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I capitali statunitensi ed europei sono stati un fattore determinante per l’ascesa economica dell’Asia durante la prima e la seconda ondata di crescita dell’Asia orientale, dal miracolo economico giapponese alla straordinaria in­dustrializzazione della Cina. Gli asiatici orientali hanno poi prestato i loro prodigiosi risparmi agli Stati Uniti e all’Europa acquistando i loro buoni del Tesoro. Il capi­tale asiatico è diventato così il motore della stabilità del dollaro e del suo status di valuta di riserva globale. Cina e Giappone continuano a essere i due principali deten­tori stranieri di titoli di Stato statunitensi – per un am­montare di circa 1.000 miliardi di dollari ciascuno – e Hong Kong e Taiwan si collocano nella top ten con qua­si 200 miliardi di dollari ciascuno in riserve di dollari americani. I primi dieci detentori stranieri di riserve in dollari statunitensi – tra cui l’Arabia Saudita, la Corea del Sud, l’India e Singapore – sono tutti paesi asiatici, che detengono collettivamente oltre il 55 per cento dei titoli del Tesoro USA.

Inoltre, gli investimenti esteri asiatici nell’economia statunitense, guidati dal Giappone, ammontano a più di 1.000 miliardi di dollari (rispetto ai 2.000 miliardi del­l’Europa), in particolare in settori come l’energia, la ma­nifattura e l’immobiliare. Gli investitori asiatici hanno contribuito a mantenere in funzione le pompe per l’estra­zione del petrolio di scisto in Texas quando i prezzi so­no crollati. Sia la China Investment Corporation (CIC) che la Korea Investment Corporation (KIC) investono ol­tre il 50 per cento dei loro portafogli di azioni pubbliche in titoli azionari statunitensi, mentre la GIC Private Li­mited di Singapore (precedentemente nota come Gov­ernment of Singapore Investment Corporation) investe il 34 per cento delle sue attività in Nord America. I ca­pitali asiatici saranno inoltre essenziali per sottoscrivere il debito a lungo termine necessario per finanziare il rin­novamento delle infrastrutture statunitensi.

La Public Investment Fund (PIF) dell’Arabia Saudita si è impegna­ta a investire 20 miliardi di dollari in un fondo della Blackstone da 40 miliardi di dollari destinato all’infra­struttura statunitense. Allo stesso tempo, è in corso un massiccio trasferi­mento di capitali asiatici dagli Stati Uniti verso l’Asia (e l’Europa). Sull’onda di crescenti tensioni bilaterali, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti sono diminuiti del 90 per cento nel 2018. Col debito statunitense che continua inesorabilmente ad aumentare e l’Asia che incrementa il suo commercio interno (e con l’Europa) molto più rapi­damente di quello con gli USA, l’appetito degli asiatici per i titoli di Stato americani sta scemando. Con l’invec­chiare delle loro società e la riduzione dei tassi di rispar­mio, gli acquisti di buoni del Tesoro USA da parte dei paesi dell’Asia orientale si sono stabilizzati. Mentre le banche centrali arabe hanno iniziato a vendere dollari per incrementare le loro riserve, stimolare l’economia in­terna e finanziare la diversificazione energetica delle loro economie.

Invece di continuare a sostenere il dollaro americano, gli asiatici stanno acquistando fiducia nel proprio debito e nei propri mercati dei capitali. Per decenni la maggior parte delle nazioni asiatiche (con la notevole eccezione del Giappone) non disponeva di mercati finanziari suffi­cientemente maturi per assorbire gli enormi risparmi della regione, che di conseguenza venivano riciclati sulle piazze di Londra e New York. Ma la crisi finanziaria ha messo in luce quanto le banche statunitensi facciano af­fidamento sull’ingegneria finanziaria piuttosto che sui fondamentali sottostanti per generare crescita. Da parte loro, gli europei si sentono scottati dai loro acquisti di subprime statunitensi e sono meno inclini a prendere in prestito dollari statunitensi a breve termine solo per rici­clarli nel debito al consumo statunitense, senza conside­rare che devono ancora risolvere i problemi di solvibilità del proprio sistema bancario. Le economie asiatiche so­no riuscite a superare senza troppi problemi l’ultimo de­cennio di volatilità finanziaria occidentale, nonostante l’aumento dei tassi di interesse occidentali. Ogni volta che gli Stati Uniti hanno rivisto i tassi al rialzo, gli eco­nomisti occidentali hanno previsto uno “tsunami finan­ziario” sui mercati valutari asiatici. Ma questi deflussi di capitali ormai vengono compensati dall’enorme e cre­scente disponibilità di capitale asiatico pronto per essere investito. Gli asiatici hanno passato vent’anni a costrui­re linee di scambio valutario (linee di swap) per miglio­rare il loro accesso alla liquidità in caso di crisi. Grazie a questi sforzi, oggi le banche centrali asiatiche hanno accesso a migliaia di miliardi di dollari di liquidità che possono utilizzare in caso di necessità.

Per evitare il crescente rischio di un elevato debito in dollari USA, molti governi asiatici stanno emettendo gran­di quantità di debito sovrano nelle loro valute piuttosto che in dollari USA, e gli investitori ne stanno facendo in­cetta. La Cina rappresenta circa la metà dell’emissione totale di debito in Asia. Gli stranieri detengono solo il 2 per cento del debito sovrano cinese, ma il governo ha dichiarato di voler arrivare a una soglia del 15 per cento circa e a tal fine ha dato il via libera all’emissione di “panda bond” in renminbi da parte di banche straniere come la britannica Standard Chartered. Ciò significhe­rebbe altri 3.000 miliardi di dollari di liquidità in più per sostenere gli investimenti della Cina in patria e all’este­ro. Il processo di deleveraging (la riduzione della leva fi­nanziaria) in corso in Cina è un’opportunità per gli inve­stitori stranieri: il giro di vite nei confronti dell’eccessivo credito bancario, del sistema bancario ombra e persino del microcredito ha aperto le porte alle istituzioni finan­ziarie straniere. Il nuovo governatore della Banca Cen­trale Cinese sta promuovendo un processo di riforma che ridurrà le restrizioni (con la promessa di eliminarle del tutto) sulla percentuale di joint-venture che gli stra­nieri possono possedere e i limiti alle partecipazioni stra­niere nelle società finanziarie cinesi, consentendo al tem­po stesso agli stranieri qualificati di investire in azioni di classe A.

Anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti han­no raccolto decine di miliardi di dollari in obbligazioni, riducendo al contempo i sussidi sociali per snellire i loro disavanzi di bilancio. Nel 2017 le Filippine hanno emes­so un’obbligazione a venticinque anni che ha riscosso un notevole successo: quasi la metà è stata assorbita da in­vestitori europei, un terzo dagli asiatici e il resto dagli americani. Nel complesso la maggior parte dei debiti pubblici dei paesi asiatici (a eccezione dell’Indonesia) è emesso in valuta locale piuttosto che in dollari americani: questo permette ai governi di tenere bassi i tassi di inte­resse e di ridurre passivamente la loro esposizione debi­toria. E con livelli elevati di crescita e di risparmi, la maggior parte delle economie asiatiche può gestire co­modamente il servizio del proprio debito. Questo è il motivo per cui la maggior parte dei paesi dell’Asia non appartiene più alla categoria antiquata delle “economie emergenti” cui appartengono paesi come l’Argentina, che invece continuano a dipendere dal Fondo Monetario Internazionale.

Altre misure significative sono foriere di un’integra­zione finanziaria asiatica sempre più profonda. Gli inve­stimenti transfrontalieri di portafoglio sono quadrupli­cati dal 2001 al 2015, da 3 a 12 miliardi di dollari, ma an­cora solo il 20 per cento degli investimenti transfronta­lieri di portafoglio è intraregionale (contro il 60 per cen­to dell’Europa). Sebbene i servizi finanziari rimangano un settore strategicamente protetto in gran parte del­l’Asia, le varie giurisdizioni finanziarie stanno armoniz­zando le loro rispettive normative di modo che i derivati possano essere scambiati e compensati su piattaforme re­gionali, le banche hanno una sempre maggiore facilità di accesso ai rispettivi mercati, le borse sono sempre più in­tegrate, i principi in materia di informativa stanno con­vergendo per permettere alle aziende di finanziarsi tra­mite la raccolta di debito e di capitali anche al di fuori dei propri confini, e le autorità di regolamentazione na­zionali stanno iniziando a concedere ai gestori di fondi “passaporti” panasiatici per attrarre investimenti.

In Asia queste mosse hanno sostenuto un’enorme espansione dei mercati delle obbligazioni societarie. Tra­dizionalmente i mercati obbligazionari hanno sempre rappresentato meno del 20 per cento del fabbisogno del­le imprese asiatiche; il grosso è sempre venuto dal credi­to bancario e dall’equity. (Le banche da sole rappresen­tano l’80 per cento del debito societario totale nell’Asia orientale). Inoltre, gli asiatici hanno sempre preferito in­vestire nei loro mercati attraverso il cosiddetto “round-tripping”, affidando cioè i propri soldi ai fondi occiden­tali, che investono molto più in azioni occidentali che nei mercati asiatici. Il valore del mercato azionario statuni­tense non riflette i fondamentali dell’economia interna, né il peso delle società statunitensi nell’indice MSCI World, che è al momento superiore al PIL statunitense. A titolo di confronto, in Giappone, Cina e India, per esempio, il rapporto tra titoli azionari e PIL si colloca tra il 40 e il 70 per cento. Date le dimensioni dei conglome­rati finanziari, industriali e tecnologici asiatici, questi hanno un margine di manovra enorme per la cartolariz­zazione delle loro attività. Non a caso, i mercati obbliga­zionari asiatici si stanno espandendo a un ritmo del 25 per cento l’anno.

La maggior parte degli analisti prevede che le borse asiatiche saranno quelle che cresceranno di più nel prossimo decennio. Inoltre, negli ultimi anni sono nate anche diverse agenzie di rating asiatiche in risposta alla crisi di legittimità delle loro con­troparti occidentali, fornendo dati più solidi agli investi­tori interessati ad allocare maggiori capitali in Asia. Gli analisti prevedono anche che l’industria cinese della ge­stione patrimoniale passerà dai 3.000 miliardi di dollari attuali ai 15.000 miliardi entro il 2025, mentre l’industria della gestione patrimoniale dovrebbe raggiungere i 4.000 miliar­di di dollari.

Con molta cautela, i paesi asiatici hanno anche inizia­to ad aprire i loro conti capitali ai capitali dei portafogli stranieri, e gli investitori occidentali non si sono fatti at­tendere. Nel giro di due decenni, le imprese asiatiche so­no passate dall’essere dipendenti dai prestiti delle ban­che occidentali a essere i clienti più ambiti di quelle stes­se banche per le loro quotazioni di borsa. L’offerta pub­blica iniziale di Alibaba, avvenuta a New York nel 2014, è stato il più grande debutto in borsa di sempre, racco­gliendo 24 miliardi di dollari, e le offerte pubbliche di al­tre imprese asiatiche come la SEA Group di Singapore o la cinese Rise Education sono diventate fondamentali per generare le commissioni che tanto bramano le ban­che di Wall Street. La Cina oggi ha più di cinquanta “aziende unicorno” con valutazioni superiori al miliardo di dollari (qualcuna in meno degli Stati Uniti), mentre l’India ne ha circa una dozzina e l’ASEAN poco meno di dieci, sebbene vi siano diverse aziende di successo che stanno preparando il loro lancio in borsa.

L’industria globale della gestione patrimoniale è espo­sta verso l’Asia solo per il 5 per cento, qualcosa a cui gli investitori istituzionali occidentali – dai gestori patrimo­niali e i fondi pensione ai family office – stanno cercando disperatamente di rimediare nella loro ricerca di investi­menti a reddito fisso e ad alto rendimento come le valute locali, i debiti sovrani e le obbligazioni societarie del­l’Asia. Tencent, Alibaba e Baidu sono già tra le maggiori aziende al mondo per capitalizzazione di mercato, ma la rapida espansione della loro base clienti e dei loro servizi li rende appetibili per quei pensionati occidentali che in­tendono diversificare i loro investimenti nelle aziende di punta come GE o HP. Ora che la MSCI include sia le azioni cinesi che quelle saudite nel suo indice dei mercati emer­genti, fondi attivi e passivi espanderanno i loro portafogli asiatici per migliaia di miliardi di dollari. La Cina ha lan­ciato i programmi Bond Connect e Stock Connect per incoraggiare gli investitori globali a entrare nel proprio settore finanziario. La Lufax, con sede a Shanghai, ha aperto una filiale a Singapore precisamente con l’obiet­tivo di collaborare con gli investitori stranieri che sono interessati ad aumentare la loro esposizione nei confronti del mercato tecno-finanziario (fintech) cinese. Adesso chela Saudi Aramco ha deciso di quotare la maggior parte delle proprie azioni nella borsa di Riyad (piuttosto che in quella di New York, Londra o Hong Kong), molti in­vestitori istituzionali stranieri aumenteranno i limiti che si sono autoimposti nell’acquisto di azioni asiatiche.

Lo stesso vale per gli indici dei mercati emergenti e di frontiera, dominati dal Bangladesh, dal Vietnam e da al­tri paesi asiatici di grandi dimensioni. Quando la MSCI ha promosso il Pakistan da mercato di frontiera a mercato emergente, nel 2016, i volumi degli scambi del fondo ETF del Pakistan è triplicato e da quel momento il suo valore è in costante aumento. Poi c’è stata un’intensa competi­zione per acquistare la borsa di Karachi (ora parte della borsa del Pakistan), le cui prime cento aziende hanno collettivamente realizzato utili del 20 per cento l’anno. La borsa di Shanghai ha acquistato una quota del 40 percento nella borsa di Karachi (e una partecipazione rile­vante anche nella borsa di Dacca). L’Asia nel complesso è sottovalutata, se consideriamo l’aumento della doman­da e un rischio inferiore a quello percepito. I recenti de­classamenti hanno dato il via a una necessaria ristruttu­razione dei mercati asiatici, riducendo contemporanea­mente i prezzi delle azioni e i multipli prezzi/utili, crean­do interessanti opportunità di acquisto. In tutta l’Asia, borse che fino a poco fa avevano listini molto limitati, oggi offrono titoli azionari interessanti nelle telecomuni­cazioni, nelle banche, nel settore immobiliare, nella tec­nologia e in altri settori. Inoltre, le borse chiedono a gran voce rigidi rapporti sulla corporate governance, più am­ministratori indipendenti e maggiore rispetto degli stan­dard ambientali e sociali; insomma, che si tenga conto sia degli interessi degli azionisti che degli stakeholder.

Il passaggio a tassi di cambio flessibili ha conferito ai governi asiatici un maggiore margine di manovra e ha re­so più attraenti i loro mercati. Un tempo le economie più deboli cercavano di controllare il valore delle loro mone­te come in una partita di Monopoli. Quando sono anda­to in Uzbekistan per la prima volta, circa vent’anni fa, la mia giacca e i miei pantaloni erano pieni di mazzette di som (la valuta uzbeka) che non valevano praticamente niente. Ora la valuta è convertibile e stabile, e l’Uzbeki­stan ha un tasso di crescita dell’8 per cento: uno dei più alti al mondo. Gli investitori arabi e asiatici affollano l’ae­roporto di Tashkent alla ricerca di opportunità di inve­stimento nel settore immobiliare e in altri settori. La scomparsa nel 2016 dell’uomo forte dell’epoca sovietica che aveva governato il paese fin dalla caduta dell’URSS, Islom Karimov, non ha lasciato il posto al caos ma al pragmatismo economico, traendo ispirazione dall’espe­rienza del vicino Kazakistan (più grande ma meno popo­loso). Dall’India al Vietnam alla Mongolia, numerosi paesi asiatici si sono recentemente sottoposti a dolorose riforme valutarie che hanno spianato la strada alla stabi­lità economica e aumentato l’interesse degli investitori.

L’afflusso di capitali asiatici e globali nella regione ri­solverà anche la carenza di prestiti che al momento afflig­ge le piccole e medie imprese che servono miliardi di asiatici, anche grazie a modelli di prestito non tradizionali o alternativi come il peer-to-peer (P2P) e il balance sheetlending. I 2.200 prestatori P2P cinesi (guidati da Dian­rong, il “club dei prestatori cinesi”) costituiscono un mercato del valore di 100 miliardi di dollari. In India si stima che il mercato dei prestiti P2P raggiungerà gli 8,8 miliardi di dollari entro il 2020. Operazioni simili stanno crescendo rapidamente anche nel Sudest asiatico. Certo, con le banche, le istituzioni finanziarie e il fintech asiatici che rappresentano una quota sempre maggiore delle atti­vità finanziarie globali e un sistema regolatorio ancora da mettere alla prova, l’Asia corre il rischio di essere il pros­simo epicentro di una nuova crisi finanziaria globale. È importante, dunque, che gli occidentali comprendano meglio come operano le regolamentazioni e le restrizioni asiatiche. Molti gestori di fondi occidentali scrutinano le investor call delle imprese asiatiche con la stessa attenzio­ne con cui monitorano le assemblee degli azionisti della Berkshire Hathaway, la megaholding di Warren Buffett.

I governi asiatici hanno capito che la privatizzazione delle aziende di proprietà statale porterà anche a nuovi e consistenti afflussi di investimenti negli asset asiatici, apportando i capitali necessari per soddisfare le esigenze delle loro popolazioni in rapida crescita in modi che i go­verni non possono più permettersi di fare da soli. I paesi stanno vendendo le aziende di Stato per compensare i bassi prezzi del petrolio, per dimostrare la disciplina ne­cessaria per attrarre maggiori investimenti esteri, o en­trambe le cose. Stanno riciclando i loro asset, affittando ai privati le vecchie infrastrutture per finanziare la co­struzione di quelle nuove, evitando così di dover aumen­tare le imposte. Le economie del Golfo dipendono anco­ra dalle entrate petrolifere per finanziare le loro spese, ma per trovare il capitale necessario per continuare a svi­luppare le loro economie hanno bisogno di finanziare la diversificazione economica a lungo termine delle stesse. Le compagnie petrolifere, minerarie e ingegneristiche dell’Arabia Saudita hanno fatto piazza pulita del settore privato fin dai tempi del boom petrolifero degli anni Set­tanta, pagando salari così alti che nessuno aveva interesse a diventare un imprenditore. Ma via via che il paese por­rà un freno alle spese folli della famiglia reale e indivi­duerà la strategia per passare dal semplice pompaggio di petrolio alla produzione di beni e servizi da esportazio­ne, l’impresa privata comincerà a fiorire. Anche l’Iran sta avviando una politica di privatizzazioni per ridurre il ruolo dominante delle società corrotte e inefficienti lega­te al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. In­dia, Thailandia e Filippine stanno privatizzando tutto, dalle compagnie aeree ai caseifici ai casinò, per raccoglie­re capitali e stimolare l’attività commerciale nei settori industriali e dei servizi. Come in Cina, i livelli molto ele­vati del debito societario indiano (sia finanziario che non finanziario) stanno costringendo il governo ad allentare le regolamentazioni sugli investimenti esteri e ad accelerare le privatizzazioni, con l’obiettivo di arrivare a una migliore corporate governance. L’India sta anche riformando alcune delle sue leggi più obsolete come quella sulla bancarotta, stabilendo un calendario per liquidare le compagnie fallite, in modo che il settore privato possa ristrutturarsi senza ritardi governativi o sperperi di risor­se in salvataggi inutili.

Persino nei paesi in cui vige un capitalismo di Stato – come Cina, Russia e Vietnam – è in corso una ristruttu­razione delle imprese statali più inefficienti per mezzo di quotazioni in borsa e forme di gestione più indipenden­te. Attraverso la sua Commissione per la Supervisione e l’Amministrazione delle Attività Statali (SASAC), la Cina ha ristrutturato con successo numerose imprese statali nei settori della costruzione navale, dell’acciaio, dei mac­chinari, dell’elettronica ecc., trasformandole in entità funzionali (e persino redditizie). Queste non sono impre­se completamente private ma piuttosto imprese patroci­nate dallo Stato, sul modello di quelle singaporiane, in cui i fondi di investimento finanziati dallo Stato possie­dono grosse quote. L’economia mista asiatica si sta evol­vendo dall’accanimento terapeutico nei confronti di con­glomerati inefficienti al sostegno nell’acquisizione di aziende concorrenti (e delle loro tecnologie) da parte delle imprese nazionali. Il governo cinese ha incoraggiato grandi aziende come Baidu e Alibaba ad acquistare quo­te rilevanti di China Unicom e altre imprese statali affin­ché apportino il loro know-how tecnologico e le aiutino a diventare più competitive. Di conseguenza, gli enormi oligopoli asiatici di un tempo stanno lasciando il posto a una nuova generazione di imprese che opera a cavallo dei tradizionali confini della finanza e della tecnologia.

Seguendo il modello di Singapore, altri paesi asiatici oggi stanno puntando sugli investitori stranieri piuttosto che sul prelievo fiscale per finanziare i loro investimenti. In tutta l’Asia gli investimenti diretti esteri stanno crean­do migliaia di nuovi posti di lavoro ogni anno in settori come l’elettronica, l’informatica, l’automotive, gli immo­bili e i servizi alle imprese, aumentando la produttività e aggiungendo valore a tutta l’economia. Da Riyad a Shan­ghai le grandi catene fanno la fila per occupare gli spazi dei grattacieli asiatici. Questo ha attratto l’industria glo­bale delle private equity verso l’Asia, che oggi ha già su­perato l’Europa come secondo destinatario principale di private equity al mondo (dopo gli Stati Uniti), e convoglia nella regione un quarto di tutto il capitale mondiale delle private equity. Quattro dei fondi di private equity più grandi al mondo sono asiatici – la giapponese VisionFunds della SoftBank, il fondo di venture capital spon­sorizzato dal governo cinese, la sino-singaporiana Con­nectivity Private Equity Fund Management Company e la China Internet Investment Fund – e ognuno di questi dispone di un capitale di più di 100 miliardi di dollari da investire. La Baring Private Equity Asia (BPEA) è uno dei fondi che esiste da più tempo ed è ancora il fondo più grande interamente basato in Asia, con quaranta società nel suo portafoglio. I fondi statunitensi hanno raddop­piato il numero di operazioni annuali condotti in Asia. Il fondo americano KKR ha acquistato quindici aziende in Asia dal 2016 nei settori dell’istruzione, dei servizi finan­ziari, dell’assistenza sanitaria, dell’assicurazione e del­l’ospitalità. La TPG, un altro fondo americano, ha amplia­to il proprio portafoglio asiatico con trentasette società operanti negli stessi settori, oltre che in quelli dell’immo­biliare, della tecnologia e dell’energia. Anche la Bain Ca­pital possiede importanti investimenti in Asia, tra cui la Japan Wind Development Company (JWD). I fondi euro EQT investono in Asia da oltre un decennnio. I fondi occidentali e asiatici stanno anche collaborando per espandere le attività regionali. Nel 2017 la Investment Corporation ha acquistato un portafoglio di progetti asiatici per l’energia eolica e solare dalla Equis di Singapore per 3,7 miliardi di dollari. Inoltre, con la Londra post-Brexit che perde sempre più lustro, i magnati industriali indiani che vendono i loro impianti agli investitori singaporiani o di altri paesi asiatici scelgono sempre più di parcheggiare le loro immense fortune a Dubai piuttosto che nella City.

Gli operatori in maggiore crescita sono quelli tra paesi asiatici. Il mercato indiano del software, che vale 100 miliardi di dollari, si rivolge ai colossi della tecnologia occidentali come Mi­crosoft e SAP, ma è anche in concorrenza con essi tramite la Tata Consultency Services e la Infosys, che forniscono servizi informatici di qualità a livello globale. Il prezzo e il gusto svolgono ruoli altrettanto importanti. McDo­nald’s e KFC, per esempio, godono di un enorme successo negli Stati Uniti e nel mondo, ma nelle Filippine nessuno dei due riesce a scalzare il predominio della catena di pollo fritto Jollibee, che ha tre volte più ristoranti di KFC e file che si dilungano per svariati metri, e che si sta rapi­damente espandendo in tutto il Sudest asiatico e nel Gol­fo (e, da poco, persino negli Stati Uniti), dove compete con le catene americane. Vitasoy, una piccola azienda di Hong Kong che ha iniziato a vendere latte di soia per combattere la malnutrizione, oggi opera in quaranta pae­si. I rivenditori occidentali vanno in fibrillazione di fron­te alle prospettive offerte dalla crescente classe media asiatica, ma i 400 milioni di millennial asiatici sono molto meno attratti dai marchi occidentali dei loro genitori. Il miliardo e più di asiatici del Sud e del Sudest che aspira­no a possedere un frigorifero tende a scegliere marchi co­me Haier, LG e Godrej. In poche parole: gli asiatici ac­quistano sempre più prodotti asiatici. Sebbene ciò sia preoccupante per le aziende occiden­tali, rende l’Asia molto più attraente per i fondi di ven­ture capital. Anche se la Silicon Valley in alcuni settori continua a essere la forza dominante, rappresenta solo il17 per cento del mercato globale del venture capital. Nel 2016 gli investimenti di venture capital negli Stati Uniti sono diminuiti di 10 miliardi di dollari arrivando a 76 miliardi. Nel frattempo, secondo Pricewaterhouse Coo­pers, nel 2017 l’Asia ha ricevuto più investimenti in startup tecnologiche degli Stati Uniti. Il merito è in parte proprio dei fondi di venture capital statunitensi. Alcuni dei fondi più grandi, come Sequoia Capital e Accel, han­no infatti piantato radici in Asia per espandersi oltre il mercato statunitense, ormai considerato saturo e surri­scaldato. La loro presenza ha ispirato la nascita di fondi focalizzati esclusivamente sull’Asia, come Golden GateVentures e East Ventures, mentre i fondi asiatici soste­nuti dai governi hanno acquisito quote importanti di vari incubatori e acceleratori della Silicon Valley, come ha fatto la Abu Dhabi Financial Group con la 500 Startups di San Francisco. La crescita delle start up regionali ha spinto i fondi sovrani asiatici come la GIC di Singapore a espandere i loro portafogli tecnologici al di là di giganti come Alibaba e Xiaomi. La società di private equity di Boston TAAssociates non aveva nessun dipendente in­ternazionale fino a dieci anni fa, ma ora la metà dei suoi dipendenti e dei suoi investimenti è al di fuori degli StatiUniti, in particolare a Mumbai e a Hong Kong.

Anche il talento circola con sempre maggiore fluidità tra Occidente e Asia e al suo interno. Quando Pavel Du­rov, spesso chiamato il Mark Zuckerberg della Russia, ha spostato la sede dell’app per le comunicazioni Telegram fuori dalla Russia, ha scelto come destinazione Dubai e Singapore. Il singaporiano Yinglan Tan, laureato alla Carnegie Mellon, fino a poco tempo fa era il partner principale per il Sudest asiatico e l’India del fondo di venture capital americano Sequoia Capital, prima che fondasse il proprio fondo tecnologico chiamato Insignia Venture Partners, che in poche settimane dalla nascita aveva già raccolto 100 milioni di dollari. «Oggi la perfet­ta compagnia tecnologica panasiatica», mi ha detto Yin­glan, «ha un quartier generale a Singapore, ingegneri di Taiwan, progettisti dell’esperienza utente vietnamiti, l’Indonesia come mercato di riferimento – ed è quotata alla borsa di Hong Kong». Operando in Asia, sa anche che sebbene gli Stati Uniti e la Cina siano ancora al­l’avanguardia nell’innovazione tecnologica, gli altri paesi asiatici non sono vassalli. Le joint venture locali sono cruciali per sfruttare i big data e renderli rilevanti per la costruzione di nuovi prodotti e servizi. La compagnia di e-commerce Sale Stock Indonesia, con sede a Giacarta, utilizza l’intelligenza artificiale per capire come ridurre i costi sui prodotti che non vendono bene tramite un al­goritmo che individua i design che hanno maggiori pro­babilità di fallire.

All’Asia ormai non mancano più il denaro, la tecnologia o il talento necessari per finanzia­re e far crescere le proprie imprese. La vecchia genera­zione di asiatici è stata abituata a ricevere la tecnologia occidentale e a capire come utilizzarla per soddisfare le proprie esigenze. Ma oggi gli asiatici sono concentrati sulla ricerca di soluzioni asiatiche ai problemi asiatici. Piuttosto che copiare le aziende della Silicon Valley, gli indiani oggi prendono lezioni dalle imprese tecnologiche cinesi. Shailendra Singh, amministratore delegato della Sequoia Capital India, afferma che il suo settore non ha mai visto opportunità di investimento più propizie al leap frogging tecnologico: cioè all’adozione di tecnologie avanzate ancora non impiegate su vasta scala neanche nei paesi più industrializzati. La start up NextBank ha auto­matizzato il ciclo di vita dell’investment banking per tutte quelle piccole e medie imprese regionali che non potreb­bero mai permettersi le grandi banche di Wall Street. I suoi fondatori stanno anche creando un acceleratore vir­tuale che digitalizza le fasi e le lezioni del processo di startup, dall’investimento tramite crowdfunding alle initial coin offerings ai modelli di business basati sulla blockchain come funghi per poi diffondersi nel resto della regione.

L’industria del ride sharing è emblematica di come le compagnie occidentali stiano perdendo terreno rispetto ai rivali locali per ragioni sia strategiche che culturali. So­lo qualche anno fa sembrava che Uber stesse per conqui­stare il mondo. Ma grazie al sostegno offerto dalla Soft­Bank a diverse società asiatiche di car sharing – Didi Chuxing (DiDi) in Cina, GrabShare nel Sudest asiatico e Ola Cabs in India – la valutazione di Uber è scesa sotto quella di DiDi, che ha acquistato le operazioni di Uber in Cina (dopodiché la SoftBank ha acquistato azioni Uber a prezzo scontato). In Russia Uber è stata sostitui­ta da Yandex.Drive; nel Sudest asiatico ha venduto le proprie operazioni a GrabShare, in cui la Toyota ha poi investito un miliardo di dollari. Ora DiDi si sta espan­dendo in Brasile, Ola Cabs (in cui ha investito DiDi) si sta trasferendo in Australia e Careem detiene il primato nella regione del Golfo. Queste aziende asiatiche domi­nano collettivamente lo spazio asiatico e stanno sfidando Uber nel resto del mondo. In molte città asiatiche Uber non è più il leader del mercato, ma un partner delle so­cietà locali di punta. Diversamente dal fondatore di Uber Travis Kalanick, la fondatrice di DiDi, Jean Liu, una del­le cinquanta donne miliardarie cinesi, è considerata una mentore dai suoi colleghi asiatici. L’amministratore de­legato della Grab Anthony Tan ha detto: «C’è un senso di fratellanza, l’idea che questa è una battaglia che ci ri­guarda tutti. Mostriamo al mondo il potere dell’Asia».

  • Capitolo tratto dal libro scritto dall’autore e pubblicato in Italia nel marzo del 2019 con il titolo Il secolo asiatico? – Fazi Editore, Roma (pagg. 227 – 244)