ECB

In teoria i problemi italiani, un debito pubblico elevato e una bassa crescita e competitività, potrebbero essere risolti uscendo dall’euro. Però bisogna essere chiari sul modo in cui e sul perché l’uscita aiuterebbe a risolvere questi problemi, cosa che spesso i suoi sostenitori non fanno.Cominciamo con la competitività e con la crescita. Se lasciassimo l’euro e introducessimo la nuova lira, questa si svaluterebbe immediatamente rispetto all’euro. Ciò sarebbe inevitabile, visto che la nuova lira verrebbe introdotta con il preciso scopo di poter svalutare. La svalutazione renderebbe più cari i prodotti importati, ma sarebbe un bene per gli esportatori che riceverebbero più nuove lire per quello che esportano. Così ad esempio, un produttore italiano di motociclette, venderebbe sempre il modello della moto a 10 mila euro ma se per ogni euro ricevesse 1,25 lire (una svalutazione del 25%) il suo margine di profitto sarebbe ora alto quanto quello del produttore tedesco.

Ma c’è un importante caveat. Tutto questo funziona se i salari non si muovono. Se i salari invece aumentassero, per compensare il fatto che i beni importati (la benzina, i computer, le banane, ecc.) ora costano di più, allora il produttore di moto non riuscirebbe a recuperare il margine di profitto. Data la debole congiuntura italiana, e l’elevata disoccupazione, i salari probabilmente non aumenterebbero in linea con la svalutazione e l’inflazione (anche i prezzi interni dei prodotti non sottoposti alla concorrenza internazionale aumenterebbero, probabilmente). Ma, se questo avvenisse, i salari sarebbero tagliati in termini reali, cioè in termini di potere d’acquisto. Conclusione: l’uscita dall’euro funziona nel restituire competitività ai prodotti italiani se è accompagnata da un taglio dei salari reali. Su questo dobbiamo essere chiari. Il costo del lavoro per unità di prodotto si ridurrebbe e la competitività aumenterebbe solo se ci fosse un taglio dei salari reali.

C’è anche un secondo problema. Supponiamo che siate indebitati in euro: vi siete comprati una casa e avete contratto un prestito ipotecario da una banca per 100 mila euro. Supponiamo che il vostro reddito sia di 50 mila euro l’anno. Il vostro debito è pari a due stipendi annui. Con l’introduzione della nuova lira il vostro stipendio viene convertito in 50 mila nuove lire (al cambio di una lira per un euro). Il giorno dopo la lira si svaluta e occorrono 1,25 lire per comprare un euro. Quanto pesa ora il vostro debito ipotecario? Per comperare 100 mila euro ora vi servono 125 mila nuove lire, quindi il debito non è più equivalente a due anni di stipendio, ma a due anni e mezzo (125 mila: 50 mila = 2,5). Ci avete perso. Naturalmente si potrebbe fare una legge che stabilisca di convertire il vostro debito che era in euro in nuove lire al cambio di uno a uno (cioè il debito diventa 100 mila nuove lire). Ma questo crea problemi per la banca creditrice che, magari aveva finanziato il vostro credito prendendo a prestito dall’estero. Quindi occorrerebbe dire anche ai finanziatori esteri che saranno ripagati in nuove lire (al cambio di uno a uno), il che non sarebbe ben accetto. Probabilmente farebbero causa alla banca italiana debitrice in qualche tribunale estero o italiano.

Questi effetti di una svalutazione sul valore del debito, definiti tecnicamentecbalance sheeteffects(effetti di bilancio), potrebbero essere molto forti e mandare in bancarotta parecchie famiglie o imprese. Questo è tanto più vero quanto più il cambio si svaluta. Ed è una regolarità empirica, che emerge dall’osservazione di passate crisi di cambio, che l’uscita da un accordo di cambio fisso (e a maggior ragione la creazione di una nuova moneta nata proprio per svalutare) sia accompagnata da una svalutazione ancora più forte di quella necessaria per sanare i problemi di competitività. Nell’esempio precedente, una svalutazione del 25% sarebbe sufficiente per rendere l’impresa competitiva, ma la nuova lira potrebbe inizialmente svalutare, per esempio, del 40-50%. Si parla di overshootingdel tasso di cambio, di un eccesso di movimento (overshoot si potrebbe tradurre come “sparare troppo in alto”). Quindi questi effetti di bilancio sarebbero molto forti.

Passiamo ora al debito pubblico. Se abbandonassimo l’euro, potremmo finanziare il debito pubblico in scadenza non aumentando le tasse o tagliandola spesa, ma stampando nuove lire. La Banca d’Italia potrebbe tornare a fare quello che faceva negli anni Settanta, quando una buona parte del deficit pubblico veniva finanziato stampando moneta. Il che funziona benissimo. Se si stampa un po’ troppa moneta, la gente perde fiducia nel valore della stessa e cerca di liberarsene spendendola. Questo fa aumentare il livello dei prezzi. A questo punto lo stato può risolvere non solo il problema del finanziamento del deficit (lo squilibrio tra entrate e uscite viene finanziato stampando moneta), ma anche del debito. Il debito denominato inizialmente in euro potrebbe, per legge, essere convertito in nuove lire al cambio di uno a uno. Se lo stato si era indebitato per 100 euro, ora è indebitato per 100 nuove lire. Se però l’inflazione sale al 25% l’anno, dopo un anno il valore in termini di potere d’acquisto del debito di 100 lire si sarà ridotto del 25%. Lo stato ci guadagna. Ma se lo stato ci guadagna, qualcuno ci perde, e chi ci perde sono gli italiani che (direttamente o tramite le banche o gli istituti di assicurazione) avevano prestato soldi allo stato, acquistandone le obbligazioni. Quindi, l’uscita dall’euro potrebbe effettivamente risolvere anche il problema del deficit e del debito pubblico, ma solo attraverso un’ondata inflazionistica che imporrebbe ai detentori dei titoli di stato una “tassa di inflazione”. Lo facevano negli anni Settanta, e non è che ci piacesse molto vivere con un’inflazione del 20-25%.

Alcuni esponenti politici hanno poi di recente proposto non l’abbandono dell’euro, ma l’introduzione di una moneta parallela che verrebbe usata dallo stato, e forse da altri, per le proprie transazioni all’interno del paese. L’euro non verrebbe abbandonato, ma impiegato solo per le transazioni internazionali. Un fatto però è ovvio: chi esporta in Italia non accetterebbe certo di essere pagato in nuove lire (che la nuova lira sia parallela o meno), ma richiederebbe euro o dollari. Una moneta parallela sarebbe equivalente all’uscita dall’euro. Anche su questo occorre essere chiari.

Esistono poi altre complicazioni. Il nostro sistema dei pagamenti è ormai totalmente integrato con quello degli altri paesi dell’euro. Quando staccate un assegno o pagate con una certa carta di credito forse non ci pensate, ma dietro al trasferimento di denaro da un conto all’altro c’è un sistema molto complesso che è gestito a livello europeo dalla Bce. Uscirne non è per niente semplice. Fra l’altro, dovremmo saldare il debito che l’Italia ha con la stessa Bce, debito derivante dallo squilibrio che si è creato nei pagamenti italiani negli ultimi anni per effetto di una crisi di fiducia nel nostro paese. Questo squilibrio al settembre del 2017 ammontava a 433 miliardi di euro.

In conclusione, abbandonare l’euro potrebbe forse consentire di risolvere i problemi di crescita, competitività e debito pubblico, ammesso che si riesca a ristabilire condizioni macroeconomiche ordinate dopo l’uscita dall’euro, ma questo avverrebbe al prezzo di un taglio dei salari reali, di una tassa da inflazione e solo dopo un periodo che sarebbe molto turbolento anche per via degli effetti di bilancio che accompagnano una svalutazione e dello sconvolgimento del sistema dei pagamenti. Non ne vale la pena.

Tutto questo, si potrebbe obiettare, sarà anche vero. Ma se la medicina è amara non significa che non la si debba prendere. Magari per superare la transizione e ristabilire un po’ d’ordine ci toccherebbe chiedere l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, il che – sulla base di un’esperienza quasi trentennale in quella organizzazione posso dirlo – non sarebbe affatto divertente. Ma alla fine ne usciremmo. Meglio che rimanere nell’area euro, e magari, crescere la metà degli altri, anche assumendo di sopravvivere alle periodiche crisi di fiducia. La vera domanda allora è: possiamo risolvere i nostri problemi di crescita, competitività e debito pubblico senza uscire dall’euro? (…) Tutto sommato, credo che sia di gran lunga preferibile cercare di tornare alla crescita riformando l’economia italiana, piuttosto che scegliere il salto nel buio rappresentato da un’uscita dall’euro. Ma per intraprendere una strada alternativa occorre muoversi per tempo e negli ultimi anni non lo abbiamo fatto.

Il rischio, nell’attendere, è che uno shock di qualunque natura possa causare una caduta del Pil. Questo scatenerebbe un nuovo attacco speculativo contro l’Italia. Se il Pil scendesse, il rapporto tra debito pubblico e Pil riprenderebbe a crescere e aumenterebbe la sfiducia nella possibilità del paese di rimettersi su un sentiero di crescita e di sostenere il nostro debito pubblico. Cosa accadrebbe a quel punto è difficile dirlo. Potremmo essere costretti dagli attacchi speculativi sui mercati finanziari a uscire dall’euro. O potremmo essere costretti a chiamare la Troika. Come ho detto, non sarebbe piacevole.

Una profonda trasformazione economica

Quello che si richiede per uscire dalla stagnazione e dalla crisi che ha colpito l’Italia da un ventennio non è una correzione al margine, ma una trasformazione profonda del modo in cui opera l’economia italiana, volto ad aumentare efficienza e competitività.

Perché questo avvenga dobbiamo toglierci dalla testa alcune illusioni:

  1. Non illudiamoci che il processo di crescita possa essere trainato dal settore pubblico: la politica fiscale è vincolata dall’elevato debito pubblico, più che dalle regole europee. Anche la spesa di investimenti pubblici non serve se non impariamo a spendere meglio.
  2. Non illudiamoci che la spesa privata possa essere sostenuta dal credito bancario. Le banche sono ancora oberate dalle sofferenza e da incertezza sui vincoli regolamentari per poter espandere il credito rapidamente.
  3. Non illudiamoci che il processo di crescita possa essere trascinato da investimenti infrastrutturali europei. Sarebbe bello ma non avverrà, anche in presenza di un rinnovato spirito europeo dopo la vittoria di Emmanuel Macron in Francia. Non credo, purtroppo, che quanto si deciderà a livello europeo possa avere dimensioni sufficienti a risollevare l’economia italiana. Dobbiamo cavarcela da soli, per stare in Europa alla pari con gli altri. Se poi aiuti verranno dall’Europa, tanto meglio.

L’unico modello di crescita che può agevolare l’uscita dell’Italia dalla crisi è un modello trainato dalle esportazioni, anche se dobbiamo sperare che i venti protezionistici che si stanno sviluppando a livello internazionale non si sollevino troppo forti. Il recupero di competitività che ho sostenuto essere necessario deve diventare il motore della crescita italiana, come lo è stato per la Germania negli ultimi due decenni. E come lo è stato in passato per l’Italia. In passato, però, a partire dalla fine degli anni Sessanta, questo motore ha funzionato solo in presenza di periodiche svalutazioni del cambio, perché gli aumenti di costo eccedevano regolarmente gli aumenti di produttività. Ora dobbiamo farlo senza svalutare, anzi, recuperando la competitività persa da quando siamo entrati nell’euro.

Per farlo, occorre una forte accelerazione del processo di riforma dell’economia italiana, accompagnato da un rafforzamento dei conti pubblici attraverso il contenimento della spesa pubblica, che consenta anche una minore tassazione. Questo richiederà probabilmente un ripensamento del ruolo dello stato nell’economia. Non è possibile continuare a considerare lo stato come una soluzione di tutti i problemi personali e sociali, come il risolutore di prima istanza, invece che di ultima.

  • Brano tratto dal libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana” pubblicato da Feltrinelli, Milano, 2018 (pagg. 147-155).