debito

Il debito ha bisogno delle banche ed è tanto più grande quanto più è incoraggiato dal sistema bancario. Secondo Jacob Soll, autore di un bel libro sul “Reckoning” (il far di conto), una delle principali cause dell’imbarbarimento del sistema bancario americano fu l’approvazione di una legge – il Gramm-Leach-Bliley Act – che sostituiva il Glass-Steagall Act. Dopo averla firmata, Clinton disse che era “il più importante dei mutamenti del sistema finanziario degli Stati Uniti dagli anni Trenta”. Aveva ragione. Il Glass-Steagall, annunciato dal presidente Roosevelt nel suo discorso inaugurale del 1933 e approvato nei mesi seguenti, creava un Deposito federale per garantire la sicurezza dei depositi bancari e sanciva la distinzione tra l’attività bancaria tradizionale e l’attività bancaria di investimento. Il legislatore voleva evitare che la crisi di una banca coinvolgesse i risparmiatori, titolari di semplici conti correnti, e creasse con una inevitabile corsa agli sportelli nei momenti di crisi, il panico dei mercati. Ma per il mondo bancario americano, da qualche anno, il Glass-Steagall era concepito come una intollerabile limitazione dell’intraprendenza e della fantasia finanziaria nell’epoca della globalizzazione.

La nuova legge, voluta da Wall Street, avrebbe permesso a banche commerciali, banche di investimento, società di borsa e compagnie di assicurazione, di fondersi per meglio sfruttare le grandi occasioni offerte dal mercato mondiale. La nuova legge, inoltre, si asteneva dall’autorizzare la SEC (Securities and Exchange Commission) o qualsiasi altra agenzia finanziaria a regolamentare le grandi banche di investimento.

Secondo Jacob Soll, la nascita di nuovi colossi finanziari, autorizzati ad agire con maggiori libertà su diversi mercati, avrebbe dovuto indurre il legislatore a rafforzare contemporaneamente il ruolo dei revisori dei conti. Ma il numero dei revisori era enormemente cresciuto e la professione dell’auditor era diventata sempre meno remunerativa. La maggiore società del settore, Arthur Andersen, fondata a Chicago nel 1913, aveva proposto da tempo che il revisore fosse libero di mettere la sua esperienza al servizio delle imprese in veste di consulente. La proposta venne finalmente accolta e la consulenza, per le società di revisione, divenne presto molto più proficua del loro vecchio mestiere. Ma in questo modo era stata eliminata la barriera che aveva per molti anni separato il sorvegliante dal sorvegliato. Il mondo ne ebbe la prova quando scoprimmo che il valore delle azioni di alcune grandi imprese, fra cui Enron e WorldCom, era dovuto alla falsificazione dei loro conti e che la frode era stata resa possibile dal colpevole silenzio di Andersen. Vi erano stati alcuni segnali di allarme lanciati da revisori scrupolosi, ma Andersen non li raccolse per non pregiudicare il contratto di consulenza firmato con Enron per 100 milioni di dollari.

I risultati dello scandalo furono due: la fine di un’azienda quasi centenaria e una nuova legge, il Sarbanes-Oxley Act, a cui si deve la creazione di un organo di sorveglianza per garantire l’indipendenza dei revisori. Ma la nuova legge non è riuscita a impedire che la fantasia delle grandi banche continuasse a eludere i controlli dei revisori con la creazione di nuovi prodotti finanziari. In un discorso alla riunione del Fondo Monetario Internazionale, prima di lasciare la Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet ha fornito alcuni dati sconvolgenti. Gli asset delle maggiori banche di investimento americane sono passati da due trilioni di dollari poco più di venti anni fa a 22 trilioni di dollari nella fase che ha immediatamente preceduto la crisi del 2008: quasi il doppio del Pil americano. Gli Hedge Funds gestivano un po’ meno di 100 miliardi di dollari (pari a circa 135 miliardi di euro) all’inizio degli anni Novanta. Ne gestivano 30 trilioni (pari a circa 26 mila miliardi di dollari) nel 2007. Un aumento di oltre trenta volte in 17 anni. E infine, il valore teorico di tutte le categorie di derivati è aumentato in venti anni di venti volte ed era calcolato, quando Trichet pronunciò il suo famoso discorso, in 600 trilioni di dollari, vale a dire dieci volte il prodotto interno lordo mondiale.

Vi è questo proposito un paradosso che mette in evidenza la differenza tra Europa e Stati Uniti. Mentre nel continente europeo i maggiori Paesi dell’Unione adottavano l’euro e si privavano del diritto di battere moneta, il governo americano concedeva questo diritto alle banche. Nel 2008 nessuno era in grado di quantificare e valutare questo enorme mare di carta su cui navigava senza bussola lo spericolato aeroscafo della finanza americana. Quando molti cominciarono a interrogarsi sul reale valore delle CDOs (Collaterized Debt Obligations, ossia obbligazioni garantite da un debito), la piramide del debito crollò su se stessa portando con sé le banche che si erano lasciate sedurre dalla formula miracolosa di Wall Street.

  • Paragrafo tratto dal libro “Breve storia del debito da Bismarck a Merkel”, edizione speciale Einaudi per Vitale & Co, Anno 2016 (pagg. 36 – 38).
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Sergio Romano
Nato a Vicenza nel 1929, cresce tra Milano e Genova. Terminato il liceo classico "Beccaria" di Milano, intraprende l'attività di giornalista praticante; nel 1952 si laurea in giurisprudenza all'Università statale di Milano. Viaggia nelle capitali europee (Parigi, Londra, Vienna). La frequentazione prolungata dell'Europa lo indirizza verso la carriera diplomatica: entrato alla Farnesina nel 1954, dopo quattro anni trascorsi a Roma, viene assegnato all'ambasciata d'Italia a Londra, dove rimane fino al 1964. Rientrato a Roma per far parte del gabinetto del ministro degli Esteri Giuseppe Saragat, quando quest'ultimo viene eletto presidente della Repubblica lo segue al Quirinale, assegnato alla Segreteria generale della Presidenza. Dal 1968 al 1977 è primo consigliere a Parigi e in Francia pubblica per la prima volta nel 1977 Storia d'Italia dal Risorgimento ai nostri giorni. Dopo essere rientrato al ministero degli Esteri come direttore generale delle Relazioni culturali, è nominato ambasciatore presso la NATO (1983-85). Conclude la sua carriera diplomatica come ambasciatore a Mosca (1985-89), nell'allora Unione Sovietica, sede che negli anni del governo di Bettino Craxi usciva dall'isolamento in cui era stata tenuta nei periodi precedenti, caratterizzati dall'assoluto atlantismo della diplomazia italiana. Di questa sua esperienza è possibile farsi un'idea attraverso le Memorie di un conservatore (2002), ritratto conciso della classe burocratica e diplomatica italiana (e non solo) nell'epoca della guerra fredda. Dimessosi dalla carriera diplomatica agli inizi del 1989, in seguito a contrasti con il Governo allora presieduto da Ciriaco De Mita, è divenuto commentatore per alcune testate italiane (la Stampa, Panorama, Limes, Il Mulino), e curatore di una collana storica per la casa editrice Corbaccio. Collabora dal 1999 al Corriere della Sera. Ha altresì insegnato all'Università della California, a Harvard, all'Università di Pavia, all'Università di Sassari e all'Università Bocconi di Milano. È stato inoltre presidente del Comitato generale premi della Fondazione Balzan ed è membro del Comitato Scientifico della rivista Geopolitica. Nel 1993 ha vinto il Premio Nazionale Letterario Pisa nella sezione saggistica. Nel 2010 ha vinto il premio "È giornalismo". Ha pubblicato numerosi libri e saggi di storia e di raffinata analisi politica.