Quantunque questo scritto riguardi piuttosto lo storicismo, e cioè una metodologia che non approvo, anziché i metodi che secondo me hanno avuto successo e di cui raccomando lo sviluppo ulteriore più consapevole, sarà utile cominciare con il caratterizzare questi ultimi metodi per chiarire le tendenze che stanno alla base della mia critica. Per comodità, darò a tali metodi il nome di tecnologia occasionale.

Il termine tecnologia sociale e ancor più il termine meccanica sociale probabilmente desterà un senso di ostilità e ad alcuni riuscirà antipatico, poiché ricorderà loro i grafici sociali dei pianificatori collettivi o magari anche dei tecnocrati. Mi rendo conto di questo pericolo, e per ovviare a eventuali associazioni di idee poco desiderabili, ho aggiunto l’espressione a spizzico anche per esprimere la mia convinzione che lavorare sulle cose saltuariamente o, appunto, a spizzico, (Piecemeal tinkering, come talvolta lo si definisce), purché sia unito all’analisi critica, è il modo principale di raggiungere risultati pratici nelle scienze sociali oltre che in quelle naturali. Lo sviluppo delle scienze sociali è dovuto in gran parte alla critica di proposte di miglioramenti sociali o, più esattamente, a indagini intese ad accertare se è probabile che una determinata azione politica o economica produca un dato risultato, atteso o desiderato. Questo atteggiamento, che potrebbe davvero chiamarsi classico, è quello che ho in mente quando parlo di un atteggiamento tecnologico nelle scienze sociali ovvero di una tecnologia sociale a spizzico.

Nel campo delle scienze sociali i problemi tecnologici possono essere di un carattere, o “privato” o “pubblico”. Per esempio, inchieste circa la tecnica amministrativa negli affari, oppure l’effetto sulla produzione di un miglioramento nelle condizioni di lavoro appartengono al primo gruppo, mentre invece appartengono al secondo gruppo inchieste sull’effetto che hanno riforme carcerarie o un’assicurazione universale contro la malattia o la stabilizzazione dei prezzi per mezzo di tribunali o l’introduzione di nuovi dazi di importazione, etc., sopra, per esempio, il livellamento dei redditi. E appartengono anche al secondo gruppo alcune delle più urgenti questioni pratiche del nostro tempo come il controllo dei cicli commerciali, oppure se sia conciliabile una pianificazione centralizzata nel senso di una direzione della produzione da parte dello stato, con un effettivo controllo democratico dell’amministrazione, oppure la questione del come esportare la democrazia nel Medio Oriente.

Porre in luce l’atteggiamento pratico e tecnologico non significa che si devono escludere gli eventuali problemi teorici che sorgeranno dall’analisi dei problemi pratici. Anzi, è una delle mie convinzioni principali quella che l’atteggiamento tecnologico ha probabilità di essere fecondo facendo sorgere problemi significativi di una specie puramente teorica. Ma esso, oltre ad assisterci nel compito fondamentale della scelta dei problemi, impone una disciplina le nostre tendenze speculative (le quali, specialmente nel campo della sociologia vera e propria, facilmente ci condurrebbero alle regioni della metafisica); poiché esso ci costringe a vegliare che le nostre teorie abbiano certi precisi requisiti, per esempio che raggiungano un certo livello di chiarezza e che si possano sottoporre ad esperimenti pratici. Si potrà magari descrivere la tendenza tecnologica, dicendo che la sociologia in particolare – e forse le scienze sociali in genere – devono cercarsi non tanto Newton o un Darwin quanto piuttosto un Galileo un Pasteur.

Questo accenno, e gli altri precedenti, a un’analogia fra i metodi delle scienze sociali e quelli delle scienze naturali, probabilmente incontrerà altrettanta resistenza quanto la nostra scelta di termini quali tecnologia sociale e meccanica sociale (e ciò malgrado la importante tendenza espressa dalla qualifica “a spizzico”). Perciò posso dire che mi rendo benissimo conto dell’importanza della lotta contro un naturalismo dogmatico metodologico o, per usare un’espressione del professor Hayek, scientismo. Ma non vedo perché non dovremmo fare uso della parte feconda di questa analogia, senza lasciarsi sviare dal fatto che in certi ambienti essa non è stata compresa e se ne è abusato. Inoltre, sarà difficile che possiamo porre a codesti naturalisti dogmatici un argomento più valido del dimostrare che alcuni dei metodi contro i quali essi combattono sono fondamentalmente uguali ai metodi adoperati nelle scienze naturali. Un’obiezione che si presenta a prima vista contro il metodo che abbiamo denominato tecnologico è che richiede l’adozione di un atteggiamento “attivista” verso l’ordine sociale e che perciò può facilmente indurre in noi una prevenzione contro il punto di vista antinterventista o “passivista” secondo il quale il nostro malcontento per le condizioni sociali o economiche esistenti è dovuto alla nostra incapacità di comprenderne il meccanismo, e un intervento attivo non potrebbe che peggiorare la situazione. Ora devo ammettere che non ho certo simpatia per questo punto di vista “passivista”, credo anzi insostenibile una politica antinterventista universale persino solo da un punto di vista logico, poiché i suoi sostenitori sono obbligati a consigliare quel tanto di intervento politico che mira ad impedire l’intervento. Ciò nondimeno, su questo punto l’atteggiamento tecnologico in quanto tale è neutro (come è giusto, del resto) e niente affatto incompatibile con l’antinterventismo. Anzi, penso che l’antinterventismo implica un atteggiamento tecnologico. Poiché affermare che l’interventismo peggiora le situazioni equivale a dire che certe azioni politiche non avrebbero certi effetti, cioè non quelli desiderati. Ed è uno dei compiti più caratteristici di qualunque tecnologia indicare ciò che non può essere realizzato.

Questo punto merita una considerazione più attenta. Come ho dimostrato altrove (il riferimento è contenuto nella Logica della scoperta scientifica, volume pubblicato a Torino nel 1970. Capitolo quinto, paragrafo secondo, ndr), ogni legge naturale può essere espressa nella forma la tal cosa non può accadere, cioè con una proposizione nella forma del proverbio: non si può portare acqua in un setaccio. Per esempio la legge della conservazione dell’energia può essere espressa così: non si può fare una macchina a moto perpetuo. E quella dell’entropia: non si può fare una macchina che sia efficiente al 100%.

Questo modo di formulare le leggi naturali mette chiaramente in mostra il loro significato tecnologico è può quindi chiamarsi la forma tecnologica di una legge naturale. Se ora consideriamo l’antinterventismo da questo punto di vista, vediamo subito che può essere espresso da un insieme di proposizioni della forma: non si possono raggiungere tali risultati, oppure forse: non si possono raggiungere quei certi fini senza che avvengano quei certi effetti che vi corrispondono. Ma ciò dimostra che l’antinterventismo può dirsi una dottrina tipicamente tecnologica.

Naturalmente, non è la sola nel regno della scienza sociale. Anzi, l’importanza della nostra analisi risiede nel fatto che attira l’attenzione su di una somiglianza veramente fondamentale fra le scienze naturali e quelle sociali. Penso al fatto che esistono leggi o ipotesi sociologiche analoghe alle leggi o ipotesi delle scienze naturali. Poiché l’esistenza di tali leggi o ipotesi sociologiche (a prescindere dalle cosiddette leggi storiche) è stata spesso messa in dubbio, ne fornirò ora numerosi esempi: 1) non si possono introdurre dazi sui prodotti agricoli e allo stesso tempo ridurre il costo della vita. – 2) In una società industriale la pressione del compratore non potrà mai essere organizzata con tanta efficacia quanto quella di certi produttori. – 3) non si può avere una società a pianificazione centrale con un sistema di prezzi che adempie alle principali funzioni dei prezzi di mercato. – 4) non si può avere piena occupazione senza inflazione. Possiamo prendere un altro gruppo di esempi la il campo della politica di potere: 5) non si può introdurre una riforma politica senza causare alcune ripercussioni poco desiderabili dal punto di vista dei fini cui si tende (perciò, stai attento!). 6) non si può introdurre una riforma politica senza rafforzare le forze che vi si oppongono, approssimativamente in ragione diretta dell’importanza della riforma. (Possiamo definirlo il corollario tecnologico di “vi sono sempre interessi legati allo status quo). E poi ancora: 7) non si può fare una rivoluzione senza causare una reazione. A questi esempi ne possiamo aggiungere altri due, che potrebbero chiamarsi rispettivamente la legge della rivoluzione di Platone (dall’ottavo libro della Repubblica) e la legge della corruzione di Lord Acton: 8) non si può fare una rivoluzione vittoriosa se la classe dirigente non è indebolita da dissensi interni o da una sconfitta in guerra. E 9) non si può dare a un uomo il potere sopra gli altri uomini senza che gli abbia la tentazione di abusarne. Tentazione, questa, che aumenta approssimativamente in ragione del potere esercitato e a cui pochissimi sono capaci di resistere. Non vorremmo pronunciarci sul valore dei vari indizi esistenti, favorevoli a questa ipotesi: nelle loro formulazioni vi è certo molto da migliorare. Essi sono soltanto esempi del genere di affermazioni che una tecnologia a spizzico potrebbe tentare di discutere e di provare.

  • Paragrafo completo, tratto dal libro scritto da Karl Popper “Miseria dello storicismo”, pubblicato da Feltrinelli nell’anno 2002 (la prima edizione di questo saggio è stata pubblicata nel 1957), (pagg. 71 – 76).