli di smog che costringono milioni di italiani a vivere in condizioni di rischio per la salute: le qualità dell’aria vengono sistematicamente violate.

Stiamo parlando di un pacchetto di misure che va sotto il nome di Esr, Effort Sharing Regulation. Vale il 60% del totale delle emissioni inquinanti e comprende edifici, agricoltura, rifiuti e piccole industrie. Su questi settori l’impegno europeo è troppo basso. Prevede una riduzione del 20% al 2020 e del 30% al 2030 rispetto al 2005. Ma l’obiettivo al 2020 è stato già raggiunto da 23 paesi su 28.

Come conciliare questo stato di cose, negativo, che ci riguarda con l’altra faccia della medaglia, un’Italia che si è dotata, per prima in Europa e tra i paesi del G7, degli indicatori di benessere equo e sostenibile, entrati nel Def, nel documento di economia e finanza del governo. Si va oltre il PIL, alle stime puramente quantitative della ricchezza nazionale, riconoscendo a pieno titolo la sostenibilità ambientale. In particolare l’inserimento dell’indicatore «emissioni di CO2 e altri gas climalteranti indirizzerà la programmazione delle riforme verso quel disaccoppiamento tra crescita del PIL e produzione di CO2 che è già una tendenza riscontrata nell’economia globale.

L’Italia e l’acqua

Per l’Italia, il futuro, sarà di periodi di siccità, che aumenteranno. Mentre diminuiranno le piogge, in particolare quelle estive, anche del 20% rispetto a oggi. Il Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici segna la durata: sarà così fino al 2050. Nel moleskine delle colpe sprofondiamo nel paradosso. Solo italiano. Viviamo in un clima siccitoso, con crepe della terra profonde metri e non coccoliamo la nostra rete idrica, 474 mila chilometri di acquedotti, ridotta a un colabrodo. Il 35% dell’acqua si perde nel nulla. 9 miliardi di litri al giorno. A Milano se ne va il 12,2% dell’acqua immessa in rete, più o meno 55 litri a persona. A Roma gli sprechi raggiungono il 42,9%, circa 195 litri a persona, al giorno. Gli investimenti (che devono fare soprattutto i privati, a capo delle società dell’acqua, spesso solo occupati a intascarsi i lucrosi ricavi di gestione) realizzati per rimodernare gli acquedotti sono tra i più bassi del Continente.

Ma non volendo ridurre la vexata quaestio della carenza d’acqua solo a un innocente rammendo delle tubature ci spostiamo sui nostri stili di vita. Quello che mangiamo. L’education prima del business è cosa buona e giusta. Se nutriamo gli animali all’aperto con le erbe che crescono all’acqua piovana non stiamo utilizzando risorse limitate ma utilizziamo quelle che ci arrivano dal cielo. A incidere sul nostro clima, quindi, è anche la tendenza, sempre più diffusa, a pretendere prodotti che desideriamo in qualunque momento dell’anno, in barba ai cicli naturali e alla stagionalità. Possibile mangiare le fragole a gennaio? Nessuno si rende conto dell’intervento industriale necessario a forzare una coltura fuori stagione, con il conseguente dispendio di risorse idriche. Come l’acqua virtuale utilizzata per la produzione, trasformazione e distribuzione di cibi, beni e servizi. Quando indossiamo una T-shirt stiamo indossando anche 2.700 litri di acqua, quando beviamo un bicchiere di vino beviamo anche 120 litri di acqua, quando mangiamo un hamburger consumiamo 2.400 litri di acqua. L’Italia ha un’impronta idrica del consumo pro capite annuo pari a 2.330 metri cubi, contro una media mondiale di 1.240 metri cubi: è il terzo importatore netto di acqua virtuale del pianeta dopo Giappone e Messico.

L’Italia siamo noi

Un collega giornalista, dopo il terremoto di Ischia, mi chiama per ricordarmi che nel 2006 aveva riportato in un suo pezzo, su un quotidiano nazionale, le dichiarazioni di un agente immobiliare che gli spiegò che i 7 comuni dell’isola dovevano ancora evadere le pratiche del condono del 1994. Va da sé che da allora la piaga dell’abusivismo si è allargata. Seicento case abusive da demolire, 27.000 richieste di condono. C’è solo un atto da compiere: le case abusive vanno abbattute. Quali classi dirigenti hanno il coraggio di farlo?

Agli italiani va raccontata la verità nuda e cruda. Togliamo il velo compassionevole e misericordioso, giustificare sempre e comunque. Lisciare il pelo secondo lo stile italiota. A Ischia come ad Amatrice e in altre centinaia di luoghi del Belpaese – zone storicamente sismiche, conosciute per la loro precarietà, stupirsene poi, a disastro avvenuto, è assurdo – non sono stati fatti lavori in regola, le case non erano a norma, non costruite ma, soprattutto, non ristrutturate secondo criteri antisismici. Oppure quando costruisci con tutte le autorizzazioni ma sono sottostimati i rischi. Quello che è successo a Livorno è uno dei tanti casi: piogge violente, la città sott’acqua e un’intera famiglia, che abitava in un seminterrato in centro, ha perso la vita. È da fatalisti e incompetenti.

Il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Carlo Doglioni, ha detto quello che molti pensano da sempre: manca la memoria storica. Va ricordato, e insegnato, alle nuove generazioni, la storia dei terremoti e dei disastri naturali passati, attraverso la memoria. È l’unico modo di prevenire. E di darsi una mossa per iniziare i cantieri della messa norma. Una sfida -green senza pari.

In Italia sono censite 15 milioni di case, almeno un terzo sono pericolose. 20 abitazioni su 100 sono costruite senza permessi. È stato eseguito solo il 10% degli ordini di abbattimento delle case abusive. Un Paese all’anarchia? Per rimettere a posto tutto quanto occorrono decine di anni, forse un secolo.

Sotto lo slogan «investire in sicurezza» porterebbe giovamento anche all’economia nazionale. Un’abitazione su sei è a rischio. Serve rendere obbligatorio il certificato di stabilità. Come l’assicurazione obbligatoria sulle case. La paghiamo l’assicurazione sulle auto? Perché non dovremmo pagarla sulle case? Certo i premi sarebbero differenziati in base al rischio, forse così si smetterà di costruire alle pendici del Vesuvio o dell’Etna. Insomma ogni disastro, annunciato, presenta la ricetta del giorno dopo. Ricordate il crollo della palazzina di Torre Annunziata (nello stabile abitava l’architetto del Comune responsabile dell’edilizia privata, ovvero colui che deve vigilare sulla stabilità degli edifici)?

Si rileggano le litanie all’indomani dell’incendio del grattacielo popolare di Londra, il Grenfell Tower: al di qua della Manica, da noi, poteva succedere lo stesso dramma, visto che, gli impianti elettrici, della maggioranza dei nostri stabili popolari, risalgono alla preistoria. Eppure, qualche legge che obbliga alla messa a norma c’è.

Ci siamo spinti in là con l’incuria. Troppa roba da rimettere a posto. Da disfare e ricostruire. Mentre i disastri non fanno paura perché, si pensa, accadono ai vicini, mai a noi. Titolo: 2100, l’Italia sott’acqua. Allarme in 33 paesi che rischiano di sparire, sommersi dalle mareggiate. Un’emergenza ambientale troppo in là nel tempo, che non interessa nemmeno i 33 che probabilmente non ci saranno più. In questo cimitero di elefanti stridono le falcate del green, pronte a offrire una gamma innovativa di prodotti per costruire case sicure, ecologiche e moderne. Sono più notizie da copertina che la realtà. Anche i più volenterosi, e disponibili, sono costretti a rinunciare e fare marcia indietro per la burocrazia e i costi proibitivi. Chi dovrebbe controllare i fiumi per impedire le inondazioni? Fra gli altri i consorzi di bonifica che sono un secchio bucato: costano 500 milioni di euro all’anno e la maggior parte dei denari va in stipendi.

Non ci rimane che l’arma della sanzione, insieme ai controlli serrati e, quindi, l’obbligo di uniformarsi alle leggi. È stato così per la raccolta differenziata. Anche se sappiamo che, nell’edilizia, quando si toccano case di proprietà (e i forzieri delle aziende di settore), ricorsi e controricorsi, appelli e contro appelli sotterrano pure lo spirito di Braveheart. L’interesse particolare prevale.

Idem sentire sulle città inquinate: la sola soluzione è togliere le auto. Oppure cambiare vettura e prenderne una che non inquina. C’è un prezzo. Chi è disposto pagarlo? Lo stesso per le case che si sbriciolano.Non c’è consapevolezza, responsabilità e rispetto della propria vita e di quella altrui, dei figli soprattutto, delle generazioni future, quasi avessimo rinunciato al domani, vivendo ogni giorno come fosse l’ultimo.

  • Brano tratto dal libro “Future Energy, Future Green”, curato da Maurizio Guandalini e Victor Uckmar,  pubblicato da Mondadori Università, Milano, anno 2018.