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Qual è – o più propriamente, quale potrebbe essere – l’atteggiamento degli elettori italiani di fronte all’appuntamento delle Europee 2019? Innanzitutto c’è motivo per pensare che voteranno in tanti, che la voglia di votare sia superiore che in passato. L’Europa, recentemente, ha fatto parlare di sé, i suoi rapporti con il nostro Paese sono stati tesi, comunque intensi, l’Italia sta vivendo un momento economicamente piuttosto problematico, e non è da escludere che molti siano propensi a dare all’Europa una certa responsabilità della situazione.

Prevedere ciò che accadrà – immaginare il risultato delle elezioni – è notoriamente difficile, mentre si può tentare di formulare un ragionamento sensato circa i presumibili umori di un elettorato che include punti di vista sensibilmente diversi nel rapporto con le istituzioni europee e nel modo di giudicarne l’operato. Schematizzando, proviamo a suddividere l’elettorato in tre sezioni cui appartengono: a) coloro che non hanno motivo di lamentarsi dell’Ue, il comportamento della quale giudicano tutto sommato soddisfacente, e che non invocano pertanto alcun significativo cambiamento; b) coloro che, ritenendo di avere ragioni più o meno sostanziali per considerare l’Unione europea un organismo inutile o addirittura capace di interferire negativamente con le politiche nazionali, auspicano un progressivo ridimensionamento del suo ruolo e dei suoi poteri; c) coloro che condividono gli ideali sulla cui base è stata fondata l’Unione ma che la desiderano “diversa”, più orientata ad aggredire con efficacia, tempestività e saggezza politica i problemi dei cittadini europei.

Detto questo, si può aggiungere che un certo numero di agnostici o più o meno indifferenti al tema lo si può trovare nella categoria a) e c) – senza escludere del tutto la b) –, così come sarà più facile rinvenire in b) chi ha una vera e propria idiosincrasia per il concetto di unità economico- politica dell’Europa, e in c) chi, europeista convinto, è mosso da un’autentica passione per il massimo grado di perfezionamento del progetto europeo.

Poniamoci ora due domande agli antipodi e dal significato tutt’altro che formale. Come può sperare di raccogliere voti – con quali modalità e argomenti – chi, candidato al Parlamento europeo, si dichiarasse non solo in posizione contraria a quella delle attuali istituzioni europee ma anche contro l’idea stessa e il progetto complessivo dell’Unione?

Come può sperare, invece, di trovare consenso chi, al contrario, esprimesse la propria piena fiducia nelle istituzioni europee e nelle prospettive dell’Europa unita? Il primo interrogativo si riferisce, ovviamente, all’atteggiamento delle formazioni politiche italiane in cui serpeggia un più o meno marcato antieuropeismo. E se è chiaro questo “sentimento” (a prescindere dalle ragioni da cui può essere ispirato), assai meno chiaro è non tanto come manifestarlo quanto il modo in cui riuscire a tradurlo in un programma d’azione concreto. Cercherebbero, i candidati in questione, di ottenere dagli elettori il mandato per andare a Bruxelles e scardinare tutto? Una volta europarlamentari, avrebbero queste persone il coraggio, e soprattutto la forza, sufficiente per smantellare o anche solo condizionare fortemente l’Ue, intesa nel senso di tutto il suo impianto politico e tecnico-burocratico?

Certo, stiamo parlando di italiani che – a un certo punto, nello svolgimento delle loro funzioni – potrebbero trovarsi in sintonia con diversi esponenti politici di altri Paesi. Non sarebbero quindi, presumibilmente, rappresentanti del popolo soli, isolati. Ma si tratterebbe pur sempre di individui destinati a fronteggiarne altri di idee opposte nell’ambito di un organismo inserito in un contesto istituzionale dotato di una sua vitalità, di un suo istinto a sopravvivere e a svilupparsi (con l’aggravante, per non definirla una vera e propria contraddizione, che sarebbero persone chiamate a operare “contro” l’organismo di cui esse stesse fanno parte e al servizio del quale, almeno teoricamente, dovrebbero agire). Lavorare per distruggere potrebbe rivelarsi più difficile, oltre che meno gratificante, che farlo per costruire. In sintesi, credo che i cosiddetti sovranisti finirebbero per avere nei confronti dell’Europa un atteggiamento simile a quello che essi hanno maturato nei confronti dell’Euro: troppo complicato uscirne, meglio prendere atto della situazione e cercare di promuoverne l’evoluzione più favorevole possibile. Cosa che significherebbe premere per un’Ue più sensibile alla specificità delle istanze nazionali (per una realtà sovranazionale più sollecita a fornire risposte ai bisogni locali). Il che equivarrebbe a lavorare per un’Europa diversa da quella attuale.

Quanto al secondo interrogativo, che riguarda più da vicino gli europeisti convinti, c’è da dubitare non solo che essi possano raccogliere voti a man bassa sostenendo che l’Europa va bene così com’è, ma anche del fatto che possano esserne realmente convinti, o rimanerne convinti a lungo. Si è cercato di spiegare, infatti, come siano numerosi i motivi che dovrebbero indurre chiunque, anche (o forse soprattutto) gli entusiasti del progetto europeo, a desiderare l’avvento di un’Europa più coraggiosa, non litigiosa, coesa, vicina a ciascuno dei Paesi che fa parte di essa e conscia dei loro specifici problemi al punto che il suo motto dovrebbe diventare “tutti per uno e uno per tutti”. Il che significa, di nuovo, aspirare a un’Europa diversa.

Potrebbe sembrare, questa, una conclusione banale, ma non per questo meno vera e importante. Il fatto che tutti gli elettori, o la grande maggioranza di essi e dei loro rappresentanti, abbiano ragione per volere un’Europa diversa, “migliore” di quella attuale, non rende certo, di per sé, più facile il percorso. Ma è se non altro la testimonianza di una potenziale unità d’intenti – della condivisione di un obiettivo, per quanto generico – che, oltre a essere il presupposto essenziale per un’azione comune, potrebbe dare all’idea dell’Unione europea, almeno per un momento, quella priorità di cui tale idea ha un assoluto bisogno.

Sovranisti e populisti continuerebbero a rivendicare la netta prevalenza di una sovranità nazionale rispetto a qualunque organismo sovranazionale e l’esistenza di una priorità naturale (“prima gli italiani”) nei confronti di qualsiasi individuo di nazionalità diversa? Sarebbe, sarà, compito dell’Unione europea diventare sede di elaborazione di un sovranazionalismo al servizio dei nazionalismi, capace di esprimersi in forme tali da far capire che esistono decisioni vantaggiose per tutte le nazioni, e che l’integrazione con persone di nazionalità diversa può essere fonte di benessere e di progresso per ogni singola nazione. “Buonisti” ed élites (presunte e reali, passate e presenti) continuerebbero a considerare qualunque manifestazione di sovranismo e populismo come espressioni fondamentalmente, e più o meno insopportabilmente, di destra, alimentate da un ultranazionalismo xenofobo? Sarà dovere della futura Unione europea essere artefice di indirizzi e provvedimenti generati da forme di buon senso che trascendono il concetto di destra e di sinistra, e dimostrare che esistono metodi di governo adatti a garantire la libertà di chiunque di diventare ricco ma anche il diritto di tutti di avere un’occupazione e una remunerazione non umiliante.

Forse è un sogno immaginare un’Europa scossa da una ventata di grande politica. Ma a volte i sogni si avverano.

  • Capitolo VIII del libro “Sognando l’Europa. Statista cercasi”, pubblicato da All Around Edizioni, Roma, Anno 2019 (pagg. 95 – 98).