Il termine “imperialismo” cominciò a essere usato in Gran Bretagna negli anni Settanta dell’Ottocento per indicare le radici economiche che sono alla base dell’espansione coloniale. Il termine si impone negli anni Novanta anche in altri Paesi, ma riferito in origine alla sola Gran Bretagna, la maggiore potenza dell’epoca. Il confronto fra due dizionari francesi a distanza di pochi anni, indica tuttavia un rapido cambiamento di significato: nel 1905 il Nouveau Larousse Illustré definisce l’imperialismo “una politica tendente a rafforzare i legami tra l’Inghilterra e le sue colonie e all’espansione della potenza britannica”; per il Larousse du XX siècle del 1911 esso è “una dottrina tendente all’espansione territoriale di uno stato e alla sua egemonia sugli altri”. Nel 1911 era scomparso il riferimento univoco all’Inghilterra e al colonialismo, a conferma che l’imperialismo era un concetto nuovo che riguardava un fenomeno recente e diffuso: un concetto che non aveva ancora l’accezione negativa che acquisterà più tardi.

L’imperialismo fu oggetto di analisi e discussioni già da parte dei contemporanei. Nel saggio Imperialism del 1902, l’economista liberale inglese John Hobson non lo giudicò una filiazione necessaria del capitalismo, bensì una degenerazione del capitalismo “armonioso” dovuta alla ineguale distribuzione del reddito interno: la Gran Bretagna non avrebbe avuto bisogno dei mercati esteri, destinati ad arricchire solo una ristretta élite di armatori, commercianti e fabbricanti d’armi, se tutti gli strati della popolazione avessero avuto i mezzi per assorbire la produzione nazionale, e interventi correttivi in questo ambito, riteneva Hobson, avrebbero eliminato l’imperialismo. Per il leader bolscevico russo Lenin, invece, esso era il frutto inevitabile dei nuovi caratteri, non riformabili, assunti dal capitalismo, che produceva sovraprofitti e quindi eccedenze di capitali che dovevano cercare sbocco nel mercato mondiale. “Quanto più il capitalismo è sviluppato, quanto più la scarsità di materie prime è sensibile, quanto più acuta è in tutto il mondo la concorrenza e la caccia alle sorgenti di materie prime, tanto più disperata è la lotta per la conquista delle colonie”, affermò nell’ Imperialismo, fase suprema del capitalismo scritto nel 1916 durante la Prima Guerra mondiale, da lui considerata uno scontro fra potenze imperialistiche divenuto inevitabile una volta finita l’occupazione coloniale.

Il dibattito non fu limitato a Hobson e Lenin, ed è continuato in sede storiografica con analisi tendenti a combinare i fattori economici e politici dell’imperialismo, che alla fine dell’Ottocento si manifestò nelle conquiste coloniali, ma non solo in esse. Si è così venuta affermando la distinzione tra impero formale, che comporta l’occupazione militare e il dominio politico diretto di un territorio, e impero informale, col quale paesi ad alto sviluppo industriale esercitano un condizionamento economico e quindi un controllo indiretto sulle aree sottosviluppate, senza bisogno di occuparle: un fenomeno, quest’ultimo, considerato più recente rispetto al colonialismo tradizionale, e proprio delle economie più forti. I paesi europei più deboli avrebbero optato per il dominio formale, come fece l’Italia occupando l’Etiopia nel 1935.

  • Brano dell’autore tratto dal libro Il nostro mondo, pubblicato dall’editore Giuseppe Laterza e Figli, Bari, anno 2006 (pagg. 166 – 168)