Tempi Critici

Viviamo tempi critici. Una frase che è diventata un luogo comune. Nella mia lunga militanza non ricordo un anno che non sia stato definito di difficile transizione o di crisi. Oggi però le difficoltà sono molto più evidenti, non solo per l’affanno dell’economia o per l’accresciuta complessità del quadro politico internazionale, ma anche perché il fattore tecnologico è entrato sulla scena con intensità e irruenza finora mai viste. Il passaggio dall’economia del ferro a quella del silicio è stato molto veloce e in parte è ancora incompiuto, ma ben più rapidamente si sta passando all’economia dei dati, del cloud computing, dei Big Data e dell’Intelligenza Artificiale, rivoluzionando profondamente l’intero modo di pensare i processi produttivi e sociali. I dati, le informazioni, riflesso digitale della realtà, si collocano quasi di prepotenza al centro di ogni strategia, sia essa d’impresa, di finanza, di politica o di cultura. La tappa più avanzata per il nostro paese si configura come industria 4.0, punto di arrivo della quarta rivoluzione industriale. L’intrecciarsi di intelligenza artificiale, Internet delle cose, Cloud Computing, Big Data, sfocia nella de materializzazione di quasi tutti i processi operativi e rende quasi obbligatorio il passaggio alla formazione di piattaforme informatiche aperte a tutti, che produrranno una profonda revisione di tutti gli assetti organizzativi, produttivi e manageriali. La fase storica della digitalizzazione e dell’automazione è alle nostre spalle, che la si sia realizzata o no, ed è venuto il momento di rivisitare in profondità la visione complessiva del business accettando di immergersi in questa dinamica, prevalentemente culturale, che trova purtroppo le piccole e medie aziende italiane e non solo loro, impreparate ad individuare nuovi percorsi di affermazione e di crescita. Le ragioni per prevedere un’intensa fase formativa per tutti i livelli operativi, sono cogenti. Senza un’intensa fase preparatoria non solo di studio, ma anche di ricerca e sperimentazione, non riusciremo a colmare il divario tecnologico che ci separa dai paesi più avanzati, che non a caso hanno anche gli assetti sociali più evoluti e stabili. Mi riferisco paesi come gli Stati Uniti, la Cina, la Corea del sud, i paesi Scandinavi, i paesi Baltici e l’elenco potrebbe continuare, ma non vi troveremmo alcun paese arabo, africano, centro o sudamericano. La cosa è tanto più sorprendente in quanto la prima fase della digitalizzazione, elemento fondante di tutti i nuovi sviluppi, ha un costo relativamente modesto. La stessa robotizzazione ha oggi un costo economico molto inferiore a tutte le forme di automazione realizzate negli ultimi due secoli, pur con aspetti sociali più complessi. Il caso estone viene portato generalmente ad esempio di come un paese povero di risorse e senza importanti attività industriali, ma con una popolazione di scolarità tradizionale molto diffusa, all’indomani dell’indipendenza ottenuta nel 1991 a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, scelga di realizzare una società digitale, agganciandosi alla più avanzata modernità, partendo dalla pubblica amministrazione e diventando rapidamente un modello per tutta l’area. All’opposto la Russia, paese di dimensioni gigantesche, dotato di risorse naturali sconfinate e con una popolazione di scolarità analoga a quella estone, avendo scelto un modello economico centrato sull’energia e sulle industrie tradizionali, riservando le tecnologie più avanzate e la notevole capacità di sviluppare software all’industria militare e all’hackeraggio, si ritrova dopo trent’anni con un prodotto interno lordo inferiore a quello dell’ Italia, economicamente depressa e sottosviluppata, distante qualche decennio dall’economia digitale. La Cina invece, partita con ritardo e condizioni peggiori della Russia, ma con grande entusiasmo e convinzione, pur dovendo gestire dimensioni gigantesche e complessità culturali a noi sconosciute, riesce a proporsi al mondo già ora come potenziale modello di economia digitale e di conseguenza anche come modello di sistema politico. L’Italia è ben lontana da tutto questo, con l’aggravante che la parte migliore della sua struttura produttiva, la piccola e media impresa, è abbandonata a se stessa, vittima di un sistema educativo arretrato e di politiche industriali indifferenti o addirittura avverse. Le imprese italiane, non potendosi aspettare alcun indirizzo o sostegno da un governo concentrato su altri obiettivi, dovrebbero reagire provvedendo a loro stesse e assegnandosi obiettivi concreti di aggancio alla modernità.

Questo non può essere un percorso solitario, ma sarà opportuna la formazione di filiere di aziende per condividere le esperienze e arricchire le attività formative. Lo sviluppo di piattaforme aperte non è altro, in chiave digitale, che il completamento del passaggio necessario dall’economia del prodotto all’economia dei servizi, servizi che nel frattempo si sono deintermediati. Sarà come imparare una nuova lingua e muoversi in un pianeta sconosciuto, con regole operative completamente diverse, ma che possiamo collaborare a definire. Un affascinante percorso da fare insieme.