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Mi sono laureato in ingegneria chimica al Politecnico di Torino alla fine degli anni Ottanta dopo una carriera studentesca rapida. Uscito dal tunnel accademico, ho capito che non avevo ancora una professione nelle mani, che ‘là fuori’ le cose funzionavano diversamente. Oltre all’amore per la ricerca e la didattica, questo ha contribuito a farmi intraprendere la carriera universitaria a discapito di quella di libero professionista o impiegato in azienda, e a percorrerla per intero. Penso che, invariabilmente, lo stesso senso di smarrimento che colse me assalgale migliaia di laureati che formiamo ogni anno. Oggi che rivesto il ruolo di massima responsabilità del mio Ateneo, sento il dovere di occuparmene.

Ma di che tipo di ingegneri ha bisogno il mondo del lavoro?

Più in generale, che cosa richiede la produzione industriale oggi? (…) Che una rivoluzione paradigmatica della formazione universitariasia necessaria appare evidente. Di recente ho ricevuto la visita del nuovo general manager del Centro Ricerche Fiat, Roberto Fedeli. Mi aspettavo di parlare con lui di ricerca, abbiamo discusso appassionatamente di formazione, di come egli stia guidando una task force per chiarire cosa sappiano e non sappiano fare i laureati italiani rispetto ai desiderata delle aziende. Se c’è un parallelismo tra l’evoluzione della società, dell’economia e della formazione universitaria, questo parallelismo evidenzia oggi un ritardo del mondo universitario nel dare risposte adeguate.

Manca il lavoro, manca una prospettiva credibile, la complessità crescente del mondo fa paura. Nessuno più crede al potere taumaturgico del progresso tecnologico e alla retorica dell’eccellenza, di cui troppo spesso la politica e molti miei colleghi Rettori si sono riempiti il petto. Lo stesso concetto di meritocrazia, che a partire dai paesi anglosassoni aveva consentito a tanti meritevoli di sfuggire all’immobilismo classista dell’intera storia dell’uomo, è in crisi come aveva preconizzato Michael Young nel 1958 nel suo saggio L’avvento della meritocrazia. I paesi sviluppati languono colpiti dagli effetti deleteri della globalizzazione: da un lato, Internet e le innovazioni tecnologiche ad essa legate stanno rompendo le barriere culturali, temporali e logistiche tra paesi, rendendo la Cina e l’India più simili all’Occidente; dall’altro, la distribuzione della ricchezza si è fatta, specialmente in quest’ultimo decennio, sempre meno equa. Uno dei principi cardinali della globalizzazione è la libera competizione per dare migliori beni e servizi a costi più bassi. Il timore, fondato, è che in un futuro prossimo questo porterà a ridurre l’occupazione a vantaggio dell’automazione. Dietro le politiche per l’industria 4.0 c’è questo difficile contesto, fronteggiato per il momento con politiche finanziarie a un’industria in grande difficoltà, specialmente in Occidente, destinata a trasfigurarsi anche per tenere conto delle acquisite conquiste in tema di diritto dei lavoratori e tutela dell’ambiente.

In questo quadro di cambiamenti, l’università italiana continua a formare laureati sostanzialmente sugli stessi presupposti definiti nel 1859 dalla Legge Casati, cardine dell’ordinamento scolastico del Regno di Sardegna, successivamente esteso al Regno d’Italia. La legge, all’art 47, recita: «L’Istruzione superiore ha per fine di indirizzare la gioventù, già fornita delle necessarie cognizioni generali, nelle carriere sia pubbliche che private in cui si richiede la preparazione di accurati studi speciali e di mantenere ed accrescere nelle diverse parti dello Stato la cultura scientifica e letteraria». Costruita su solide basi generali (per gli ingegneri prevalentemente di carattere scientifico), si coltiva dunque la specializzazione. Si tratta, in pratica, del modello humboldtiano, il cui impianto in Italia verrà sostanzialmente confermato anche dalla riforma Gentile del 1923: gli studenti universitari (al tempo un’élite) arrivano all’università dopo impegnativi studi classici, componente essenziale della loro formazione e, a seguito appunto degli «accurati studi speciali», maturano professionalmente per diventare classe dirigente. Il problema dell’università italiana – Politecnico di Torino incluso – è che il passaggio dall’università elitaria all’università di massa avviato alla fine degli anni Sessanta è avvenuto senza ripensare, come sarebbe stato necessario fare e come invece è successo in altri paesi, questo paradigma. L’università negli ultimi cinquant’anni ha formato un numero di studenti crescente, assumendo che fossero tutti dotati delle «necessarie cognizioni generali» o, detto in altro modo, della consapevolezza del mondo in cui la loro opera professionale andrà a compiersi, delle sue dinamiche sociali, culturali, economiche, politiche. Parallelamente, le scuole superiori hanno via via abbandonato l’obiettivo di fornire quelle stesse «necessarie cognizioni generali», diventando de facto scuole dell’obbligo. Da ultimo siamo diventati un ateneo globale, il che ci rende meno consapevoli del bagaglio culturale in ingresso dei nostri studenti.

Questo mancato ripensamento del paradigma educativo nazionale (il pensiero di von Humboldt, sempre valido a mio avviso, andava aggiornato al nuovo contesto democratico di massa) ha prodotto laureati che possiedono conoscenze disciplinari previste dal proprio corso di laurea, ma sono per lo più sprovvisti degli strumenti necessari a una comprensione più ampia del contesto in cui esercitare tali conoscenze, come allo sviluppo di una propria visione autonoma del mondo. Queste facoltà sono rimaste appannaggio di un’élite, tipicamente favorita da circostanze familiari. È un problema al tempo stesso culturale, civile e professionale: i nostri laureati, e gli ingegneri in particolare, hanno grandissime conoscenze specialistiche e teoriche ma…non sanno granché delle dinamiche della società, del mondo del lavoro, delle regole fondamentali del lavoro in gruppo, dell’uomo e della sua psicologia. Non sorprende che gli ingegneri neolaureati bramino un posto in una multinazionale, in grado di formarli ulteriormente in questi settori e al contempo di valorizzare le loro conoscenze scientifiche e tecnologiche, mentre per lo più rifuggano, ricambiati, il mondo delle piccole e medie imprese, che costituiscono la parte dominante del tessuto produttivo nel nostro come in molti altri paesi sviluppati. In questo contesto possiamo ancora coltivare la speranza tecnologica in un mondo a misura d’uomo e sostenibile, dove etica, coerenza del sistema profitti/salari, solidarietà, generosità, conservazione del patrimonio naturale restino valori da preservare?

Per non essere travolti dalla tecnologia fine a se stessa o da una corsa al profitto a cui immolare pezzi preziosi della nostra umanità? Perciò ritengo necessario che le università tecniche si mettano in discussione e favoriscano un cambio paradigmatico nei nostri sistemi formativi, per guidare il cambiamento verso la sostenibilità e crearne i nuovi leader e i nuovitecnici di cui il paese ha bisogno. Per gestire ecosistemi integrati di conoscenze e tecnologie, occorre uscire dalle logiche tradizionali della costruzione del sapere, basate sul semplice trasferimento di conoscenza dal docente‘che sa’ ai discenti ‘che non sanno’. Porre lo studente al centro del proprio percorso di apprendimento e ‘insegnargli a imparare’ da solo o nel rapporto con gli altri, perché sarà costretto a imparare per tutta la vita. L’amministratore delegato di Petronas Lubrificanti, Giuseppe D’Arrigo, ammoniva i nostri laureati: «Voi vivrete in media fino a quasi cento anni e cambierete lavoro per una ventina di volte!». Parafrasando il celebre film di Sergio Corbucci del 1960, vale oggi come allora il Chi si ferma è perduto! Nel quadro dei sistemi complessi che caratterizzano la nostra società, il singolo dovrà interagire con gli altri in modo collaborativo, inclusivo e collegiale. Nel mondo delle nuove tecnologie, le competenze tecniche disciplinari rimarranno importanti, ma a queste occorrerà abbinare altre facoltà: inter-relazionali e persuasive, comunicative, etiche, sociologiche, politiche. A questo scopo, non sono sufficienti le competenze variegate all’interno delle università tecniche; queste devono anche avere una cornice in cui confrontarsi e maturare, per costruire una fattiva interdisciplinarità. Le nuove generazioni dovranno guadagnare una dimensione etica e sociale, per convincere l’opinione pubblica e i policy maker che le nuove tecnologie possono ridurre i disagi e i divari nella società, portare un ulteriore progresso in chiave sostenibile, più locale meno global. Essenziale sarà la capacità di interagire costruttivamente con altri professionisti, per realizzare progetti o definire e risolvere problemi sempre meno circoscrivibili a stretti ambiti di singole competenze, ciò che si sta affermando come problem-based learning, apprendimento basato su problemi, dove ci si propone di mettere gli studenti in grado di affrontare, già durante la loro formazione, circostanze tipiche che dovranno affrontare nell’esercizio della professione: problemi complessi, senza un’ovvia soluzione.

Nei suoi primi cent’anni di storia, è stata la norma al Politecnico di Torino avere classi di poche decine di persone, ma nell’università di massa (col suo straordinario successo nelle immatricolazioni) la norma sono classi di cento o anche duecento studenti. Perciò, per poter implementare questo modello formativo, occorre urgentemente investire in nuovi docenti (anche dal mondo delle professioni e dell’impresa) e in nuove aule per la didattica progettuale, dove competenza tecnica disciplinare ed esperienze industriali, professionali, di ricerca, di lavoro nelle istituzioni non accademiche, aiutino gli studenti a definire soluzioni praticabili a supporto di un processo dialettico aperto ad altre culture e sensibilità. Il lavoro in team spinge a confrontarsi, documentarsi e a comunicare; nessun talento viene represso, chi ha leadership può guidare il gruppo nel processo di soluzione del problema, ogni studente può assumere un ruolo e scambiarsi i ruoli per far crescere la squadra sotto gli occhi di un docente che funge da sprone, supporto e valutatore continuo del processo di apprendimento.

Non meno importante sarà far crescere il senso critico dei nostri studenti. In quest’ambito le humanities possono giocare un ruolo fondamentale per preparare meglio anche i tecnologi del futuro; discipline come le scienze politiche, sociologiche, giuridiche, psicologiche, etiche saranno di grande aiuto per comprendere a fondo le contraddizioni e i conflitti della nostra società e contribuire a porvi rimedio. In questa prospettiva cresceranno uomini e donne impegnati e consapevoli, prima ancora che professionisti.

È infine doveroso raccogliere la sfida lanciata dalle associazioni imprenditoriali di formare tecnici, anche attraverso percorsidi laurea triennale professionalizzante. Ogni anno quasi 900.000 studenti tedeschi entrano nel mondo delle Fachhochschulen, le università di scienze applicate dove, a fronte di un peso ridotto delle scienze di base, questi ingegneri ‘pratici’ spendono molto tempo in lavori di gruppo progettuali e di costruzione (learning by doing) e in stage aziendali. Secondo Confindustria, l’Italia ha bisogno di 270.000 di queste figure all’anno, mentre gli Istituti Tecnici Superiori oggi riescono a formarne non più di 10.000. Di concerto con gli ITS, gli Ordini professionali, le associazioni imprenditoriali e tutti i principali attori del mondo della formazione, il Politecnico di Torino cercherà di dare una risposta convincente a questa esigenza.

  • Questo saggio è comparso come postfazione al libro “Il lavoro che serve. Persone nell’industria 4.0” scritto da Annalisa Magone e Tatiana Mazali e pubblicato da Guerini e Associati, Milano, anno 2018.