La politica estera desta particolari preoccupazioni. Per 59 anni sui 60 passati dalla stipula dei Trattati di Roma, l’Unione Europea, nelle sue varie fasi, ha mantenuto l’allineamento strategico con gli Stati Uniti d’America. Poi, maledettamente puntuale è tornato il Pangermanesimo.

Il 27 maggio 2017, sancendo il fallimento del G7 di Taormina, la Cancelliera Angela Merkel ha messo la parola fine all’Atlantismo europeo con una dichiarazione durissima: “I tempi in cui potevamo contare su altri sono in una certa misura finiti”, dichiarava la Kanzlerin. “Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani”.

Ma la svolta viene da lontano, e sbaglierebbe chi pensasse che la rottura è da ascriversi a un problema di relazioni con la presidenza Trump. La rottura politica tra la Germania e gli Usa era di fatto già avvenuta in piena amministrazione Obama, quando il 23 ottobre del 2013 esplose lo scandalo delle intercettazioni abusive americane che venivano effettuate dall’ambasciata a Berlino. Allora venne alla luce che la NSA (National Security Agency) aveva messo sotto controllo il cellulare della Cancelliera Merkel e monitorato sistematicamente ogni sua conversazione. Che la frattura tra Usa e Germania fosse ormai insanabile fu chiaro immediatamente, non appena il portavoce del Governo federale tedesco, il sottosegretario Steffen Seibert, dichiarò secco: “Il vaso della fiducia reciproca è stato rotto”.

Ma già da prima, andavano creandosi le condizioni per la rottura economica. A far data dalla crisi finanziaria mondiale, la Germania ha accumulato un surplus commerciale di 300 miliardi di euro. La presa di posizione del Consigliere della Casa Bianca per il commercio internazionale, Peter Navarro, che aveva accusato la Germania di praticare una politica commerciale sleale attraverso lo sfruttamento sistematico di un “euro grossolanamente svalutato” aveva, alla fine di una lunga strategia concertata con Gary Cohn e Wilbur Ross, esplicitato un disagio che andava avanti da tempo. Esiste un evidente problema nella struttura della relazione commerciale tra i due paesi. Nella bilancia commerciale tra Usa e Germania, Washington ha accumulato al Q4 del 2017 un deficit di 60 miliardi di dollari su un interscambio complessivo di 150 miliardi di dollari.

A far data dall’Unione monetaria, la Germania è andata nei fatti affermandosi come un paese manipolatore della moneta, e ha deliberatamente sfruttato i vantaggi concessi da un eruo eccessivamente svalutato. Ma il vantaggio acquisito dalla Germania nei confronti degli Usa sotto il profilo commerciale è simmetricamente correlato alla marginalizzazione tedesca degli altri paesi dell’Unione Europea. Tale processo è il frutto della politica mercantilistica condotta per anni dalla Germania. La politica industriale tedesca si basa sul modello bassi salari/alta tecnologia, appoggiandosi sulla piattaforma europea per poter competere in autonomia contro il resto del mondo.

Dal 2014, il Tesoro Usa chiede una soluzione al problema del surplus commerciale tedesco. L’amministrazione Usa ha affermato che il riequilibrio della bilancia commerciale tedesca passa attraverso lo sviluppo di politiche di sostegno della domanda interna, e cioè aumenti salariali e nuovi investimenti in infrastrutture. Washington, insomma, ha già da tempo richiesto il ripensamento delle micidiali politiche di austerity imposte da Berlino al resto d’Europa. Ma, l’elezione di Emmanuel Macron ha introdotto un ulteriore fattore di conflitto. Per tutta risposta, infatti, la Commissione UE ha presentato il “Piano di riforma della governance dell’UE”.

Col cosiddetto Piano Juncker, l’obiettivo di Bruxelles è chiaro: l’Europa deve essere a trazione franco-tedesca e l’Unione deve assorbire la residua sovranità degli stati-nazione. Di questi obiettivi – condivisi da Parigi, sempre più alla ricerca per via politica di quel ruolo internazionale che l’economia le nega – Berlino, incapace di machiavellismi, non fa mistero; l’impianto della riforma è ad alta intensità ideologica e la mano del pangermanesimo in piena vista nel barattolo della marmellata. Esplicitando, il Piano Juncker è né più né meno che un Opa sul continente. Da un lato cristallizza la sottrazione delle strategie di bilancio dalle mani della politica interna, rendendole mera funzione dell’applicazione di un pacchetto di norme assistito da sanzioni. Dall’altro, completa la revoca del controllo democratico sulle decisioni interne dalle mani degli elettori nazionali, attribuendo alla burocrazia europea poteri di programmazione economica, indirizzo politico e di coordinamento esecutivo.

In tutto questo, come è di tutta evidenza, salta l’equilibrio dell’UE. I paesi della periferia dell’Eurozona, Italia, Grecia, Portogallo, Spagna, ma anche economie altamente esposte al ciclo economico come Cipro e Malta, hanno tutto da perdere e nulla da guadagnare. Altri otto paesi, Danimarca, Irlanda, Finlandia, Olanda, Svezia e le tre repubbliche baltiche, si oppongono alla formula “unione sempre più stretta” che indebolisce la disciplina fiscale interna.

I tre capisaldi del nuovo ordine economico europeo infatti mirano a consolidare la visione mercantile dell’integrazione europea; quella cioè di una economia basata sulle esportazioni e quindi ad alta tecnologia e a bassi salari, andando a formalizzare usque ad finem il modello industriale tedesco e il suo rafforzamento a danno di altri paesi con capacità manifatturiera, Italia in primis.

Il primo caposaldo del Piano Juncker è l’istituzione di un ministro delle Finanze europeo, che sia anche presidente dell’Eurogruppo e commissario europeo agli Affari Economici, con compiti di vigilanza sulle riforme strutturali e di coordinamento degli strumenti finanziari dell’Unione.

Il secondo è la trasformazione dell’ESM (European Stability Mechanism) in un vero e proprio Fondo Monetario Europeo che sottragga alla Commissione europea il controllo sui bilanci degli Stati membri.

Il terzo è la conversione del Fiscal Compact (il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unone economica e monetaria) in un istituto interno alle normative europee.

Il risultato netto della riforma scontenta entrambi i blocchi, demolendo il metodo intergovernativo all’interno dell’UE. Ma per i Paesi della periferia dell’Eurozona significherebbe il commissariamento permanente. Attorno ad essi viene eretta una gabbia di alte tasse e alta regolamentazione che paralizza ogni leva interna di riforma e neutralizza ogni capacità competitiva contro la Germania. Il meccanismo di voto dell’Esm, in particolare, basato non sul principio capitario ma sulle quote di sottoscrizione, concede di fatto ai maggiori quotisti, Germania e Francia, il potere di imporre riforme strutturali alle economie periferiche, già vincolate dall’euro. Infine, l’armonizzazione fiscale va nella direzione opposta al processo di federalismo fiscale europeo, che ancora necessita di trasferimenti perequativi verso le aree a bassa crescita.

  • Brano tratto dal libro dell’autore, dal titolo “L’altra Brexit”, pubblicato da MF Italia Oggi, Milano, anno 2018 (pagg. 152 – 157).