asia

I paesi asiatici non hanno dubbi sul fatto che la glo­balizzazione sia stata il loro biglietto per la prosperità.  Sebbene stiano riducendo la loro dipendenza dalle eco­nomie occidentali, stanno perseguendo un “regionalismo aperto” per integrarsi reciprocamente, espandendo al contempo i loro legami commerciali col resto del mon­do. Il fatto che gli Stati Uniti stiano facendo marcia in­dietro sulla liberalizzazione commerciale (anche all’inter­no della loro stessa regione con il NAFTA) non ha smor­zato la voglia dell’Asia di stringere legami commerciali con tutte le altre regioni del mondo, inclusi gli Stati Uni­ti. Storicamente, il “libero scambio” è stato promosso dalle potenze emergenti per “scaricare” le loro ecceden­ze commerciali, in particolare la Gran Bretagna nel XIX secolo e gli Stati Uniti nel XX secolo. In realtà, però, en­trambi i paesi raggiunsero lo status di superpotenza at­traverso un’aggressiva strategia neomercantilistica di so­stituzione delle importazioni e di espansione internazio­nale sostenuta dai loro rispettivi governi. Le potenze asia­tiche non sono diverse: vogliono la globalizzazione eco­nomica, non il libero scambio.

Gli asiatici vedono il mercato come un partner, non un padrone. L’Asia è diventata una potenza economica applicando le lezioni della spettacolare ascesa economica del Giappone e della Corea del Sud attraverso un capi­talismo orientato all’esportazione e diretto dallo Stato, così come le lezioni offerte dalla Cina, sviluppatasi attra­verso le zone economiche speciali per attrarre capitale e tecnologia stranieri, controlli sui movimenti di capitale per prevenire destabilizzanti flussi finanziari transfron­talieri, una graduale apertura commerciale per protegge­re le industrie strategiche e una politica industriale fina­lizzata a stimolare le nicchie commerciali e le esportazio­ni. Dalla Russia all’Arabia Saudita fino al Vietnam, le aziende statali assicurano il controllo nazionale su settori industriali chiave. Molte di queste imprese sono anche potenze globali nei loro settori. Per ogni materia prima di cui ha bisogno la Cina – petrolio, acciaio, alluminio, litio e così via – le imprese statali e le partecipate cinesi si sono espanse a livello globale, acquisendo quote im­portanti dei fornitori locali. Oggi le cinque più grandi banche al mondo per attivi sono cinesi o giapponesi; al primo posto c’è la ICBC, presente in sessanta paesi. An­che in paesi capitalisti come il Giappone e la Corea del Sud, conglomerati a conduzione familiare (chiamati kei­retsu in Giappone e chaebol in Corea) godono di prote­zioni destinate ai “campioni” nazionali. In Corea, i die­ci maggiori chaebol  rappresentano più della metà del va­lore del mercato azionario totale; la Samsung e le sue sussidiarie rappresentano da sole un terzo del mercato.

Anche se la maggior parte delle economie asiatiche so­no più aperte di quella cinese, stanno incamerando le le­zioni offerte dagli esperimenti condotti dalla Cina nel ­l’ambito del capitalismo di Stato negli ultimi decenni. Una delle lezioni più importanti è che la crescita trainata dagli investimenti è una strategia vincente, anche se con­trasta con la dottrina economica occidentale. In seguito all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nel 1999, la sua quota delle esporta­zioni sul PIL è balzata dal 25 per cento al 66 per cento in sette anni. Secondo molti osservatori stranieri, la Cina ha investito troppo nella produzione industriale e nelle in­frastrutture, generando un inutile eccesso di capacità e disseminando dispendiosi megaprogetti in giro per il pae­se. Inoltre, lo stimolo fiscale cinese post-crisi ha generato un debito enorme, soprattutto nei settori finanziario e in­dustriale di proprietà statale, facendo arrivare il debito societario totale al 170 per cento del PIL14.

Ma l’idea che un paese debba scegliere tra l’industria e i servizi è falso. Settori in forte espansione come l’e-commerce dipendo­no dalle infrastrutture di alto livello che la Cina sta con­tinuando a costruire. Oggi le esportazioni sono tornate a contare per meno del 20 per cento del PIL cinese, e la quota si va riducendo sempre di più, mentre i servizi am­montano a più della metà15. Ci sono state e continueranno a esserci molte insolvenze nei settori non finanziari cinesi, ma sono programmate per ridurre al minimo i costi eco­nomici e sociali. Gli interventi del governo sui mercati creditizi e valutari hanno ritardato il riconoscimento della Cina come economia di mercato, ma la Cina è riuscita a raggiungere la stabilità macroeconomica e ha messo da parte una scorta di denaro da utilizzare per il prossimo stimolo, probabilmente in vista delle celebrazioni del cen­tesimo anniversario del Partito Comunista nel 2021.

Nonostante la presenza di una classe imprenditoriale in forte ascesa, la collusione tra imprese e governi conti­nua a essere all’ordine del giorno in Asia. In Cina, il pre­sidente della Fosun International, uno dei più grandi con­glomerati cinesi, con sede a Shanghai e registrato a Hong Kong, è un membro della conferenza consultiva politica del popolo cinese, sotto la direzione del Partito Comuni­sta Cinese. Persino un imprenditore geniale come Jack Ma si è avvicinato molto al partito negli ultimi anni, arri­vando a elogiare il «governo pulito e onesto» della Cina, sebbene sia universalmente considerato il più grande club di miliardari al mondo. Nelle grandi democrazie capitali­ste asiatiche – India, Indonesia e Filippine –, enormi con­glomerati a conduzioni familiare continuano a dominare importanti settori come le costruzioni, l’immobiliare, il trasporto marittimo, il commercio di materie prime, le banche e le telecomunicazioni. La piramide aziendale si restringe molto al vertice, e i magnati dell’industria han­no un’enorme influenza sulla politica. Anche l’approccio arabo e iraniano è caratterizzato da un forte mix di capi­talismo di Stato e conglomerati familiari, in cui i ministri praticamente gestiscono le industrie che dovrebbero re­golamentare e poche famiglie facoltose controllano set­tori chiave dell’economia come le costruzioni, l’import-export, l’agricoltura.

Il punto è che le imprese familiari private continuano a essere la spina dorsale delle economie asiatiche. Un quinto delle cinquecento imprese familiari più grandi al mondo si trova nell’Asia orientale, soprattutto in Cina e India. L’85 per cento delle aziende indiane – pari a due terzi del PIL– è a gestione familiare. Le cifre sono simili per la Malesia e le Filippine. Secondo la McKinsey, le aziende familiari nella regione sono cresciute a un ritmo superiore al 20 per cento l’anno nell’ultimo decennio e hanno utilizzato la loro ampia disponibilità di liquidità per investire in joint venture e nuove tecnologie che han­no aumentato la produttività dei loro lavoratori. Qualcu­no potrebbe chiamarlo “capitalismo confuciano”, ossia un capitalismo fondato sulla centralità della comunità: un concetto cinese quanto la nozione di guanxi, che si­gnifica esercitare un’influenza privilegiata per mezzo del­le reti personali.

Oggi il 30 per cento dei miliardari del mondo si trova in Asia; l’India può vantare più miliardari di qualunque altro paese a eccezione degli Stati Uniti, della Cina e del­la Russia. Un centinaio di miliardari asiatici si trova nei paesi del Golfo, in Iran e in Turchia. Giacché l’85 percento degli ultraricchi asiatici è di prima generazione, nei prossimi vent’anni assisteremo a uno dei più grandi tra­sferimenti di ricchezza nella storia. L’Asia avrà presto più miliardari e milionari e una classe media più ampia di qualsiasi altra regione al mondo. L’industria asiatica della gestione patrimoniale sta prosperando, con centi­naia di nuovi family office che vengono aperti ogni anno nelle principali città, relegando le banche al ruolo di semplici custodi. Come ha affermato il dirigente di una banca europea: «Negli Stati Uniti, le banche americane non subiscono una grande concorrenza per i soldi dei clienti più facoltosi. In Europa, le banche europee e americane si contendono il mercato. E in Asia, le banche europee, americane e asiatiche competono tutte per i sol­di dei clienti più facoltosi. I nostri margini vengono com­pressi, ma allo stesso tempo vengono sbloccate migliaia di miliardi di dollari di risparmi da investire proficua­mente».

Tuttavia, non tutti questi fondi vengono saggiamente investiti. I mercati in rapida crescita sono spesso i più corrotti e l’Asia non fa eccezione. Il Vietnam, la Thailan­dia, l’India e il Pakistan sono in cima alle classifiche dei paesi più corrotti dell’Asia (insieme al Myanmar, che pe­rò è decisamente più arretrato). Ma il pragmatismo eco­nomico, una leadership più disciplinata e il desiderio di compiacere gli investitori stanno concorrendo a promuo­vere importanti sforzi anticorruzione in tutta la regione. Mentre negli Stati Uniti un amministratore delegato può tranquillamente distruggere il valore della sua azienda e intascarsi comunque una buonuscita milionaria e in Eu­ropa i dirigenti potrebbero essere costretti a pagare delle multe di tasca propria, in Asia i funzionari e i dirigenti corrotti stanno finalmente finendo in galera o in esilio. In Cina, le misure anticorruzione di Xi Jinping, sebbene fossero politicamente motivate, hanno quantomeno po­sto dei limiti alle enormi fughe di capitali nascosti a ope­ra dei funzionari di partito e dei magnati privati. In Co­rea del Sud, l’erede della Samsung Lee Jae-Yong è stato condannato e incarcerato nel 2017 per aver fatto delle donazioni in cambio dell’approvazione di un’operazione di fusione, mentre la presidente Park Geun-Hye nel 2018 è stata incriminata per corruzione e condannata a venti­quattro anni di carcere. In tutti i paesi dell’ASEAN– e in particolare in Thailandia e Malesia negli ultimi anni – i leader politici hanno iniziato a licenziare i ministri per aver preso tangenti, ad allocare più risorse alle divisioni investigative anticorruzione e a rendere pubblici i risul­tati delle classifiche di corporate governance. Il primo ministro indiano Modi ha dato un giro di vite sul falso in bilancio e sulle società di facciata offshore, mentre nel 2017 in Pakistan le rivelazioni dei Panama Papers hanno costretto il primo ministro del paese, Nawaz Sharif, a di­mettersi.

Man mano che l’Asia si evolve gradualmente da un’eco­nomia basata sulle relazioni a un’economia governata da regole e istituzioni, le autorità orienteranno i mercati ver­so lo sviluppo nazionale. Questo perché gli asiatici cre­dono fermamente nel fatto che i mercati debbano essere subordinati al benessere generale della società, piuttosto che essere un obiettivo fine a se stesso. A differenza dell’Occidente, le società asiatiche continuano a essere fa­vorevoli alla globalizzazione perché i loro governi la stan­no attivamente orientando a loro favore. Dall’India al Vietnam, i sondaggi mostrano che l’80 per cento è per la globalizzazione (mentre negli Stati Uniti e in Francia so­no meno del 40 per cento). Il capitalismo gode più o me­no dello stesso sostegno, il che è piuttosto ironico data la storia socialista delle principali nazioni asiatiche. L’osti­lità diffusa nei confronti della finanza e dell’industria hi-tech negli Stati Uniti è indicativo di una convergenza ideologica verso il punto di vista asiatico secondo cui le banche e i giganti della tecnologia non dovrebbero esse­re lasciati liberi di sfruttare i consumatori, ma dovrebbe­ro essere asserviti allo Stato e ai bisogni della società, che si tratti di stabilità fiscale, creazione di posti di lavoro, riqualificazione dell’infrastruttura, formazione di compe­tenze ecc. Più i governi occidentali continuano a puntel­lare le loro banche e le loro imprese manifatturiere, più finiranno per adottare un capitalismo all’asiatica, nella pratica se non nella teoria.

In merito a ciò, gli asiatici hanno appreso negli anni Novanta a essere sospettosi nei confronti del modello di capitalismo angloamericano finanziarizzato e iperdere­golamentato. Per esempio, gli asiatici sono convinti che sia la redistribuzione fiscale a generare una crescita equa, in barba all’ortodossia capitalistica secondo cui la cresci­ta si traduce automaticamente in redistribuzione. Secon­do il Fondo Monetario Internazionale, la riduzione della disuguaglianza richiede tasse più elevate e maggiori in­vestimenti pubblici. Di conseguenza, molti paesi asiatici non esitano a usare le leve macroeconomiche – riduzione dei tassi di interesse, investimenti anticiclici, spesa pub­blica aggressiva e tasse elevate – per promuovere una maggiore equità e creare posti di lavoro. Trasporti pub­blici, alloggi, reti elettriche e servizi igienici efficienti so­no elementi fondamentali per una buona qualità della vi­ta. Le riforme economiche non possono avvenire a sca­pito dell’occupazione e della coesione sociale. Il governo cinese si preoccupa del destino dei lavoratori rimpiazzati dai robot e dei profitti che arriveranno alle imprese che riducono il personale mentre aumentano la produzione, ma invece di lasciare che le suddette imprese portino i loro profitti all’estero, li tassa e acquista delle quote nelle stesse per raccogliere i frutti della loro crescita. L’Indo­nesia sta rapidamente espandendo il suo rapporto tra gettito fiscale e PIL con l’obiettivo di raggiungere il 20 per cento entro il 2020.

Gli asiatici hanno anche accolto le raccomandazioni dell’FMI in merito alle cosiddette “politiche macropru­denziali”, come i regolamenti di Basilea III che richiedo­no elevati rapporti tra depositi e prestiti, solidi rapporti tra il mutuo concesso e il valore dell’immobile, e prestiti agevolati alle piccole e medie imprese – tutte misure che hanno aiutato i paesi asiatici a uscire dai programmi di assistenza del Fondo e a proteggersi dagli effetti a casca­ta delle crisi finanziarie generate altrove. Gli Stati Uniti e la maggior parte delle economie occidentali, invece, continuano a ignorare i consigli dell’FMI che un tempo dispensavano agli altri paesi. Il risultato è che oggi i tassi di interesse dei vari paesi asiatici si muovono molto più in sintonia gli uni con gli altri che con i tassi statunitensi, consentendo ai paesi in questione di perseguire le loro politiche monetarie e fiscali in relativa autonomia. Quan­do paesi asiatici come la Turchia hanno bisogno di stra­tegie per contenere l’inflazione e stabilizzare le loro va­lute, guardano all’India e all’Indonesia. Gli Stati Uniti stanno gradualmente imparando ad abbandonare la loro ossessione per i tassi di interesse e a concentrarsi mag­giormente sulla promozione degli investimenti. Nelle pa­role dell’ex banchiere della UBS e responsabile della ge­stione del rischio della LSE Lutfey Siddiqi: «Siamo tuttiasiatici oggi».

  • Capitolo tratto dal libro scritto dall’autore e pubblicato in Italia nel marzo del 2019 con il titolo Il secolo asiatico? – Fazi Editore, Roma (pagg. 218 – 227)