manifatturiero italiano 4.0

Lo scenario internazionale

È opinione universalmente condivisa che il manifatturiero occupi, in tutte le sue articolazioni, un ruolo centrale e strategico sia per le economie avanzate sia per quelle in via di sviluppo.

Nelle economie in fase di sviluppo il settore, infatti, ricopre un posto speciale nell’immaginario collettivo e lo fa per delle buone ragioni, correlate sostanzialmente ai concetti di una produttività maggiore e di una migliore qualità della vita, permettendo nei fatti il passaggio da un’agricoltura di sussistenza a un aumento dei redditi e degli standard di vita. Nelle economie avanzate i prodotti del settore manifatturiero continuano a rappresentare un’espressione tangibi le di capacità di innovazione e competitività, contribuendo in modo significativo alla ricerca e allo sviluppo, all’esportazione e alla crescita della produttività.

Tali considerazioni trovano d’altra parte una conferma nei numeri che caratterizzano il settore e forniscono un’idea abbastanza precisa della sua rilevanza per quanto concerne gli aspetti socioeconomici a livello mondiale, con particolare riferimento alla sua incidenza percentuale sul pil lordo globale e sul valore delle esportazioni, sul numero di occupati impiegati e sul numero delle imprese coinvolte.

È d’altra parte fuor di dubbio che lo scenario internazionale abbia subito una forte evoluzione nelle ultime due decadi, le quali sono state caratterizzate da una crescita prepotente dell’area geografica del Sudest asiatico, mentre i paesi europei hanno nei fatti perduto in competitività rispetto alle economie emergenti. In particolare, come riportato in uno studio del McKinsey Global Institute del 20121, la Cina ha effettuato un’impressionante scalata spodestando la Germania dal podio del ranking internazionale.

Al di là delle posizioni dei singoli paesi, uno studio Deloitte2 del 2016 mette chiaramente in evidenza come il comparto manifatturiero stia avendo e avrà una sempre più marcata influenza nel guidare la ripresa economica a livello globale e nel creare nuove strade verso una ritrovata prosperità a livello di singoli paesi.

Lo studio offre, tra l’altro, anche una visione prospettica al 2020, secondo la quale al vertice troveremo paesi (Stati Uniti, Cina, Giappone, Germania, Corea del Sud e India) che rappresentano il 60% del pil globale generato dal comparto. È quindi chiaro che queste sei nazioni rivestiranno un ruolo chiave nel guidare i principali trend del settore nei prossimi anni. Il quadro offerto da Deloitte ci induce a condurre una serie di considerazioni generali che possono essere sintetizzate nella maniera seguente:

  • la Cina si riconferma al primo posto come nazione più competitiva nel 2016, ma nella prospettiva dei ceo (Chief Executive Officer) consultati lascerà il primato agli Stati Uniti entro i prossimi tre anni;
  • la Germania si conferma prima tra i paesi europei e manterrà il terzo posto nel ranking globale anche nei prossimi anni;
  • la promessa tanto attesa dei bric (Brasile, Russia, India e Cina) non sembra essersi mantenuta, bensì alcuni di questi paesi continuano a subire forti cali nel livello di competitività. In particolare, il Brasile risulta 29° in classifica, in discesa rispetto all’8° posizione del 2013, segnalando un precipitoso declino in un brevissimo periodo;
  • stanno emergendo i cosiddetti MityV (Mighty 5): Malesia, India, Thailandia, Indonesia, Anche se tutti questi paesi, tranne il Vietnam, hanno mostrato un calo complessivo nella classifica di competitività tra il 2013 e il 2016, i dirigenti intervistati da Deloitte si aspettano che tutte e cinque queste nazioni entrino nelle prime quindi ci posizioni della classifica entro la fine del decennio.
1 McKinsey Global Institute and McKinsey Operations Practice, Manufacturing the Future: The Next Era of Global Growth and Innovation, 2012.
2 Deloitte, Global Manufacturing Competitiveness Index, https://www2.deloitte.com, 2016.

 

L’area del Sudest asiatico

In quest’area geografica la Cina e l’India rappresentano i paesi che si sono affermati in maniera più significativa negli ultimi anni.

Si racconta che il grande Bonaparte, nel 1816, dopo aver letto la relazione di viaggio del primo ambasciatore inglese (Lord Macartney) in Cina, abbia esclamato: «Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà». Questa profezia di Napoleone sembra oggi destinata ad avverarsi nella dimensione economica piuttosto che in quella militare, come era forse nei pensieri dell’imperatore.

Come detto precedentemente, anche l’ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che riunisce i trenta paesi più industrializzati del mondo) ha confermato un sorpasso clamoroso: gli Stati Uniti non sono più la prima destinazione degli investimenti dal resto del mondo, ma sono stati spodestati proprio dalla Cina come meta preferita delle multinazionali.

La Cina ha confermato di essere un paese in continuo mutamento e una realtà in cui esistono concrete opportunità sia in termini di mercato di sbocco sia di collaborazioni di ricerca. Un paese sempre più allineato agli standard occidentali con manager sempre più giovani, dinamici e formati in Europa o negli Stati Uniti, ma ancora in cerca di tecnologie e prodotti; un paese che è sostanzialmente uscito dallo stereotipo del «sistema che copia» per diventare esso stesso stimolo e fonte di innovazioni.

La Cina si trova, però, a dover affrontare sfide molto complesse. Il modello di sviluppo basato sugli investimenti e sulle esportazioni, che traevano vantaggio dal basso costo del lavoro, mostra segni di sicuro affaticamento. Il paese continua a crescere, ma a tassi più bassi rispetto al passato. Il costo del lavoro cresce, in media, del 10% all’anno, la popolazione invecchia, tanto che il numero delle persone in età attiva ha cominciato, seppur lentamente, a diminuire. Inoltre, il Dragone si è reso conto che, per riuscire ad aumentare la quota di valore aggiunto controllata dalle proprie imprese e lasciata a operatori stranieri, è importante essere presenti nelle funzioni a monte (R&D e design) e a valle (marketing e distribuzione) della «semplice» produzione.

Per questi motivi, il governo cinese ha lanciato nel 2015 il piano «China Manufacturing 2025» (cm2025), che ha l’obiettivo di trasformare la Cina in un «leading global manufacturing power» entro il 2049, anno del centesimo anni versario della fondazione della Repubblica Popolare Cine se. Una potenza manifatturiera non solo per volumi, ma anche per tecnologia e innovazione.

Il piano cm2025 si differenzia molto dalle linee strategi che dei paesi occidentali. Questi ultimi, infatti, si limitano a delineare le tecnologie di riferimento e i progetti di finanziamento, ma lasciano poi alle imprese e al mercato ampi margini di discrezionalità. Il piano cinese è invece molto più top down.

Il governo ha definito quali siano i settori d’interesse. Alcuni sono funzionali alla modernizzazione e urbanizzazione del paese, come la meccanica agricola che deve compensare il calo di chi lavora in agricoltura; altri sono decisamente più hightech come la robotica, i materiali avanzati e le biotecnologie. In questi settori – meno maturi se paragonati all’automotive o alla meccanica – la Cina ha un gap minore da recuperare e quindi pensa di poter raggiungere più rapidamente posizioni di leadership.

L’obiettivo di Pechino è quindi quello di essere sempre più autosufficiente per quanto riguarda l’approvvigionamento delle tecnologie e di diventare leader globale per molte di esse (per alcune lo è già: basti pensare alle tecnologie per le reti wireless sviluppate da imprese come Huawei). Gli obiettivi intermedi sono quelli di aumentare le percentuali di componenti prodotte nel paese, con target differenziati per settore, e aumentarne la qualità.

La Cina sta quindi cercando di rispondere come paese alle nuove sfide del manifatturiero. Non è detto che il suo sarà un approccio vincente; non sempre le politiche topdown funzionano, specialmente in contesti dinamici che si originano dallo sviluppo di nuove tecnologie. Tuttavia le dimensioni del paese sono in grado di cambiare – almeno in parte – le regole del gioco. Di questo dovranno tenere conto sia le imprese sia le autorità politiche ai vari livelli, i governi nazionali ma soprattutto l’Unione Europea che è per dimensione l’istituzione più adatta per negoziare in maniera adeguata con la Cina.

L’India è una delle più importanti economie emergenti ed è fra le prime dieci economie del mondo, con un pil di circa 750 miliardi di dollari. Non è un paese ricco, ma sta divenendo un importante mercato di sbocco, sebbene abbia un reddito pro capite di appena 620 dollari, inferiore rispetto a quello della Cina che si assesta sui 1.400 dollari. I consumi superano, infatti, i 500 miliardi di dollari, gli investimenti fissi lordi si avvicinano ai 200 miliardi di dollari annui e, nonostante la limitata apertura internazionale, le importazioni manifatturiere superano i 100 miliardi di dollari. Le esportazioni sono aumentate solo del 76% tra il 2000 e il 2004, a conferma del fatto che il paese non ha un ruolo paragonabile alla Cina nella manifattura. Risulta, invece, più rilevante la sua forza nel commercio di servizi, soprattutto professionali. Completare le riforme è cruciale per superare le debolezze dell’economia ed è una delle priorità del paese. Nasce in questo contesto il Piano «Make in India», la nuova iniziativa di New Delhi per la crescita economica che punta sul manifatturiero. Diverse le ragioni che hanno portato il governo indiano a puntare in tale direzione, quali ad esempio:

  • il fatto che attualmente il comparto contribuisce solo al 17% del pil nazionale, cifra ritenuta troppo bassa rispetto al 69% dei servizi e al 14% dell’agricoltura;
  • il numero degli occupati del comparto, che sono complessivamente 100 milioni rispetto ai 232 milioni che lavorano nell’agricoltura e ai 142 milioni che lavorano nei

Per superare tale situazione generale e per la corretta implementazione di «Make in India», New Delhi ha individuato alcuni settori chiave, quali:

  • automotive: quello indiano si configura come quarto mercato al mondo, che presenta potenzialità enormi e che potrebbe essere in grado di produrre più di 6 milioni di auto all’anno fino al 2020. L’automotive gode anche del supporto del governo per quanto riguarda gli investimenti nella ricerca e sviluppo;
  • costruzioni/infrastrutture: si calcola che entro il 2017 circa 880 miliardi di euro saranno destinati allo sviluppo di strade, autostrade, ferrovie e porti e il segmento delle costruzioni rappresenta una quota superiore al 10% del pil locale;
  • trasformazione alimentare: sono permessi Investimenti Diretti Esteri (ide) pari al 100% per via automatica per la maggior parte dei prodotti. Inoltre il mercato è trainato dalla presenza delle enormi risorse agricole di cui dispone il paese, dagli incentivi fiscali, dalla liberalizzazione e dall’impetuosa espansione del retail organizzato;
  • tessile/abbigliamento: l’India è già il secondo produttore a livello mondiale e l’industria raggiungerà un valore che si attesta attorno ai 90 miliardi di euro nell’anno fiscale 2016-2017, rispetto ai 60 del 2013-2014; le favorevoli politiche governative e l’aumento della domanda interna si configurano come principali driver di

La rinascita degli USA

Come abbiamo precedentemente visto, lo studio Deloitte prevede che nell’immediato futuro gli usa riconquisteranno la loro posizione di leader, e una delle ragioni è indubbiamente legata anche alla creazione, nel 2013, di una Rete Nazionale per l’Innovazione Industriale, denominata «Manufacturing usa».

Nel corso degli ultimi quattro anni del programma sono stati istituiti nove istituti di innovazione produttiva, con altri sei pianificati entro il 2017. Questi istituti di produzione sono nei fatti partenariati pubblico-privato che fanno riferimento ad aree tecnologiche distinte, ma che puntano a un obiettivo comune: garantire il futuro dell’America attraverso l’innovazione produttiva, l’istruzione e la collaborazione. Attraverso «Manufacturing usa», l’industria, il mondo accademico e i partner governativi stanno sfruttando risorse esistenti, collaborando e coinvestendo per alimentare l’innovazione produttiva e accelerarne la commercializzazione.

L’iniziativa collega persone, idee e tecnologie per risolvere le sfide avanzate di produzione pertinenti del settore. I suoi obiettivi sono migliorare la competitività industriale, incrementare la crescita economica e rafforzare la sicurezza nazionale statunitense. Essa mira a ripristinare il primato americano nella produzione, combinando l’integrazione degli scenari tecnologici con le problematiche provenienti dal mondo del lavoro.

Una peculiarità degli istituti appartenenti alla rete è sicuramente l’attenzione rivolta alla cosiddetta «ricerca di base», intesa come fonte insostituibile di conoscenza per sviluppare l’opportuna innovazione di prodotto. Ogni istituto comprende, quindi, piccoli, medi e grandi produttori, nonché ricercatori provenienti da università e laboratori governativi, fornendo a tutti l’accesso a strutture e attrezzature all’avanguardia, nonché formazione di personale e sviluppo di competenze personalizzate al supporto delle nuove aree tecnologiche. La collaborazione negli istituti, e ora attraverso la rete, crea una comunità di innovazione che inaugura le catene di approvvigionamento di produzione di nuova generazione situate in America e che impiegano gli americani.

La rete «Manufacturing usa» è gestita dall’agenzia di progettazione avanzata del National Aging Program, che ha sede nell’Istituto Nazionale di Standard e Tecnologie del Dipartimento del Commercio. La sua missione complessiva può essere riassunta nel modo seguente:

  • convocare e consentire partenariati privati e pubblici orientati al settore incentrati sull’innovazione produttiva e l’impegno delle università statunitensi;
  • progettare e implementare un’iniziativa integrata di produzione avanzata integrata per facilitare la collaborazione e la condivisione di informazioni tra le agenzie

Coordinando le risorse e i programmi federali, l’Advanced Manufacturing National Program Office migliora il trasferimento tecnologico nelle industrie manifatturiere statunitensi e aiuta le aziende a superare gli ostacoli tecnici per sviluppare tecnologie e prodotti innovativi.

 

Il contesto europeo

L’industria manifatturiera svolge un ruolo centrale anche nell’economia dell’Unione Europea in termini di ricerca, innovazione, produttività, occupazione ed esportazioni.

Il suo fatturato aggregato, pari a circa 7.100 miliardi di euro (dati Eurostat 2014), contribuisce attualmente alla crescita economica dell’Europa per circa il 15% del pil, genera un valore aggiunto di circa 1.710 miliardi di euro (il 44% del valore aggiunto proviene dalle pmi), dà lavoro direttamente a 30 milioni di persone e sostiene un indotto di oltre 60 milioni di addetti. Il suo export, al di fuori dell’Unione, ammonta a oltre 1.500 miliardi di euro (più di Cina e Stati Uniti), con un mercato interno costituito da 500 milioni di consumatori; nelle aree di R&I delle diverse realtà manifatturiere operano oltre 500.000 ricercatori e innovatori. La manifattura europea necessita di nuovi investimenti e stimoli, dopo che essa è stata per secoli il fulcro produttivo dell’Unione Europea. Questo fino all’avvento della terziarizzazione quando, nella seconda metà del secolo scorso, il settore industriale ha – poco a poco – perso peso all’interno di diverse economie europee, lasciando il posto a servizi che proprio al settore industriale rimangono comunque legati a doppio filo.

Si consideri che, mentre nel 2000 il contributo del settore manifatturiero al valore aggiunto dell’Unione Europea era pari al 18,8%, quattordici anni dopo tale percentuale è scesa al 15,5%. È un fattore che ha interessato tutte le principali economie industrializzate; tuttavia, la manifattura europea è cresciuta meno di quella statunitense: tra il 2000 e il 2014, il valore aggiunto generato dalla prima è cresciuto del 20,6%, mentre quello generato dall’industria americana del 34%.

Anche la produttività del lavoro nel settore manifatturiero europeo è cresciuta meno che negli Stati Uniti. Lo stesso vale per la produzione industriale, che in Europa fatica a

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riprendersi dalla crisi, mentre negli Stati Uniti ha superato i valori precedenti al 2008. In tale quadro va comunque sottolineato che ciò non vale per tutti i settori industriali: il settore della manifattura hightech ha risentito della crisi meno degli altri ed è cresciuto di oltre il 35% tra il 2000 e il 2015.

La perdita di rilevanza della manifattura nelle economie europee è rilevante anche dal punto di vista dell’occupazione: nel 2000 il settore occupava il 18% della forza lavoro europea, nel 2014 solo il 14,2%. Anche il valore assoluto degli occupati nel settore è diminuito, registrando un calo di oltre il 15% tra il 2000 e il 2014. La figura 1.1 offre un’immagine di quanto accaduto recentemente nei paesi europei più significativi.

Nel 2012 l’Europa si è prefissata l’obiettivo di tornare, entro il 2020, al 20% di valore aggiunto manifatturiero rispetto al valore attuale che è del 15%. A tre anni da tale scadenza, l’obiettivo non sembra così semplice da conseguire. In considerazione dell’attuale ritardo, pur estendendo l’arco temporale al 2030, si calcola che l’Europa, per aumentare il peso del manifatturiero di cinque punti percentuali, dovrebbe investire in media 60 miliardi di euro all’an- no, per un ammontare complessivo di 1.200 miliardi, gene- rando un incremento di valore aggiunto pari a circa 500 miliardi di euro: nonostante ciò, l’Europa non può permet- tersi di rinunciare o vedere ulteriormente erosa la propria base industriale. Dopo una delle recessioni più lunghe mai sperimentate, la fase della ripresa, solo grazie alla presenza di alcuni fattori contingenti inequivocabilmente favorevoli (riduzione del costo dei combustibili fossili, politica iper- espansiva della bce, svalutazione dell’euro), sta ora lenta- mente iniziando a manifestarsi, anche se con dinamiche molto differenti tra i diversi paesi dell’Unione.

Il rilancio della crescita e della competitività per sostenere e rafforzare la ripresa è quindi più che mai una priorità essenziale per l’Europa, e ciò deve avvenire attraverso risposte altamente innovative in termini di prodotti e servizi, processi e business model, nuove imprese altamente competitive e sostenibili. Si tratta quindi di promuovere e rafforzare un nuovo manifatturiero che, per la sua elevata sostenibilità e competitività fondata sull’innovazione, possa contribuire in modo significativo alla crescita di una nuova economia sociale, intelligente, sostenibile, inclusiva, che – tra l’altro

  • vede nelle grandi sfide sociali nuovi mercati ad alto valore

Il contesto italiano

Anche il manifatturiero italiano riveste un ruolo rilevante in termini economico-sociali per il Sistema Paese. Esso, infatti – secondo i dati Eurostat 2011 – è costituito da 425.000 imprese, genera un fatturato di 921 miliardi di euro e dà lavoro direttamente a 3,9 milioni di persone. L’Italia è il secondo paese manifatturiero industriale in Europa. Nel 2011 il valore aggiunto generato direttamente dal settore manifatturiero italiano è stato di 208 miliardi di euro, dietro alla Germania (490 miliardi) ma davanti alla Francia (195 miliardi)
e al Regno Unito (178 miliardi).

Nonostante ciò, negli ultimi anni abbiamo perso cinque punti di valore aggiunto industriale (dal 20,5 al 15,5%) come altri paesi della periferia europea, ma diversamente dalla Germania, che ha pressoché mantenuto intatta la sua forza intorno al 22%.

All’appuntamento della ripresa che si è profilata, pur se a ritmi modesti, all’inizio del 2017, il nostro paese si presenta così con un contesto industriale non ancora in grado di esprimere appieno le sue potenzialità. È un dato di particolare preoccupazione visto che l’Italia, a tutt’oggi, rappresenta la seconda potenza industriale d’Europa.

Cercare di invertire tale rotta costituisce una priorità assoluta della politica economica italiana, come, d’altra parte, della maggior parte dei paesi più avanzati. È evidente che anche l’Italia, paese di sola trasformazione e privo di materie prime, non possa abbandonare la manifattura. Ma se non vi sono dubbi su tali condizioni, è altrettanto vero che la definizione di politiche efficaci e adeguate allo scopo richiede una piena consapevolezza dei mutamenti in corso del ruolo del manifatturiero nelle economie europee, per le quali va tenuto conto, in primis, del fatto che anche i prodotti industriali si presentano oggi sempre più associati alla produzione di servizi, rendendo sempre più obsolete le rigide demarcazioni di un tempo tra industria e servizi.

Una delle priorità che riteniamo sia fondamentale perseguire è lo spostamento dalle attività a basso valore aggiunto verso quelle ad alto valore aggiunto, che premia le imprese più dinamiche e di successo indipendentemente dai settori di appartenenza. Ne consegue che l’attività innovativa e gli investimenti in R&D rappresentano gli ingredienti fondamentali per un possibile futuro successo delle imprese. Per alcune di esse, le più grandi, conta anche la partecipazione alle cosiddette catene globali del valore (global value chains), che stanno cambiando la struttura e la composizione di molti settori manifatturieri in quanto consentono alle imprese e ai paesi di specializzarsi in specifiche singole attività piuttosto che in tutte le fasi del processo produttivo.

In uno scenario globale, in cui emerge ancora come fattore competitivo una manodopera a bassissimo costo, va ribadito con forza che esiste lo spazio per manifatture innovative, di qualità e a più alto valore aggiunto. Per aiutare le imprese in questa scalata del valore è fondamentale che l’evoluzione dello scenario tecnologico venga accompagnata da nuove politiche pubbliche, generali e non settoriali, di lungo periodo e non contingenti, con obiettivi svariati e senza il conformismo tipico degli anni passati. È nostra opinione che il rilancio del settore industriale debba avvenire lungo alcune direttrici fondamentali:

  • intervenire sui meccanismi di allocazione delle risorse (capitale e lavoro nelle loro molteplici forme) dai settori e dalle imprese meno produttivi a quelli più produttivi, dalle lavorazioni a basso valore aggiunto (in cui la pressione competitiva dei paesi emergenti non è più sostenibile) a quelle più avanzate e complesse e a elevato valore aggiunto;
  • favorire una crescita dimensionale delle imprese, investendo nell’aggregazione fra grandi e piccole, affinché il sistema produttivo possa in futuro inserirsi opportunamente nell’economia mondiale con nicchie di produzione molto specializzate;
  • sostenere l’attività di ricerca e innovazione, fondamentale per la competitività delle imprese. La ricerca e l’innovazione non sono settori a cui fornire un semplice sussidio; il problema è fortemente strutturale e, quindi, è necessario che tali ostacoli vadano superati con una politica che miri a costruire un Sistema Paese della ricerca e dell’innovazione, fondato su un solido Piano Nazionale della Ricerca;
  • aumentare la capacità del sistema finanziario di indirizzare il capitale verso i progetti imprenditoriali più promettenti;
  • sostenere l’internazionalizzazione delle nostre imprese. Esse, infatti, hanno incontrato crescenti difficoltà a partecipare ai processi di ristrutturazione della catena del valore manifatturiero a livello internazionale, mentre i nostri territori non sono riusciti ad attrarre molto delle scelte di riallocazione dell’attività produttiva manifatturiera derivanti dalla nuova divisione internazionale del

Tali direttrici vanno sostenute con forza, accompagnandone l’evoluzione in tempi adeguati, nella consapevolezza che il rilancio della crescita dell’economia italiana nei prossimi anni sarà legato strettamente al rilancio del manifatturiero e alla capacità di quest’ultimo di partecipare da protagonista al nuovo contesto di competizione che si va delineando a livello globale, evitando il rischio di essere relegato in ruoli marginali e periferici.

Questa strada è sicuramente percorribile anche in relazione alle scelte che il nostro paese ha fatto in materia di aree di Specializzazione Nazionale Intelligente, identificate in:

  1. industria intelligente e sostenibile;
  2. salute, sicurezza, qualità della vita, alimentazione;
  3. Agenda digitale, Smart Communities, Mobilità intelligente;
  4. patrimonio culturale, design, Made in Italy, creatività;
  5. aerospazio e

Tutto ciò, accompagnato a un adeguato sostegno alle azioni di R&D, potrà permettere di sviluppare un manifatturiero innovativo basato su tre elementi fondamentali:

  • una sostenibilità economica, coniugando la qualità con la produttività e generando ricchezza;
  • una sostenibilità sociale, integrando le capacità umane con la tecnologia e generando posti di lavoro ad alto valore aggiunto;
  • una sostenibilità ambientale, riducendo il consumo di risorse e la generazione di rifiuti e favorendo la riciclabilità dei materiali (bioeconomia ed economia circolare).
  • Sesto Viticoli, laureato in chimica, ha iniziato la sua attività presso il Consiglio Nazionale delle ricerche (Cnr), contribuendo, nei primi anni ’80, alla nascita della Scienza dei Materiali in Italia. Dal 1988 al 2011 ha assunto la direzione Scientifica di molte strutture di ricerca, promuovendo iniziative di networking pubblico/privato nel settore della Scienza dei Materiali. Nel 2011 ha lasciato il Cnr per assumere il ruolo di Vice Presidente dell’Associazione Italiana per la Ricerca Industriale (AIRI).

Verso un manifatturiero italiano

Contributo estratto dal libro dell’autore dal titolo “Verso il manifatturiero italiano 4.0” (pagg. 20 – 35) edito da Guerini e Associati, Milano, 2016