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  1. Un dibattito approssimativo e sterile

Ad ogni dibattito si dà un nome, ed ogni dibattito chiede fazioni opposte, in una logica di curva da stadio che semplifica e radicalizza necessariamente le analisi e le proposte, ma soprattutto manca – purtroppo, ahinoi – di diagnosi, di approfondimenti e spesso di reale sostanza. Quello fra europeisti e sovranisti ne è certamente un esempio con declinazioni più o meno ampie a seconda del momento: globalisti verso nazionalisti, mondialisti verso populisti, statalisti verso liberali e/o liberisti, etc.. Ce n’è per tutti i gusti, l’importante è dire la propria anche se non si sa esattamente di cosa si sta parlando, anche se si è fatto proprio un solo pensiero facile da masticare e da riproporre.

Una rinnovata e sempre meno gustosa divisione tra Spartiati e Iloti, a cui prendono parte giornalisti, opinionisti, sedicenti intellettuali o improvvisati tali. I politici no. I politici ed i rispettivi schieramenti sono una scusa, giocano un ruolo di secondo piano, paradossalmente. Uno story telling addirittura fastidioso, talmente provocatorio verso un’intelligenza e una cultura di media caratura, che stimola a diventare realmente sovranisti di fronte alle istanze “finto-globaliste”, così come stimola istinti globalisti di fronte alle istanze (termine addirittura nobilitante) cd. sovraniste.

Perché si tratta di due facce opposte della stessa moneta, in un dibattito dove nessuno viene convinto delle posizioni opposte perché nessuno realmente possiede le proprie. L’assenza, in molti casi, di un background culturale non consente di cambiare ciò che non si possiede (l’idea, un’opinione suffragata da conoscenza dei fatti storici), e l’arroccamento partigiano prevale, perché è la logica dello scontro, “a la guerre comme à la guerre”, e pazienza se questo produce contraddizioni (da una parte e dall’altra) verso l’esterno, alimentate tuttavia da visibilità e compiacimento di colui che si espone (la mediaticità è vanità, serve a creare rumore).

In questo contesto, il corredo di urla ossessive di una necessaria uscita dall’Euro quale unica via di salvezza, ha lo stesso peso specifico dell’europeismo di maniera con tanto di bandierina sventolante sul profilo Twitter e ripetizione martellante di slogan televisivi ed inni alla gioia. L’osservatore critico, lettore di Nazione Futura, può al limite fare il cd. cherry picking, può cioè fare proprie alcune intuizioni dall’una e dall’altra parte. Ma il punto di partenza deve sempre essere una conoscenza di ciò di cui si parla, inevitabilmente.

  • Trattati di Roma e principi ispiratori

Quale Europa domina il – seppur annacquato – dibattito attuale? Le risposte del milieu politico sono le più eterogenee, occorre pertanto chiarezza. Il processo di integrazione europea è a formazione progressiva, contrassegnato da evoluzione giuridica sin dalla creazione della CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ma occorre ricordare la CEE ed Euratom), come piattaforma dotata di un complesso sistema di istituzioni sovranazionali in grado di agire nel rispetto delle prerogative degli stati membri. Teniamo conto che le istituzioni europee sono il prodotto, nel dopoguerra, della necessità impellente di dare risposte ampie, di carattere prettamente economico ma ad impatto politico, sia all’interno dell’unione (allora Comunità) sia all’esterno nei rapporti internazionali. La genesi di questa evoluzione – sfociata nella firma dei Trattati di Roma, entrati in vigore il 1° gennaio 1958 – corrisponde alla realizzazione delle precise intuizioni dei padri fondatori dell’Europa, De Gasperi, Schumann, Adenauer, i quali con piena consapevolezza e visione colsero la necessità di dotare l’Europa di una struttura “forte e leggera” allo stesso tempo, in grado di adempiere al proprio ruolo istituzionale internazionale e contemporaneamente di farsi garante delle specifiche identità culturali, politiche, nazionali dei singoli paesi membri. La straordinarietà europea, come organizzazione sovranazionale, è data dalla presenza contestuale di innumerevoli forme politiche della vita sociale profondamente radicate nelle esperienze territoriali di ciascuno stato membro, retaggio di una storia secolare che ha contraddistinto il nostro continente.

Lungo il percorso di costruzione progressiva, il Trattato di Maastricht prima (1992) e di Amsterdam poi (1999) hanno incardinato i pilastri su cui poggia l’architrave dell’Unione Europea, poi modificata e semplificata dal recente Trattato di Lisbona.

Ma sono importanti le fondamenta. I padri fondatori avevano intuito che il perno centrale dell’assetto politico istituzionale fosse la garanzia di una presenza forte e costante delle strutture statuali, regionali e locali di ciascun stato membro (la sovranità, si direbbe oggi), all’interno di processi decisionali comunitari sovraordinati. Attenzione: la storia insegna che ogni tentativo accentratore di omologazione e mortificazione delle formule sociali locali, rischia di mettere in moto istanze autonomiste volte all’uscita

(Brexit ne è un esempio, ma anche la Francia ha vacillato in diverse occasioni). E’ in questa cornice di equilibrio che il principio di sussidiarietà, promosso dai padri fondatori intende spiegare i propri effetti tipici: una convergenza di patrie, stati, nazioni, custodi delle proprie peculiarità storiche, economiche e istituzionali, ma allo stesso tempo in grado di operare sinergicamente nell’interesse del ruolo europeo e sullo scenario internazionale. Di fatto, l’accettazione del principio di sussidiarietà tra Unione, stati ed enti locali, significa ricollocare il ruolo dello stato in una posizione ottimale, dandogli compiti di integrazione e mediazione delle linee programmatiche di coordinamento generale rispetto ai problemi locali, monitorando il rispetto delle condizioni essenziali per uno sviluppo armonico (vedi nota 1).

Siamo nel 1957 ed il progetto europeo segna la risolutezza “degli stati firmatari a rafforzare, mediante la costituzione di questo complesso di risorse, le difese della pace e della libertà, facendo appello agli altri popoli d’Europa, animati dallo stesso ideale, perché si associno al loro sforzo” (v. ultima premessa delTrattato). Nell’idea dei padri fondatori la comunità di destino doveva essere cementificata da un impianto valoriale comune, dal riconoscimento di radici cristiane, dalla condivisione di una cultura occidentale pur nelle specifiche differenze di ciascun stato membro.

  • Roma vs Ventotene

Soffia ancora lo spirito dei padri fondatori nell’Europa odierna? Cosa è cambiato e perché? Perché nella guida a trazione franco-tedesca dell’Unione non riusciamo a scorgere la visione e la consapevolezza di De Gasperi, Adenauer, Schumann? Perché si fa così spesso ricorso al famoso Manifesto di Ventotene, tanto che nel 2016, dopo il voto su Brexit, i leaders Renzi, Merkel ed Hollande si incontrarono in questa isola a riconfermare il progetto europeo? Il progetto vuole un’Europa governata da un’élite, senza mandato popolare, governata da burocrati e lobbies, dove il Parlamento Europeo conta poco e dove il governo è fatto da persone non elette, bensì cooptate (Commissione Europea). Questa Europa a chi piace ancora, avendo fallito in così tanto?

Perché chi obbietta a questo europeismo di maniera rientra nella categoria di “populista” e si trova improvvisamente catapultato in un dibattito annacquato, come sopra detto? Il Manifesto di Ventotene, sottoscritto da Altiero Spinelli (più citato di Schumann e Monnet, chissà perché…), Rossi e Colorni risale a 16 anni prima della firma dei Trattati di Roma (1941), e tuttavia viene spesso richiamato come documento fondativo.

Vediamone i tratti essenziali. Lo spartiacque che Ventotene identifica ai fini della costruzione di un nuova società e di una nuova politica, è fra coloro che da una parte concepiscono le forme del potere politico nazionale, e che faranno il gioco delle forze reazionarie (di questa schiera fanno parte le dinastie, quale “serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati Uniti d’Europa”, tutte le forze conservatrici impersonate da dirigenti e quadri delle istituzioni, monarchie, gruppi del capitalismo monopolista, proprietari fondiari, alte gerarchie ecclesiastiche, e per finire preti che tengono docili le masse), e dall’altra parte coloro che assumono come compito precipuo la creazione di un solido e monolitico stato improntato all’unità internazionale (vedi nota 2).

Si può validamente affermare che il Manifesto abbia anticipato di ben trent’anni Henry Kissinger e il suo New World Order (v. l’auspicio di una “unità politica dell’intero globo”, par. 2 del Manifesto), affermando un progetto centralista guidato da paesi leaders (pur alludendo a federalismi di dubbia sostanza), piuttosto che proporre una seria riflessione sulle modalità più idonee per la costruzione di un progetto europeo condiviso, a formazione progressiva e rispettoso delle specificità di ciascun Stato aderente.

Lo spirito rivoluzionario e progressista del Manifesto è esplicito, nella misura in cui invoca una rivoluzione europea contro le vecchie istituzioni conservatrici (attraverso un partito rivoluzionario), per rispondere alle esigenze di libertà (ahinoi, l’abbinamento con le dottrine progressiste e marxiste è quantomeno curioso) attraverso il socialismo, così da ottenere l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.

Il punto più alto di pregnanza ideologica viene toccato con l’affermazione della necessità di abolire la proprietà privata, di procedere alle nazionalizzazioni, di limitare la Chiesa Cattolica attraverso l’abolizione del Concordato e l’affermazione dello stato puramente laico, ed infine di fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Se non si volevano lasciare sospetti interpretativi sulla natura del Manifesto, i firmatari ci sono riusciti egregiamente. Invocare un male diverso (il comunismo) per rimediare a un male attuale (allora: il nazismo) non corrisponde esattamente ai presupposti della nascita della CEE e della CECA. Il rancore che imperversa nel Manifesto, più che riportarmi ai nobili intenti dei padri fondatori, mi ha richiamato alla memoria il monito di quel grande maestro che è il Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, quando parlava dei pericoli della quarta rivoluzione in quel magnifico manuale che è “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione” (vedi nota 3).

Si può immaginare quale tipo di reazione un lettore attento abbia avuto quando, Renzi, Merkel e Hollande si sono incontrati su questa isola in un summit dalla simbologia piuttosto evidente. Avrà l’Italia ricevuto ordini, all’insegna del centralismo promosso da Ventotene? Visti gli accadimenti degli ultimi due anni, tutto è possibile. Occorre – riponendo il Manifesto di Ventotene nel cassetto dei ricordi di ideologi rivoluzionari – dare invece una direzione al dibattito costruttivo, per arrivare a mettere in moto processi modificativi delle strutture (e dei Trattati), che negli anni hanno subito dei cambi di direzione o in casi peggiori degli snaturamenti, da parte di un establishment non sempre adeguato e drammaticamente lontano dai padri fondatori.

Fine prima parte. A seguire la seconda parte

Nota 1.   Del resto, va detto che il problema dell’applicazione della L. 59/97 (cd. “Legge Bassanini”) in Italia è stato proprio quello di aver creato disarmonie infra-regionali, e dunque conflitti fra regioni troppo autonome piuttosto che enti-comunità in dialogo fra prerogative locali e sintesi a livello nazionale.

Nota 2.    V. Manifesto di Ventotene, par. II, terz’ultimo paragrafo: “La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale”.

3 Intervista rilasciata dal Prof. Plinio Corrêa de Oliveira alla rivista “Catolicismo” nel 1988: “La lotta della Contro-Rivoluzione non è mai stata esclusivamente anticomunista. Essa ha come obiettivo quello di denunciare tendenze ed idee che, sulla china del processo rivoluzionario, portano gradualmente al comunismo e vanno pure oltre, verso ciò che in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» chiamo la quarta Rivoluzione. E questo non solo perché tali tendenze e idee portano al comunismo, ma perché sono intrinsecamente cattive. In campo spirituale, la nostra lotta ha il fine di mostrare la contraddizione del progressismo con la dottrina cattolica. Sono sicuro che, agendo in questo modo, aiutiamo numerosi cattolici a rifiutare l’abbraccio mortale dei progressisti e dei socialisti che, nella stessa Chiesa, si adoperano per indebolire le barriere dottrinali che separano i fedeli dal comunismo (…)”. Vedi sito web https://www.atfp.it/rivista-tfp/2014/230-ottobre-2014/1002-plinio-correa-de-oliveira-un-anticomunista.

  • Brano tratto dalla rivista trimestrale “Nazione futura”, edizione numero 6 – inverno 2019. Per gentile concessione dell’autore.