Nel febbraio del 2001, un consorzio internazionale di biologi rivelò di aver portato a termine la mappatura del genoma umano, ossia di aver decifrato tutte le informazioni genetiche contenute nel Dna umano. Questo risultato straordinario produrrà un progresso eccezionale nella lotta alle malattie; e tuttavia, in concreto, il genoma rappresenta solo il primo passo verso la comprensione di noi stessi e delle nostre caratteristiche. Il Progetto genoma umano – questo il nome del consorzio – ha scoperto un fatto curioso: ciascuno di noi ha circa 30 mila geni, molti meno dei 100 mila che si erano previsti. Il dato è davvero sconcertante, se si pensa che alcune piante ne hanno quasi 25 mila. O noi uomini siamo così complessi come amiamo ritenerci o non è solo il numero di geni a determinare la complessità di un organismo.
Fegato, cuore e cervello non sono composti di geni, naturalmente. I geni contengono istruzioni che servono a fabbricare le varie proteine, ossia le molecole che, a decine di migliaia, si dispongono in una rete interagendo in modi complessi. Per comprendere che cosa ci rende vivi e soprattutto che cosa ci distingue dalle piante, occorre comprendere la struttura di questa vasta rete, in quanto la nostra complessità non è dovuto all’una o all’altra proteina, ma alla delicata architettura di rete.
In campo ecologico, i ricercatori si trovano ad affrontare un problema analogo quando studiano interconnessioni di elevata complessità. Si pensi per esempio al caso del Sudafrica. Da tempo, la sua industria della pesca sostiene che, se si eliminassero le foche della costa occidentale, aumenterebbe il numero dei naselli, pesci molto richiesti sul mercato. Le foche mangiano i naselli, hanno ragionato con logica rudimentale gli operatori del settore ittico. Ma le cose non sono così semplici. Le foche e i naselli sono solo due anelli di una catena alimentare altamente complessa e le azioni che si compiono in un determinato ambiente non si possono isolare del tutto dal contesto. L’etologo Peter Yodzis, dell’università canadese di Guelph, calcola che una variazione nel numero di foche influenzerebbe la popolazione dei naselli attraverso l’azione che eserciterebbe su specie intermedie, in un castello di tessere da domino comprendente oltre 225 milioni di percorsi causa-effetto. Eliminare le foche farebbe davvero aumentare i naselli? Al momento non si può neanche azzardare un’ipotesi plausibile. Se l’industria ittica sudafricana decimasse le foche, potrebbe trovarsi meno naselli di prima.
La catena alimentare foche-naselli è solo un esempio dell’incredibile complessità del nostro ecosistema. Molti altri esempi dimostrano che l’incapacità di capire una realtà complessa può portare a conseguenze nefaste. Nel corso della storia geologica si sono registrati cinque casi di estinzione di massa, in ognuno dei quali oltre la metà di tutte le specie esistenti si è estinta all’improvviso. Negli ultimi anni alcuni scienziati hanno ipotizzato che oggi stiamo assistendo alla sesta grande estinzione, causata dal fatto che abbiamo perturbato l’ecosistema terrestre.
Per valutare quanto sia plausibile un simile, tragico scenario, e per capire in che modo si possa evitarlo, è necessario comprendere meglio il funzionamento delle reti complesse.
Quanto al mondo sociale, bisogna ammettere che si è ancora ben lontani dall’avere una visione chiara degli intrecci complessi di causa ed effetto. Prendiamo l’economia. In tutte le nazioni del pianeta la distribuzione della ricchezza tra gli abitanti non è certo equa, visto che pochissimi individui posseggono la stragrande maggioranza dei beni. Si tratta di una verità basilare nota da oltre un secolo, ma che cosa induce lo squilibrio? E’ un fattore intrinseco al sistema capitalistico a portare alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi o responsabile del fenomeno è invece la natura umana? O ancora, terza ipotesi, la sperequazione deriva dal fatto che non tutti sono in grado di accumulare ricchezza? Benché economisti di idee politiche diverse sostengano con toni accesi e robusti l’uno l’altro punto di vista, le teorie economiche classiche hanno ben poco da dire sull’argomento; poiché non considerano affatto l’economia una rete complessa in via di evoluzione, esse non sono in grado di spiegare uno dei fenomeni più universali e socialmente importanti della realtà economica.
Economisti, ecologi e biologi, devono chiaramente cercare strumenti che permettano loro di comprendere la struttura e il funzionamento delle reti complesse; hanno bisogno di una teoria che consenta loro di capire la rete indipendentemente dagli elementi che la compongono.

• Capitolo tratto dal libro “Nexus” (Perché la natura, la società, l’economia e la comunicazione funzionano allo stesso modo) scritto dall’autore e pubblicato in Italia da Mondadori, collana Oscar Scienza, Milano, anno 2008, (pagg. 9 – 12)