La paura di vedere la meccanizzazione sostituire i lavori è antica quanto la meccanizzazione stessa e quindi il lavoro. Storicamente, si è sempre dimostrata infondata perché l’aumento della produttività e stato compensato dall’aumento della domanda di beni e dalla crescente competenza dei lavoratori, che trovavano in tal modo nuovi impieghi. Ma l’era NBIC (Nanotecnologie, Biotecnologie, Information Technology e Cognitive sciences) somiglia sempre meno a una classica rivoluzione industriale. I suoi effetti sull’occupazione potrebbero essere meno idilliaci. Molto meno. Quello che e certo, e che il bisogno d’intelligenza sarà più elevato che mai. E il fallimento della scuola sarà ancora più preoccupante.

Nessun lavoro è immunizzato contro il rischio legato all’Ia

La spettacolare ondata d’Ia minaccerà persino le attività che sembrano particolarmente protette. Il processo di sostituzione dei compiti di routine è vecchio quanto la meccanizzazione. Ma ciò che è nuovo, nel XXI secolo, è che questo processo interessa, poco a poco, compiti sempre più qualificati che si ritenevano inaccessibili alle macchine. I primi calcolatori ed elaboratori di testo hanno cominciato rimpiazzando bruscamente le orde di “signorine” addette all’esecuzione di calcoli noiosi e alla battitura delle annotazioni di cui l’azienda aveva bisogno. Nell’era digitale, questa tendenza conosce un’improvvisa accelerazione. Si moltiplicano gli esempi di scomparsa di lavori apparentemente qualificati che si consideravano protetti contro la meccanizzazione.

La rana e l’ortodontista

L’evoluzione dell’ortodonzia è rivelatrice: questa professione è stravolta e gli ortodontisti non si sono accorti di ciò che stava accadendo. Il sistema di bande e placchette richiede molti passaggi dispendiosi in termini di tempo per il dentista: presa d’impronte, diagnosi, applicazione delle placchette, adattamento regolare di archi ed elastici, rimozione delle placchette, inserimento di un arco di contenzione post-placchette, ecc.

L’ortodonzia è una professione intellettuale e manuale. Ogni ortodontista ha la propria manualità e le proprie astuzie, frutto di anni di pratica. Con l’arrivo degli allineatori Invisalign, tutto ciò va in frantumi. Il medico professionista si trasforma in un distributore di prodotti progettati in California dall’Ia. Oltre quattro milioni di trattamenti ortodontici sono già stati progettati da Invisalign e ogni nuovo paziente arricchisce il sistema esperto, che diventa ogni giorno più performante degli umani. L’impronta è presa elettronicamente dall’assistente del dentista partendo da migliaia di fotogrammi realizzati da una sonda elettronica che passa davanti ai denti. I dati digitali vanno a Invisalign, in California, a due passi da Google, Facebook e Apple. Invisalign analizza i dati e, alcuni milioni di miliardi di operazioni dopo, l’Ia made in California genera circa quindici allineatori trasparenti che sono progettati su misura per spostare i denti nel miglior ordine possibile. Tutto questo è calcolato a partire dalla banca dati di 4 milioni di pazienti. Diecimila volte di più dell’esperienza diretta di un ortodontista. In seguito un corriere di tipo FedEx invia gli allineatori. Ovviamente il dentista ha un rapporto con il cliente e lavora anche sull’empatia. Ma il 99% del valore aggiunto si è ormai spostato nelle mani del fornitore… d’Ia.

Se si immerge una rana in una bacinella d’acqua e si fa salire gradualmente la temperatura dell’acqua, la rana si addormenta senza rendersi conto che morirà. L’ortodontista si trova in una situazione analoga: immerso nel pentolone dell’Ia, morirà lentamente per via del suo profondo rifiuto tecnologico. Nessun medico professionista sarà all’altezza del sistema. Nel 2010, tutti gli addetti alle previsioni pensavano che l’ortodonzia fosse una professione al “100% non delocalizzabile fino alla fine dei tempi”; è esattamente il contrario. Gli ortodontisti per il momento trovano motivo di rassicurazione nel fatto che questa tecnica non è ancora generalizzabile e sono loro a configurare alcuni parametri. Ma in realtà, questa parametrizzazione è lasciata agli ortodontisti da Invisalign per far credere al medico professionista, e al paziente, che il dentista sia ancora utile, il che può solo accelerare la diffusione del suo prodotto, fino all’inevitabile giorno in cui l’intermediario potrà essere eliminato o emarginato. Un’astuzia paragonabile a quella di L’Oréal, che fa credere all’estetista che prescrive le creme di essere importante.

L’Ia stravolgerà l’ortodonzia in pochi anni. Questo processo si estenderà a tutta la medicina. La nostra biologia è talmente complessa che nessun medico può competere con l’Ia. All’inizio del 2017, uno studio pubblicato dall’ospedale di Stanford ha mostrato che l’Ia di Google analizza una lesione cutanea, e in particolare il cancro della pelle, meglio dei migliori specialisti in dermatologia. In pochi mesi, l’Ia ha superato l’uomo in numerose attività mediche.

Lavori qualificati come quello del chirurgo potrebbero essere minacciati più velocemente di quanto si pensi. I primi robot chirurgici – principalmente il da Vinci – sono apparsi a partire dagli anni 2000. Non sono ancora autonomi e restano sotto il controllo del chirurgo, che è costantemente presente dietro la console informatica. Nei prossimi decenni, le competenze del robot si arricchiranno per sostituire gradualmente l’attuale funzione del chirurgo. (…)

Un’economia in cui “il vincitore prende tutto”

L’ibridazione del digitale, della robotica e, soprattutto, dell’Intelligenza artificiale, rimette in discussione le fondamenta dell’economia, basata sulla concorrenza e sull’adeguamento “tranquillo” dell’offerta alla domanda. Le aziende che dispongono dei mezzi per investire nelle tecnologie più moderne, e attirare i cervelli più brillanti del mondo, hanno l’opportunità di diventare, in pochi anni, dei giganti mondiali quasi monopolistici, proprietari di miliardi di miliardi di dati. Questa economia basata sulla crescita esponenziale pone tre sfide inedite. Una sfida di adeguamento del mercato, in primo luogo. L’intelligenza artificiale è in costante accelerazione. Come si equilibrano i mercati quando le aziende crescono molto rapidamente e quando le tecnologie non si stabilizzano mai? È possibile fissare le remunerazioni, in queste circostanze, senza creare un’enorme disoccupazione? I prezzi sono destinati a cambiare continuamente? A variare a seconda degli utenti?

Quali saranno le competenze dell’uomo nella “seconda età delle macchine”?

Si distinguono tradizionalmente due fattori di produzione: il capitale, costituito da macchine, edifici e risorse finanziarie, e il lavoro, che è prodotto dagli esseri umani. In futuro, a quest’equazione sarà necessario aggiungere un terzo fattore: l’Ia. La produttività dipenderà in gran parte dalla quantità di quel connubio tra Intelligenza umana e artificiale che verrà integrata al processo. Ciò avverrà per quasi tutti i settori economici. L’Ia sarà ovunque. Proprio come la rivoluzione industriale aveva introdotto l’elettricità ovunque, la rivoluzione digitale “cognitivizzerà” tutto. Metterà al comando forme d’intelligenza specifiche per aiutarci a guidare meglio le automobili, distribuire meglio le reti energetiche, costruire edifici e strade, e mille altre cose sempre piu complesse. Secondo gli economisti Brynjolfsson e Mcafee, stiamo entrando nella “seconda età delle macchine”. La prima aveva permesso all’Uomo di superare i suoi limiti fisici: energia meccanica applicata all’industria, trasporto terrestre e aereo, comunicazioni… L’Uomo può ormai spostarsi e comunicare grazie ad artefatti che gli permettono di oltrepassare quei limiti di spazio e velocità che gli erano propri da sempre. Siamo ora agli albori della seconda età, quella in cui le macchine ci permetteranno di oltrepassare i nostri limiti cognitivi. Una differenza fondamentale tra le due età delle macchine e il ritmo di progressione: mentre a partire dal XIX secolo le macchine raddoppiavano la loro efficienza ogni cinquant’anni, l’informatica ha istituito un ritmo totalmente nuovo: quello della famosa legge di Moore.

Da quasi cinquant’anni le capacità informatiche progrediscono a un ritmo sconcertante. La seconda età delle macchine non ha quindi nulla in comune con la prima.

Arriverà presto quel momento cruciale in cui l’Ia penetrerà l’intera economia, cosi come hanno fatto a loro tempo le tecnologie del vapore e dell’elettricità. Le macchine intelligenti, associate alla digitalizzazione dei processi di produzione e alla comunicazione in rete, avranno un enorme impatto sulla produttività e quindi sui lavori necessari.

Da un punto di vista economico, la maggior parte delle previsioni sono apocalittiche. Uno studio dell’Università di Oxford, realizzato nel 2013, esamina 702 tipi di lavoro presenti negli Stati Uniti e riferisce che quasi uno su due (il 47%) ha un rischio elevato di essere influenzato dalla tecnologia e che il 19% è a rischio. In totale, il 66% dei lavori potrebbe dunque scomparire nei prossimi vent’anni. Il rapporto del Pew Research Center prevede che il mercato del lavoro sarà scosso sin dal 2025.

Qualunque cosa accada, sembra chiaro che nuove professioni, che ancora non riusciamo nemmeno a immaginare, si diffonderanno e richiederanno competenze specifiche: in primo luogo l’adattabilità, la flessibilità mentale, in altre parole la capacità di apprendere. Nel 1940, nell’arco della sua vita, un uomo svolgeva in media 2,7 attività lavorative. Nel 1970 questo dato era quasi raddoppiato. Oggi, si stima che, nel corso della sua vita, un dipendente conoscerà una decina di datori di lavoro. E cosa succederà in futuro, in un’economia più evolutiva che mai? Come diceva già a partire dal 1970 il futurologo Alvin Toffler, ≪gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno leggere o scrivere, ma quelli che non sanno imparare, disimparare e reimparare≫. I nuovi mestieri saranno più accessibili agli individui adattabili e dotati di QI elevato. Andreessen raccomanda quindi di ≪concentrarsi sull’accesso all’istruzione e sullo sviluppo delle competenze, nella cui trasmissione la tecnologia avrà un ruolo sempre più importante≫.

  • Brani tratti dal libro La guerra delle intelligenze”, edito da Edt, Torino, anno 2018 (pagg. 105 e seguenti).