green

(prima parte)

Viviamo in un mondo percorso da tre rivoluzioni. La globalizzazione, di cui cominciamo a capire, solo ora i pro e i contro. La tecnologia, che potrebbe avere un impatto sul mondo del lavoro che fatichiamo ancora a comprendere. E la responsabilità (insieme al coraggio), che vuol dire essere credibili. E questo è rivolto alle classi dirigenti, tutte, dalla politica all’economia. Nel prossimo ventennio, la popolazione aumenterà di 1,5 miliardi e il PIL crescerà del 50%, riuscirà l’energia pulita (e l’efficienza nel suo utilizzo) a dare le risposte sufficienti? Con le città che attualmente contano oltre il 70% delle emissioni globali di gas serra legate all’energia e la previsione che la popolazione urbana raggiungerà il 66% della popolazione mondiale nel 2050, le nuove classi dirigenti del mondo svolgeranno un ruolo cruciale nel garantire un futuro energetico sostenibile.

La domanda globale di energia da qui al 2050 continuerà a crescere ma a un ritmo dello 0,7% l’anno, decisamente inferiore all’oltre 2% registrato tra il 2000 e il 2015. Nel 2035, lo calcola la società di consulenza McKinsey, un’auto non elettrica consumerà il 40% in meno di combustibile rispetto a oggi; nel 2050 la quantità di energia usata per produrre un’unità di PIL sarà del 50% inferiore a quella del 2013. A metà del secolo, il 77% della nuova capacità installata verrà dal sole e dal vento; il 13% dal gas naturale, il 10% dal resto. Nel 2050 le rinnovabili, escluso l’idroelettrico, produrranno più del 30% dell’energia globale (rispetto al 6% del 2014). L’uso del petrolio dovrebbe iniziare a scendere attorno al 2030 e quello del carbone verso il 2025.

Dall’invenzione della fiducia all’età del coraggio

Dal 2025 l’Olanda vieterà la vendita di auto a benzina e diesel. Mentre una nota casa automobilistica svedese annuncia che, dal 2019, produrrà solo auto elettriche o ibride. Stesso sentiment in Norvegia. Certo, difficile rapportare le evoluzioni, rapide, in questi piccoli paesi nord-europei con grandi nazioni come l’Italia o la Germania.

Il format, fatto di obiettivi da raggiungere e da seguire, è quello della raccolta differenziata, in un patto con i cittadini basato sul dialogo e la trasparenza, in molti casi assente, limando storture e illusioni facili. Nella raccolta della plastica, per esempio: in 70 anni ne sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate ma più di due terzi sono già spazzatura, dispersa fra terra e mare. Il riciclo non decolla: arriva al 30% e al 25% rispettivamente in Europa e in Cina e non supera il 9% negli Stati Uniti. Dove sta l’equilibrio tra i vantaggi dell’azione green e l’efficacia della tecnologia (applicata)? Stando all’analisi del mensile «Quattroruote» le principali società che operano nel car sharing in Italia perdono 4700 euro a macchina. Ci guadagnano le amministrazioni comunali che esigono migliaia di euro l’anno per ogni auto a titolo di compensazioni per accessi alla Ztl e la sosta sulle strisce blu. Sempre in zona auto, quelle elettriche, noi tutti pensiamo siano la soluzione principe per abbattere i livelli di inquinamento nell’aria. L’ex amministratore Fca, Sergio Marchionne, aveva invitato a concentrarsi sul miglioramento dei motori tradizionali e lavorare sulla diffusione di carburanti alternativi, soprattutto il metano che per la sua origine e le sue qualità è oggi il più virtuoso e più pulito. In pratica: prima si risolve il problema di come produrre l’energia da fonti pulite e rinnovabili. Perché le emissioni di un’auto elettrica, quando l’energia è prodotta da combustibili fossili, sono equivalenti a quelli di un altro tipo di auto. Di lato, neppure tanto nascosto, c’è l’equilibrio dei costi. La Fiat 500 elettrica è stata lanciata 5 anni fa in California. Per ogni 500 elettrica venduta negli Usa Fca perde 20 mila dollari.

Il fattore tempo

In Italia viaggiano ancora 4 milioni e mezzo di auto Euro 0, le più inquinanti. Non ci stupiamo se le centraline delle città, che rilevano l’inquinamento, vanno in tilt ma, ci chiediamo, quando si vedranno risultati concreti degli accordi sul clima. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha giocato a «tana libera tutti». Ha insinuato un laissez-faire che, di nascosto, altri paesi border line (che stanno, obtorto collo, nella Conferenza di Parigi), nel loro intimo, pensano da sempre. Il patto ambientale è meritorio, ma vago. Impalpabile. Si rimanda al 2050 per i risultati finali, con un primo scatto al 2020.

Le scelte della Conferenza sul clima di Parigi sono lunghe negli effetti e nei risultati attesi. Mentre i cambi di clima odierni sono frutto, probabilmente, dell’inquinamento di 30 o 40 anni fa. Trump uscendo dagli accordi di Parigi, interpreta, malamente e con lo sguardo rivolto all’indietro, un trend diffuso: i risultati che arrancano, troppo in avanti nel tempo, non visibili a breve. Quando invece si chiede velocità. L’astrofisico Stephen Hawking sosteneva che siamo vicini a un punto di non ritorno: dopo le decisioni del capo della Casa Bianca, la Terra potrebbe diventare come Venere, con temperature oltre i 250 gradi e piogge di acido solforico. Da uno studio pubblicato su The Lancet il clima, prima della fine delsecolo, farà 100 mila morti l’anno, in Europa, se non verranno adottate misure per contrastare l’inquinamento. El Niño ha causato il maggior picco di CO2 degli ultimi 2000 anni: il fenomeno atmosferico del 2015-2016 è stato uno dei più forti mai registrati, causando siccità e caldo estremo delle regioni equatoriali di Sudamerica, Africa e Indonesia, che hanno emesso 2,5 miliardi di tonnellate in più del gas serra.

C’è la necessità di fare presto. Si cambia verso, e scenari, sparando alto (…). Alla sortita, degli Stati Uniti, il resto del mondo doveva rispondere con la velocità (e il coraggio). Alzando l’asticella. Atti concreti. Senza tergiversare in scivolamenti dottrinali o ripicche politiche da guerra fredda. Ci sarebbe piaciuto che il nuovo arrivato, sulla scena politica internazionale, Macron, Presidente della Repubblica francese, papà della nazione ospitante della Conferenza sul clima di Parigi, avesse rilanciato, di risposta alla mossa di Trump, proponendo di chiudere i 140 reattori nucleari presenti in Europa. Un gesto. Simbolico. Poi, ne siamo a conoscenza, è banale ribadirlo, gli Stati Uniti sono da recuperare (gli Usa buttano nell’aria 6,3 miliardi di CO2 e la Cina 12,5, mentre l’Italia 0,45 e la Germania 0,95), perché, solo insieme, si potrà trovare una soluzione al disastro climatico.

Sarebbe assurdo pensare, anche per un attimo, che si può limitare il livello di inquinamento solo in alcune parti del mondo, escludendone altre. La cura verde non procede per confini, metodo che ricorda tanto quei cartelli, in uso anni fa, all’ingresso dei comuni, con la scritta «Zona denuclearizzata» salvo, poi, ritrovarsi, a fianco, la centrale di un’altra città o nazione. Quindi una calibrata agli accordi della Conferenza di Parigi va data, anche per evitare che si diffonda un certo embrasson-nous tra le nazioni, un finto abbraccio unanime che poi ognuno regola a proprio uso e consumo. Come quel si fa ma non si dice di Cina e India, che hanno aumentato l’estrazione di carbone. L’amministrazione Trump è in linea. Ritorna all’industria del carbone dopo la rottamazione del Clean Power Plan, le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici firmate da Barack Obama.

(fine prima parte, prosegue)

  • Brano tratto dal libro “Future Energy, Future Green”, curato da Maurizio Guandalini e Victor Uckmar,  pubblicato da Mondadori Università, Milano, anno 2018.