Il 31 ottobre del 2008, mentre il mondo affondava nella crisi finanziaria, qualcuno che si firmava con il nome di Satoshi Nakamoto pubblicò un libro bianco, che al momento ebbe assai poca risonanza, nel quale si descriveva una cosa che veniva chiamata “Bitcoin” e che sembrava qualcosa come una valuta in versione elettronica e senza bisogno del supporto di uno Stato. Al cuore del denaro elettronico di Nakamoto era un registro pubblico che poteva essere visto da chiunque, ma che era virtualmente impossibile da manomettere. Questo registro era essenzialmente un rendering digitale e oggettivo della verità, che negli anni successivi sarebbe stato chiamato “blockchain”.

Per arrivare al sistema Bitcoin, Nakamoto integrò elementi diversi. Ma, come Fibonacci e Pacioli secoli prima, non era il solo che stesse lavorando all’idea di sfruttare le tecnologie del momento per creare sistemi migliori. Nel 2005, un esperto di computer di nome Ian Grigg, che lavorava in un’azienda chiamata Systemics, aveva introdotto un sistema sperimentale che poi battezzò “partita tripla”. Grigg lavorava nel campo della crittografia, una scienza le cui origini risalgono lontano nel tempo, a quando furono creati i primi linguaggi per condividere “cifre”, ovvero segreti. Da quando la macchina calcolatrice di Alan Turing decifrò il codice della macchina Enigma delle forze armate tedesche, la crittografia è stata alla base di gran parte della vita nell’era del computer. Senza la crittografia non potremmo condividere informazioni private attraverso Internet – come quando eseguiamo una transazione tramite il sito web di una banca – senza esporle a sguardi indiscreti e indesiderati. La potenza di calcolo di cui disponiamo è cresciuta esponenzialmente e l’impatto della crittografia sulle nostre vite è cresciuto di pari passo. Da parte sua, Grigg riteneva che la crittografia avrebbe generato un sistema di registrazione computerizzato che avrebbe reso le frodi virtualmente impossibili. In breve, la sua idea era di prendere il sistema della partita doppia e aggiungere un terzo libro: un registro indipendente e aperto protetto da metodi crittografici tali per cui nessuno avrebbe potuto manipolarlo. Grigg lo vedeva come uno strumento per impedire le truffe.

Stando alla descrizione di Grigg, quindi, gli utenti avrebbero mantenuto i propri registri a partita doppia, ma a questi libri digitali sarebbe stata aggiunta una nuova funzione, che in sostanza consisteva in una registrazione, per ogni transazione, della data e di una ricevuta firmata e protetta crittograficamente (in crittografia, una firma è una cosa un po’ più scientifica di uno scarabocchio fatto a mano: si tratta di combinare due numeri correlati, o “chiavi”, uno pubblico e l’altro privato, per dimostrare matematicamente che il soggetto che appone la firma è l’unico autorizzato a farlo). Grigg concepiva la sua partita tripla come un’applicazione informatica che sarebbe stata eseguita all’interno di grandi aziende e organizzazioni. Ma il terzo registro, che avrebbe contenuto la serie completa delle ricevute firmate, avrebbe potuto essere verificato pubblicamente e in tempo reale. Qualsiasi deviazione dalle sue registrazioni datate e firmate sarebbe stata riconosciuta come una frode. Pensate a una truffa come quella di Bernie Madoff, che in sostanza non faceva altro che simulare transazioni e registrarle in libri del tutto inattendibili, e sarete in grado di apprezzare l’importanza di un sistema che possa verificare la contabilità in tempo reale.

Prima ancora di Grigg, nel 1990, un altro visionario aveva intuito il potenziale di un registro digitale. Nick Szabo, un cyberpunk, peraltro della prima ora, sviluppò alcuni concetti basilari del sistema Bitcoin, tanto che alcuni sospettano che Satoshi Nakamoto sia proprio lui. Il suo protocollo è costruito intorno a un foglio elettronico che viene eseguito su una macchina virtuale – come una rete di computer collegati – accessibile a soggetti diversi. Szabo ideò un sistema intricato di dati pubblici e privati, che avrebbe protetto le identità private ma anche offerto sufficienti informazioni pubbliche, sulle transazioni, per ricostruire la storia in modo verificabile. Il sistema di Szabo – che agli chiamo “il protocollo di Dio” – ha ormai più di vent’anni. Tuttavia, esso è molto simile alle piattaforme e ai protocolli basati sulla tecnologia blockchain. Szabo, Grigg e altri ancora sono stati i pionieri di un approccio che ha la potenzialità di creare dei registri della storia che nessuno può cambiare: dei registri che persone come Madoff o i banchieri di Lehman Brothers non avrebbero potuto manomettere. Questo approccio potrebbe riuscire a ricostruire la fiducia nei sistemi che usiamo per le nostre transazioni.

Articolo degli autori Michael J. Casey e Paul Vigna estratto dal libro La macchina della verità, pubblicato da Franco Angeli Editore, Milano, anno 2018, (pagg. 50 – 52). Insieme, i due autori, avevano già pubblicato nel 2015 L’età delle criptovalute.

Digital Currency Initiative del MIT è il centro fondato da Joichi Ito e raccoglie i migliori studenti e ricercatori nel campo della crittografia e della ingegneria finanziaria. Con questo centro collaborano anche istituzioni governative e private per progettare strategicamente l’architettura digitale di una nuova internet del valore.

Michael J Casey

Michael J. Casey è consulente senior della Digital Currency Initiative del MIT Media Lab e presidente del Comitato consultivo di CoinDesk. Editorialista del Wall Street Journal collabora anche con diversi periodici e scrive editoriali e contributi (tra cui Wired, Harvard Business Review, Washington Post e Foreign Affairs). E’ autore di numerosi saggi e ha cominciato a essere tradotto anche in Italia grazie a Franco Angeli.