Web Identity

La Web Identity è la nuova e più avanzata frontiera della reputation in rete. Che sia un individuo, un’istituzione o una società è oggi possibile fare una radiografia completa di come internet e i social dipingono l’immagine di un brand, di un prodotto o di un personaggio, quanto esso è meritevole di attenzione oppure quanto venga funestato da notizie diffamatorie, siano esse vere o lapalissiane fake news. Con appositi algoritmi e con un sofisticato processo di deep analysis delle citazioni, dei link connessi e di ogni forma di collegamento semantico, si riesce ad ottenere una serie di dati che, opportunamente catalogati, descritti e interpretati, consentono di fotografare un’istantanea complessa, ma completa, di come la rete vede – a fa vedere – un personaggio, un ente, un’impresa, un marchio, un prodotto.

In casi estremi, di particolare successo o di crisi evidente del protagonista in esame, l’attività di reporting legata al processo di Web Identity consente di posizionare lo stato della situazione percepita e di elaborare strategie per correggere la direzione di marcia. In taluni casi si tratta di correggere il tiro sminuendo o annullando le notizie potenzialmente deleterie e in altri casi è invece possibile lavorare alla costruzione di una nuova e diversa narrazione che sulla rete riporti i fatti alla realtà con criteri di correttezza e verità.

C’è poi un’altra casistica interessante. Al mondo esistono persone ingiustamente calunniate o condannate in primo grado, che poi vengono riabilitate da successive sentenze di completa assoluzione. Ma il processo giudiziario, spesso lungo e tortuoso, impedisce al malcapitato di accedere a finanziamenti, di avere una vita sociale serena e produttiva, di godere di buona reputazione. La rete raccoglie in un attimo e rilancia a livello planetario notizie di ogni tipo, spesso senza verifiche e controlli. Risultato: la gogna multimediatica è spesso peggiore e più funesta dell’iter processuale. Anche così, l’identità di una persona si macchia di digitale infamia, la sua web reputation crolla prima ancora di quella sociale. C’è un rimedio? E’possibile correggere l’immagine e riportarla nella luce corretta e veritiera? La risposta c’è, grazie alle tecnologie e allo spirito innovativo di un imprenditore, Enea Angelo Trevisan, che due anni fa, dopo un’esperienza di società con un gruppo spagnolo, ha dato vita a Ealixir, una realtà con sede a Milano, che si occupa di Web Identity e di altre attività connesse. Lo incontriamo a colazione nel salotto di un bar storico di Milano, per conversare davanti a una bevanda. E con i suoi occhi di un azzurro cielo ci spiega che la sua società è oggi presente in 28 Paesi nel mondo.

Il problema non è dunque sentito solo in Italia?

Il fenomeno è mondiale, come la rete. In alcuni Paesi è più avvertito, in altri meno. E in alcune aree geografiche si presenta con caratteristiche proprie. Pensiamo al Sud-America dove le nostre filiali stanno vivendo un momento di particolare vivacità.

Entriamo nel merito della questione. Su che cosa si basa la vostra idea?

E’ semplice, in Europa è stata codificata una legge che consente il diritto all’oblio, datata 2014. In forza di tale istituto giuridico è lecito che ogni individuo possa far cancellare dalla memoria mediatica ogni notizia o indiscrezione che lo riguardi. E questo è soprattutto valido per innocenti che sono stati fatti passare per colpevoli dai giornali prima ancora che dai giudici. E in molti casi, quando i giudici di ultima istanza assolvono con formula piena, c’è non solo una vita, ma anche un destino da ricostruire. In casi di infamia, agli imprenditori vengono tolti i fidi, le banche richiedono il rientro dei prestiti, la comunità degli altri imprenditori storce il naso e si rifiuta di lavorare con i presunti reprobi.

Ci sono però anche fenomeni incontrovertibili come violenza sulle donne, pedofili, mafiosi. Come pensate di trattare questi casi. Volete cancellare i trascorsi dei criminali?

Tutt’altro. Per statuto deontologico non trattiamo casi di criminalità. A noi interessa lavorare con la naturale clientela che ci cerca: sono coloro che sono stati ingiustamente macchiati da colpe e responsabilità poi non giustificate dalle vicende e dai resoconti processuali. Oppure pensiamo semplicemente a qualche impresa che finisca nel raggio d’azione di World Check, il servizio di Thompson Reuters in grado di mettere difficoltà alle attività di un qualsivoglia imprenditore. Questo delle imprese e dei personaggi pubblici è il nostro target e il servizio è profilato su questi bisogni che sono stati appena descritti. Si tenga presente che il diritto all’oblio sta vivendo una particolare stagione di apprezzamento in California, dove sono nate le big di internet come Google e Facebook, partite all’insegna che tutto debba essere condiviso. Oggi c’è un ritorno alla privacy, che è un’altra conquista. Tutto ciò si spiega con una considerazione realistica. Google e Facebook lavorano su scala planetaria, ma sono utilizzate soprattutto in Europa e negli Stati Uniti. In tal modo il diritto europeo – che salvaguardia di più la privacy e che propugna il diritto all’oblio – è permeato nel cuore tecnologico degli stati Uniti.

Ma veniamo alla Web Identity, come si realizza in pratica e a chi può servire?

La nostra attività è sviluppata su quattro pilastri, perché manteniamo costantemente rapporti con i media, con realtà come Google e offriamo un servizio legale accurato. Accanto a questi tre asset c’è poi la parte di tecnologia, con software e algoritmi dedicati a esplorare la rete, ricercare le notizie, correlarle e studiarle. Avviando un processo di restyling dell’identità sulla rete, siamo in grado di modificare, deindicizzare, allontanare e anche cancellare le notizie ingiuste o false, fastidiose, inopportune, fuorvianti. Per fare tutto ciò occorrono dai 4 agli 8 mesi e attraverso un nostro programma il cliente accede in ogni istante via cellulare al centro servizi che gli indica a che punto si trova del processo e con quale percentuale di riuscita.

La Web Identity è il culmine di tutta questa attività, che si condensa in un report di almeno una cinquantina di pagine dove viene tracciata e definita la personalità che la rete presenta. C’è una disamina delle notizie buone e di quelle cattive, che consente quindi di valutare un servizio di qualità aggiuntivo: cioè la possibilità di correggere o aggiungere nella rete gli ingredienti che servono per riportare il messaggio corretto. Per fare questo ci si serve di diverse tecniche, come la creazione di narrazioni, l’aggancio a news pubblicate da giornali che possono servire per un rimbalzo di contenuti in rete. E’ ovvio che i rapporti con i media e la conoscenza delle lingue in queste fasi sono fondamentali.

Guardando la vostra proposta, c’è un mondo che si apre per la consulenza, mentre le agenzie di stampa hanno un nuovo concorrente, molto agguerrito perché tecnologicamente e internazionalmente più dotato. Ne siete consapevoli?

Certo, ci stiamo accorgendo che gli imprenditori non si accontentano più delle campagne stampa, delle amicizie con i giornalisti. Chiedono un servizio completo e integrato che sappia valutare ogni aspetto della reputazione, sia in profondità e sia nel tempo. Ci aspettiamo che la consulenza prenda sempre più spazio in questa attività, a discapito degli uffici stampa tradizionali. Sarà invece recuperata e diventerà una nuova e profittevole attività quella che sperimenterà nuove forme e nuovi stili di narrazione, dove i contenuti si possano sposare con le dinamiche delle relazioni, che si fanno sempre più ramificate e complesse.